Michelangelo TrebastoniOpinionisti

Responsabili e irresponsabili

L’opinione della domenica – di Michelangelo Trebastoni

Nel febbraio del 1993, l’ambasciata americana a Roma inviava al proprio dipartimento di Stato un rapporto su Mani Pulite, firmato da Daniel Serwer, incaricato d’affari e quindi capo della rappresentanza diplomatica, in cui asseriva che un protagonista dell’inchiesta “potrebbe essere un pupazzo manovrato dagli Usa”. A chi si riferiva? Al sostituto procuratore Di Pietro? Al ministro della Giustizia Martelli appena dimessosi? Recentemente intervistato, Serwer, che oggi insegna alla Johns Hopkins University
di Washington, ha così spiegato l’atteggiamento di Via Veneto verso Tangentopoli, “L’impressione generale all’ambasciata era che fosse venuta l’ora di ripulire le cose. E se questo avesse significato cambiare la classe politica, non ci saremmo opposti”. Il 22 febbraio scorso, nel bel mezzo di un talk show televisivo, il filosofo Diego Fusaro ha ricordato ad un imbufalito Antonio Di Pietro la vera natura di Tangentopoli, “Un colpo di Stato architettato da una cosmopolita oligarchia massonico-finanziaria che
non vedeva l’ora di mettere le mani sull’argenteria di Stato dopo avere imposto al potere una masnada di tecnocrati e lestofanti appositamente istruiti”. Di Pietro, impacciato nell’articolare un ragionamento in
italiano meritevole di un homo sapiens, ha tentato la carta della zuffa, sfoggiando tutto il suo assortimento lessicale di molisano doc, tanto per impressionare i presenti, “Ma quale golpe…c’erano quelli che rubavano”. Credo che non ci sia uomo intellettualmente onesto e sano di mente che non
riconosca come demagogica e fasulla l’impostazione dipietresca, ostinatamente protesa nel tentativo di dare a bere agli italiani che la più grande liquidazione mai avvenuta nella storia occidentale di intere e
storiche famiglie politiche sia stata solo l’effetto collaterale e non previsto di indagini giudiziarie imparziali che puntavano a sradicare la corruzione dalla vita pubblica italiana. Questa grande opera di moralizzazione, che suggestionò un’intera nazione irretita da uno stuolo di giornalisti, oggi ricredutisi, del peso di Scalfari, Feltri e Polito, avrebbe per caduta avviato una fase nuova, quella di una seconda Repubblica, consegnata allora in dote a Berlusconi, fresco di iscrizione alla P2 e ai post-comunisti, orfani dell’oro di Mosca, stranamente rimasti illesi dalla valanga di fango milanese grazie al silenzio del compagno Greganti, fulgidi e viventi esempi di onestà e dell’avvenuta catarsi, poi divenuti “l’un contro l’altro armati”. Si scopre, ora, che in realtà Mani Pulite fu una spregiudicata operazione che coinvolse diversi livelli di potere, agevolata dall’oggettivo indebolimento della sfinita vecchia classe dirigente primo-repubblicana, mascherata con il genuino obiettivo di sconfiggere la corruzione e il malaffare. L’inizio di Mani Pulite
coincise con la fine del benessere e della democrazia italiana, svuotata nel nome della supremazia di mercati finanziari che continuano ad affamare le classi sociali meno agiate, agitando spauracchi come lo spread e il debito pubblico. Un interessante libro di Biagio Marzo, Fatti e Misfatti delle Privatizzazioni, racconta come la stagione dei cosiddetti tecnici illuminati al potere, Amato, Ciampi, Dini e Prodi, abbia determinato la svendita dell’ingente patrimonio pubblico italiano, finito a costi risibili nelle mani di grandi corporation e banche d’affari internazionali, le stesse che, dando vita al meschino meccanismo delle porte girevoli, hanno assunto poi, spesso a peso d’oro, gli ex governanti in qualità di consulenti che, nel nome delle privatizzazioni, del libero mercato e dell’egemonia del privato, avevano in
