La banca d’italia non è più degli Italiani?
Lo scandalo Etruria e la mancata ingerenza di Bankitalia, l’intervento diretto della BCE nel nostro sistema economico, che ha ripianato i buchi di quegli istituti privati italiani a scapito d’ignari correntisti, alcune considerazioni del mio amico Mario Tremoglie, arguto e accorto consulente aziendale, mi hanno spinto a scavare per capirne di più. La notizia è propria questa. Ma lo sanno gli italiani che la Banca d’Italia non è più della Repubblica italiana, del governo di questa nazione e quindi del popolo italiano? La Banca d’Italia era la banca centrale di questa Repubblica con
funzioni di vigilanza e sorveglianza, talvolta chiamata informalmente Bankitalia, istituita con legge del 1893 dalla fusione della Banca Nazionale del Regno, della Banca Naz. Toscana, della Banca Toscana di Credito per l’Industria e il Commercio e della Banca Romana. Dal 1998 è parte integrante del sistema europeo delle banche centrali. Rimane
un istituto di diritto pubblico, come stabilito dalla legge bancaria del 1936, ribadita anche da una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, ma ora è una società a capitale privato diviso tra banche private e assicurazioni, che si sono spartite e garantite quote di partecipazione al suo capitale per il 94,33%, rimanendo il 5,67% di enti pubblici. La sede centrale continua ad essere in Palazzo Koch a Roma in via Nazionale, con succursali in tutt’Italia. Praticamente, l’istituto controllore, Banca d’Italia, è comandato e gestito dai suoi controllati, gli istituti privati bancari e assicurativi.
Una sola e indivisibile entità. Questa Banca, che dovrebbe garantire la validità della nostra moneta, non è un istituto del popolo o del governo per servire gli interessi dei cittadini, ma è costituito da soci privati per conseguire gli interessi di una grande società per azioni, il cui nome per esteso è ora Bankitalia s.p.a., i cui poteri sono passati alla BCE, Banca Centrale Europea, la quale é il solo ente a poter emettere carta moneta in Europa. Dal 2011, il 94% della Banca d’Italia è in mano a privati, i cui due maggiori azionisti, Intesa San Paolo e UniCredit, detengono il 52% del
pacchetto di proprietà. La privatizzazione inizia in sordina negli anni ottanta con il ministro Andreatta e il governatore Ciampi, poi emerito presidente di questa Repubblica, per concludersi nel recente 2013, con il contributo nei decenni dei vari Prodi e Padoa Schioppa, Carli, Dini, Draghi e Napolitano, Monti, di cui il Corriere della Sera ha pubblicato un’inquietante dichiarazione il 19 febbraio scorso, “Ormai, i governi vedono nella UE un bene di consumo. Quando vanno a Bruxelles per partecipare al Consiglio, non portano più il loro mattone; piuttosto cercano di staccare un
mattone dalla casa semi costruita, di triturarlo e di trasformarne la polvere in consenso per sé, per il proprio partito, da parte dell’opinione pubblica nazionale. Molti politici nazionali sono diventati maestri muratori della decostruzione europea”. Proprio nel 2005, Mario Draghi viene nominato Governatore della Banca d’Italia. Subentra al dimissionario Antonio Fazio, coinvolto da scandali relativi al suo ruolo. Draghi è vicepresidente della Goldman Sachs per l’Europa, la cui sede centrale ha gli uffici nel miglio quadrato più ricco e potente del mondo, la City di Londra, nella cui
cittadella, grande all’incirca 2.6 km quadrati, piccola di dimensione ma non per influenza, hanno sede le più importanti multinazionali e banche del globo terrestre. La Goldman Sachs & Co., sicuramente una delle banche
d’affari private più potenti del mondo, sorse nel 1869 a Manhattan, New York, grazie a due ebrei tedeschi immigrati: Marcus Goldman e Samuel Sachs. Come mai un uomo legato a una banca privata così potente e stipendiato molto bene viene nominato direttore della Banca più influente d’Italia? “Una scelta di alto profilo”, secondo Romano Prodi,
già consulente, guarda caso, proprio della Goldman Sachs, nonché presidente dell’Iri per ben due volte, uno dei protagonisti della svendita italiana più eclatante, decine e decine di grosse aziende nostrane passate in mani straniere per pochi spiccioli, tra cui Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e la cui campagna elettorale sarebbe stata finanziata da una certa Linda Costamagna, moglie di Claudio Costamagna, amministratore delegato della Goldman Sachs per l’Europa, i cui titolari dell’istituto bancario sono membri della potentissima lobby bancaria internazionale
guidata dal gruppo ebreo massonico Builderberg, che controlla i sistemi monetari dei Paesi più industrializzati del mondo e che ha deliberato la privatizzazione della nostra economia e le mega privatizzazioni e acquisizioni che hanno depauperato, depredato e svenduto i patrimoni pubblici. Su input di questo gruppo di potere, il governo italiano
