Il caso Prisutto “NON C’E’ GIUSTIZIA SENZA VERITA”, dice Alessandro Riera
IL VESCOVO NON RISPONDE E I FEDELI VANNO A ROMA
di Giorgio Càsole
AUGUSTA. Ben tre su sette sono le parrocchie augustane (Brucoli esclusa) prive del titolare. Non lo sono perché il parroco è andato in pensione, ma perché allontanato dal vescovo. Secondo il diritto canonico, il vescovo non può nominare il nuovo parroco se non si conclude il processo nei confronti del titolare allontanato. Nell’attesa, le parrocchie sono rette da un amministratore parrocchiale. Uno dei tre parroci allontanati è stato addirittura l’arciprete della chiesa madre, quel Palmiro Prisutto, divenuto noto per le sue iniziative ambientaliste contro il cancro, che è stato pure insignito di riconoscimenti prestigiosi in campo nazionale, come il premio Nenni e il premio CIDU, per i diritti umani. 77 anni fa circa, un altro arciprete fu allontanato dal suo ufficio e relegato a fare il rettore della chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Fu allontanato perché arrivò in curia una lettera anonima in cui lo si accusava di avere un figlio, da una signora regolarmente sposata. Era allora arcivescovo il mite Ettore Baranzini, un prete lombardo che fisicamente ricordava il “papa buono”, Giovanni XXIII, il pontefice del concilio Vaticano II. L’arcivescovo odierno, Francesco Lomanto, siciliano di Mussomeli, non ha fatto in tempo a insediarsi, nel luglio 2020, che ha ricevuto lettere accusatorie nei confronti di due preti diocesani: uno accusato d’essere ludopatico, che, per alimentare questa patologia, ha chiesto prestiti consistenti di denaro a fedeli anziani – prestiti mai restituiti – , ma, soprattutto, avrebbe trafugato preziosi arredi sacri della chiesa; l’altro è stato oggetto di denunce per rapporti omosessuali. Il secondo prete stava per diventare arciprete a Palazzolo Acreide e solo dopo un articolo pubblicato su La Sicilia, in cui si documentavano situazioni scabrose, la nomina è stata bloccata. Non è stato, invece, bloccato l’allontanamento di Palmiro Prisutto, allontanamento voluto recisamente dal nuovo presule che reclamava il ritiro della querela dello stesso Prisutto contro i responsabili di tre confraternite e di un cosiddetto coordinatore delle confraternite cittadine, per aver diffuso il testo di un manifesto diffamatorio, esposto persino nelle chiese confraternali, contro l’arciprete che, in quel momento, era altresì rettore delle stesse chiese. Queste tre confraternite avevano già fatto pressioni presso il predecessore di Lomanto, il catanese Salvatore Pappalardo, perché allontanasse l’arciprete. Pappalardo, infatti, chiese a Prisutto di presentare le dimissioni. Prisutto non solo non le volle presentare, ma ebbe il sostegno di circa 4mila cittadini. E Pappalardo desistette. Lomanto chiedeva che Prisutto ritirasse la querela per evitare proprio a Pappalardo di dover essere escusso come testimone nel processo penale già incardinato al tribunale di Siracusa. Non ci risulta, però, che abbia rivolto ai responsabili di quelle confraternite di fare pubblica ammenda e ritirare le loro accuse. Prisutto ha presentato ricorso contro la rimozione da parroco della chiesa madre, ma il tribunale ecclesiastico adìto ha respinto il ricorso, con una ”sentenza scandalosa”, come l’ha definita Mimmo Patania, l’ex dirigente comunista, che da tempo sostiene pubblicamente una battaglia contro “la crociata verso Prisutto”. E’ una sentenza che, sottolinea Patania, “umilia un sacerdote coraggioso e coerente con il messaggio evangelico e ‘infanga’ tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno ‘manovrato’ e costruito un simile esito. In particolare, il Vescovo si è mosso non per ricucire, ma per ‘strappare’; non per riconciliare, ma per aggravare le ‘fratture’. Probabilmente oggi i governatori delle Confraternite ostili a don Palmiro stanno esultando, probabilmente il Sindaco e qualche assessore hanno accolto con soddisfazione la decisione del Tribunale ecclesiastico, ma la loro gioia e la loro esultanza hanno il ‘sapore’ amaro della ingiustizia che rende senza gloria una ‘vittoria’ conseguita con la negazione della verità.” Per ristabilire la verità, tre amici di don Palmiro, Alessandro Riera, Concetto Cacciaguerra e Giusy Palmi, si sono recati a Roma per consegnare al papa una lettera per essere ascoltati sulla verità dei fatti.“Abbiamo scritto alla Curia, ma non abbiamo mai avuto risposta”, ci ha detto Riera. Riera ha precisato: “Perché Papà Francesco possa conoscere le problematiche della nostra comunità, piena di scandali insabbiati e tenuti nascosti. Grazie a Dio esistono ancora persone oneste, che hanno collaborato a fornire documentazioni e prove di fatti davvero gravi, che è ora che arrivino ai vertici della Chiesa perché possa esserci vera giustizia, perché la veritas torni a essere il collante principale dalla quale ripartire. Non mi pongo a giudice, non esprimerò nessun giudizio in merito a tutte ciò che presenterò, pur avendo una mia idea (chi non la ha?), ma rimetterò tutto in mano a chi evidentemente non conosce certe vicende perché possa legittimarle o prendere i dovuti provvedimenti. Non c’è giustizia senza verità! “