precedenza favorito la rapina dei beni pubblici. Questa, però, secondo il linguaggio del nostro Di Pietro, non si chiamerebbe corruzione ma competitività. Ma chi fu il regista, il gran ciambellano che supervisionò negli anni novanta le scandalose privatizzazioni italiche? Ma Supermario, what else! ovvero Mario Draghi, uno che non a caso ha fatto una fulgida carriera. Il compianto principe Antonio de Curtis avrebbe candidamente esclamato “Quando il caso dice la combinazione”. Solo ora, dopo quasi trent’anni da Mani Pulite e venti dalla morte in esilio di Craxi, alcuni protagonisti dell’epoca hanno, come si suol dire dalle mie parti, “cominciato a cantare senza legnate” e taluni documenti secretati hanno visto la luce. Vero? Falso? De Mico è morto, ma l’avvocato Sotgiu ha confermato più volte le dichiarazioni verbalizzate da Davigo nel 1995, quando la memoria dei fatti era ancora fresca e aveva raccontato “De Mico mi aveva riferito di ritenere che il presidente Ronald Reagan tutelasse per ragioni di politica internazionale l’onorevole Craxi e il suo entourage. C’erano però ambienti americani, che lui non mi precisò mai ma che io individuavo nella Cia, che al contrario sarebbero stati disponibili ad aiutare il pool di Mani pulite in quanto avevano lo stesso interesse dei magistrati a colpire Ligresti (…).
La vera ragione era data dal fatto che (…) i socialisti avevano percepito grosse tangenti, che da Craxi sarebbero state consegnate a Ligresti per un reinvestimento in armi poi cedute ai somali e utilizzate contro gli americani”. Anni dopo, Sotgiu ha confermato a Panorama che la Cia voleva vendicarsi di Ligresti e di Craxi, per esempio aiutando il pool a individuare dove si nascondesse il latitante Silvano Larini, il grande fuggiasco che i giornali individuavano come il cassiere occulto del Psi. Sta di fatto che
a partire dall’autunno 1992, con un primo volo organizzato dalla United States Information Agency e dall’ambasciata americana a Roma, Antonio Di Pietro, non solo ebbe costante frequenza con gli uffici di rappresentanza statunitensi di via Veneto a Roma, ma si recò più volte oltre oceano nel periodo dei suoi ultimi anni da magistrato. Poi, nel febbraio 2010, scoppia l’affaire delle fotografie con Bruno Contrada, quando Il Corriere della Sera pubblica l’immagine di un’allegra cena conviviale, una delle 12 scattate in
una caserma romana dei carabinieri la sera del 15 dicembre 1992. Solo una coincidenza, una fatale concomitanza? Nel primo pomeriggio di quel giorno, l’Ansa rese ufficiale uno degli snodi centrali e strategici nell’operazione Mani Pulite e, cioè, che ventiquattrore prima era stato consegnato a Craxi l’avviso di garanzia firmato dal pool con l’accusa di concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, mentre poi in serata “Venne consegnato a Di Pietro un premio arrivato dagli Stati Uniti e offerto – come riporta il  Corriere della Sera – da Rocco Mario Modiati, per tutti il responsabile della Kroll, la cosiddetta Cia di Wall Street, la più grande organizzazione d’investigazione d’affari del mondo fondata nel 72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad israeliano compreso”. E le foto? In bella evidenza, seduti l’uno accanto all’altro, ci sono Di Pietro e Bruno Contrada, in quel momento il numero tre del Sisde, poi nove giorni più tardi arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Le foto che emergono dal passato, scrive Il Corriere “Che è stato fatto di tutto per distruggerle”, sono per Di Pietro irritanti, come l’ortica, bollando tutto come spazzatura, “Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story”. La polemica sopravvisse per qualche giorno, poi venne seppellita, quando il 30 agosto 2012, giornalisti de la Stampa pongono qualche domanda anche all’ex pm molisano che conferma gli incontri con
Semler, ma nega di avergli anticipato i suoi programmi politico-giudiziari. Durante l’intervista, però, accadde un fatto strano. A un certo punto, per dimostrare che l’ex console confonde date e conversazioni, l’ex pm mostra al giornalista, Mattia Feltri, un report inviato da Semler a Peter Secchia, il
