Quello che delle donne non dicono…
L’editoriale del giovedì
di Rosi Giangreco
Donne e madri coraggio, novelle Didone che si struggono d’amore, donne guerriere, imprenditrici, operaie, casalinghe, insegnanti, militari e parrucchiere, sempre in trincea pronte a difendere e rivendicare i propri diritti e quelli dei loro cuccioli. Ma anche donne Medea, assassine del proprio stesso frutto, donne fragili, massacrate di botte ma sempre sorridenti davanti ai cancelli delle scuole, coperte da grandi occhiali da sole, che fingono sia tutto normale. E donne, che di quella finzione restano vittime innocenti di uomini dannati e crudeli, disperati e spesso maledettamente deboli. Donne sfregiate nel volto e nell’anima perché colpevoli di bellezza, schiave per riscattarsi un giorno la libertà, segregate perché incapaci di fuggire al carnefice, giovani vendute per una YSL o una Chanel o per qualche banconota di colore verde…ma pur sempre donne da amare, difendere e proteggere, comunque.
Ma esiste un lato B di cui tanto si sparla e troppo poco si parla, di donne artefici di drammi familiari, donne astute che in nome di una giustizia pregiudizievole approfitta dell’essere femmina per distruggere uomini, patrimoni, figli e tutto ciò che può ricondursi al nome di famiglia. In Italia, l’essere donna e madre è garanzia di mantenimento, casa e totale sfruttamento dell’ex coniuge se questi ha un lavoro e un reddito certi e, perché no, anche un ruolo in società. Il sistema è talmente marcio che anche una donna indipendente economicamente, in sede legale diventa soggetto da tutelare seppure l’indagine probatoria dimostrasse che l’ex marito è nullatenente, a prescindere dalla colpa. A tal proposito, oggi a parte qualche tribunale fermo al medioevo, la tendenza è quella di far sparire dall’attuale giurisprudenza la voce “addebito” poiché è ampiamente acclarato che le donne tradiscono con gli uomini e viceversa e quindi eventuali responsabilità per il fallimento del menage, ammesso che si tratti solo di storie di corna, vanno suddivise per metà. Gli uomini che cadono nel pantano di queste situazioni arrivano a vivere nella totale indigenza considerato che devono giustamente provvedere ai figli, se ne hanno, e a oggi non esiste – e se c’è non è applicata – una soglia minima oltre la quale le donne possano pignorare. A testimonianza di ciò è il forte aumento di case famiglia per padri, che offrono un tetto a quanti perdono la dignità di potersi pagare un alloggio. Il problema vero però è che le conseguenze di ricorsi legali architettati a tavolino con avvocati, che di deontologia sconoscono l’etimo, sono i figli molte volte affidati a madri inadeguate al ruolo di genitore ma perfettamente in grado di influenzare giovani menti e istruirle a dovere contro la figura genitoriale maschile, pur di ottenere denaro, tanto denaro. Così i figli crescono senza un riferimento sicuro, il papà ridotto a bancomat con braccia e gambe, deprivati dell’affetto paterno, con problemi di relazione di seria entità.
Ma cosa maturano dentro questi ragazzi spesso le madri nemmeno lo sanno, perché non parlano a casa, si chiudono in camera, e sono persino disposti a ripetere l’anno scolastico per vedere fino a che punto la mamma si disinteressi a loro o quando si accorgerà che esistono. Spesso confidano ai docenti o agli amici che preferirebbero vivere con i papà piuttosto che con le mamme, troppo impegnate a ricostruirsi le unghie o a ritoccare i primi segni del tempo con le app dei telefonini. È vero che a un certo punto il legislatore lascia al figlio la possibilità di scegliere se restare collocato prevalentemente da un genitore piuttosto che dall’altro e se decidere di intrattenere o meno rapporti con la parte non affidataria. Ma è altrettanto vero che i giudici sottovalutano l’influenza del genitore e della famiglia con cui questi giovanissimi vivono. Infatti, non di rado i figli abbandonano la casa materna e scelgono il papà, ma quando arriva il momento di ufficializzare la decisione e comparire dinanzi al giudice per spiegare le motivazioni della scelta, ecco che inspiegabilmente si ritorna a casa e tutto rientra nell’alveo di una paseudo-normalità.
Mamma può cambiare compagno, avere altri figli, “rifarsi una vita” senza essere mai giudicata ma se la stessa cosa accade al papà? Se l’uomo contrae nuove nozze o ha altri figli? certamente sarà condannato alla damnatio memoriae.
E nonostante la legge reciti che i genitori sono coobbligati al mantenimento della prole alla sua educazione, solo qualche giudice riconosce il verbo coobbligare, in nome di quel pregiudizio secondo il quale la donna è sesso debole. Ma chi l’ha scritto? Forse Giovanna D’Arco era debole o lo era Anna Bolena o la regina Vittoria o Madre Teresa? No! Anzi, la storia ha dimostrato che la strenua lotta per ottenere stesso trattamento dell’uomo e parità di diritti è donna. Pronte a denunciare malversazioni sui luoghi di lavoro e promozioni troppo spesso negate o soggette a richieste di altre prestazioni, perché le stesse donne appaiono agli occhi della legge e di certa società, fragili, consunte (magari la notte prima hanno fatto le ore piccole nei lounge) la mattina dell’udienza, vittime di uomini a loro detta disonesti e prevaricatori?
Perché l’opinione pubblica mette demonizza i padri e incensa le madri?
Bisognerebbe piuttosto riconoscere ai nonni il ruolo di genitori invisibili di questi figli, nonni che sostituiscono e talora, per amor di pace, giustificano queste madri e che lavorano in silenzio senza merito alcuno, pronti a farsi da parte al momento opportuno.
Forse è ora che la tanto chiacchierata parità di genere sia realmente applicata in tutte le sedi e che chi è chiamato a giudicare lo faccia libero da pregiudizi sociali e morali.
R.G.