guidato allora da Enrico Letta, con la regia del buon Mario Draghi, stabilì di trasformare la banca che una volta era degli italiani in una public company, dove di pubblico non ci sarà ovviamente più nulla e per cui ogni operatore del mercato finanziario globale, compresa Cina, Giappone, India, per esempio, potrà acquistare le quote di Bankitalia fino a detenere un massimo del 5% delle azioni. La cosa singolare è che il Governo Berlusconi approvò nel 2005 una legge ai più sconosciuta, la n. 262/2005, che prevedeva esattamente il contrario, cioè la rinazionalizzazione della Banca
d’Italia con il passaggio del 100% delle quote dai privati allo Stato Italiano, che non piacque ai banchieri italiani e che non fu mai resa operativa. Il valore di Bankitalia era, fino al DL di Letta e Saccomanni, ministro all’economia proveniente proprio da quell’istituto, di appena 156.000 euro, cifra stabilita dalla legge bancaria del 1936, mentre, con il DL del Governo e grazie ad una stima di alcuni saggi nominati dallo stesso Saccomanni, si decise, in forza di legge, che il valore della BdI è di circa 7 miliardi di euro, per cui, grazie a questa operazione, gli azionisti subentrati si sono
ritrovati un grande capitale a disposizione, pronto da immettere nel mercato. È come se il Governo stabilisse a tavolino che il valore di una società o di un immobile fosse moltiplicato esponenzialmente. Un regalo unico ai soliti noti, con il silenzio imbarazzante di Renzi il rottamatore, e con l’aggravante che quella creazione di denaro dal nulla sarebbe dovuto andare a vantaggio dello Stato italiano, degli italiani, di noi. E invece? A completamento di questa grande manovra alle spalle di tutti noi contribuenti, c’è da aggiungere la questione della riserva aurea di Palazzo Koch, tonnellate e tonnellate di lingotti d’oro nostri che sono diventati proprietà di chi ha comprato la nostra Banca. L’Italia sarebbe il terzo Paese più ricco d’oro del mondo. Sono volati via insieme all’ultimo residuo di sovranità del popolo italiano, circa 100 miliardi di riserve auree. Altra tematica allarmante afferisce al debito pubblico, che, come ben
sanno gli economisti, trattandosi di un bilancio truccato, sconfina nel falso ideologico. In quasi 30 anni, l’Italia ha pagato interessi annui per circa 3 mila quattrocento miliardi di euro, mentre il debito pubblico ammontava nel 2014 a circa 2 mila duecento miliardi di euro. Pertanto, sottraendo dal totale la somma già pagata, nel periodo cui ci si riferisce, risultava una plus valenza di circa un miliardo duecento milioni di euro, che le banche dovrebbero ridarci, che, però, non ci ridanno, investendo la stessa cifra annuale di falsi interessi nel nostro sistema economico. Lo stesso
Eurosistema, guidato ancora dal solito Mariuzzo Draghi, già all’Or. di Francia, promosso nel frattempo presidente della BCE, è, nei fatti, di proprietà di privati, cosi come le varie banche centrali nazionali dei Paesi aderenti alla UE. Quindi, tutto il sistema bancario europeo è privatizzato, come anche l’emissione della moneta. Il 4 Gennaio 2004, Famiglia Cristiana, periodico non riconducibile certamente a posizioni politiche della destra italiana, riportava un articolo relativo alla nuova compagine societaria di Bankitalia, “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni
che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna, ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia. Spulciando i bilanci di banche, assicurazioni, eccetera,
ha annotato le quote che segnalavano una partecipazione nel capitale della Banca d’Italia. Così il ricercatore è riuscito a ricostruire gran parte dell’azionariato della nostra massima istituzione finanziaria. Come si può notare, tre banche da sole controllano la Banca d’Italia, restando soltanto un 5,65% misterioso, perché non riconducibile a società o nomi
(da R & S, Ricerche & Studi di Mediobanca, 2003)”. I soci della Banca d’Italia: Gruppo Intesa (27,2%), Gruppo San Paolo (17,23%), Monte dei Paschi di Siena (2,50%), BNL (2,83%), Gruppo Capitalia (11,15%), Gruppo Unicredito (10,97%), Assicurazioni Generali (6,33%), INPS (5%), Banca Carige (3,96%), Gruppo Premafin (2%), Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%), RAS (1,33%), Gruppo La Fondiaria (2%), privati (5,65%).
I soci della Banca Centrale Europea (BCE): Banca Nazionale del Belgio (2,83%), Banca Nazionale della Danimarca (1,72%), Banca Nazionale della Germania (23,40%), Banca della Grecia (2,16%), Banca della Spagna (8,78%), Banca della Francia (16,52%), Banca Centrale d’Irlanda (1,03%), Banca d’Italia (14,57%), Banca d’Olanda (4,43%), Banca Nazionale d’Austria (2,30%), Banca del Portogallo (2,01%), Banca di Finlandia (1,43%), Banca Centrale di Svezia (2,66%), Banca d’Inghilterra (15,98%), Banca Centrale del Lussemburgo (0,17%). I soci della Federal Reserve U.S.A.: Rothschild Bank di Londra, Warburg Bank di Amburgo, Israel Moses Seif Banks
d’Italia, Kuhn Loeb Bank di New York.