predecessore di Bartholomew, il 25 febbraio 1992, otto giorni dopo l’arresto di Chiesa che dà il via a Tangentopoli. Feltri, da buon cronista, annota in una parentesi che in quel documento, presumibilmente riservato, “un esponente della Rete, forse Nando Dalla Chiesa, parla all’ex ambasciatore dell’imminente fine del pentapartito”. Feltri aggiunge, sorpreso, che “l’archivio di Di Pietro è ancora portentoso”, sottacendo di chiedergli come facesse ad avere quel report spedito da Roma a Washington,
presumibilmente sepolto in un archivio del dipartimento di Stato americano. Ma perché fu scelto il magistrato molisano e non altri? Per Davide Giacalone, “Di Pietro era il volto agreste e pastorale, lo
sgrammaticato interprete dello squadrismo giustizialista. (L’interprete ideale di un film di Germi o con Alberto Sordi, ndr). Il suo non è un profilo ambiguo, ma da arcitaliano che testimonia le tare genetiche della nostra storia: si laurea in legge senza conoscere l’italiano, entra in magistratura con le raccomandazioni, fa bisbocce con i potenti cittadini, prende soldi e li restituisce in contanti, accetta doni e favori, si adopera per sistemare il figlio e far lavorare la moglie, che è la seconda, come si conviene ad
ogni buon raccomandato dai preti. S’è fatto da sé, e si vede. Si sente, pure. E’ l’intramontabile macchietta dello struscio con i potenti, del prendere quel che si può, dell’inciuciarsi perché non si Sto arrivando! mai. Quando le inchieste si mossero fu mandato in prima linea, come carne da cannone. Invece i giornali e le televisioni, in prima fila quelle di Fininvest-Mediaset, lo osannarono. Era il segnale, si poteva procedere. Divenne famoso”. Poi, la cronaca più recente. Più volte ministro e titolare di partito, di proprietà sua e della sua famiglia, l’Italia dei Valori. Grazie al finanziamento dei partiti, divenne anche ricco immobiliarista. Case e palazzi a decine, tutti intestati al partito, l’Italia dei Valori, stavolta l’Italia dei Valori dei suoi immobili, suoi, della moglie e del figlio, nel frattempo eletto consigliere regionale in
Molise. Come Napoleone, conobbe la gloria e tastò la polvere. Travolto dagli scandali legati al finanziamento al partito, con i quali aveva acquistato case e palazzi, gli stessi finanziamenti che aveva perseguito e condannato da pm, non si presentò più al giudizio popolare ed ora vive insegnando l’agricoltura in tv. In pratica, “da traditore della zappa”, come amava indicare taluni il rimpianto Gianfilippo Villari, è tornato alla terra. Gli altri del pool, conclusa la carriera, si sono eclissati. Resiste ancora lo sceriffo Davigo. Togato cassazionista, in precedenza voce dell’associazione nazionale magistrati, ora membro del CSM, vicino ai 5Stelle che nel 2017 lo volevano premier. Note le sue patetiche provocazioni, quella sulla responsabilità in solido degli avvocati con i loro assistiti e l’altra,
più celebre “Non esistono cittadini onesti ma solo magistrati che sono stati incapaci a trovare le prove della loro colpevolezza”. Una macchietta da avanspettacolo, meglio di Carlo Dapporto. Cerca la responsabilità, il santo inquisitore Davigo, ma quando, inquisendo, non l’ha trovata e le sue prede sono state assolte, ha mai pagato per il danno cagionato, per come ha speso i soldi dei contribuenti, come accade al resto del mondo? A nulla è valso il referendum popolare abrogativo del 1987 voluto da Pannella e votato in massa dagli italiani, conclusosi con una netta affermazione dei sì, ma congelato dal parlamento, succube del potere giudiziario, con l’approvazione nel 1988 della legge n. 117, nota come legge  Vassalli , sul “risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e
responsabilità civile dei magistrati”, il cui disposto, secondo i radicali, si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non
sul magistrato ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sullo stesso, entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio. Da allora non si parla più di responsabilità civile dei giudici, sempre più indulgenti con loro stessi e moralisti con il resto della società. Una morale a due binari. Una per responsabili ed un’altra per taluni di loro, irresponsabili.

M.T.

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