OpinionistiRosalia Giangreco

L’ipocrisia: il morbo che divora i rapporti sociali

Parecchia è la letteratura sulle maschere, i ruoli sociali, l’essere a ogni costo come gli altri vogliono che sia”… Upokrites era chiamato l’attore al tempo dei tragici greci, rigorosamente uomo, che cambiava più maschere in base ai ruoli rivestiti nello spettacolo teatrale, davanti a un pubblico perfettamente consapevole dell’agire scenico.  

L’ipocrisia oggi ammorba la società e divora i rapporti interpersonali. L’ipocrita dice tutto il contrario di ciò che pensa, recita una parte, sostiene in maniera sempre più insostenibile un comportamento che si basa su equilibri così labili che basta un sibilo e il suo impalcato viene giù, rovinando sull’altro che subisce gli effetti più devastanti sul piano emotivo. Chi è nel mirino dell’ipocrita è destinato a essere incompreso, soffrirà nelle relazioni e avrà difficoltà a fidarsi di chi lo circonda negli affetti e nel lavoro. 

Se una forma di ipocrisia benevola, ovvero quella che consente di demarcare la vita pubblica da quella privata, può avere una sua ragione d’essere nella contemporaneità perché espressione di libertà, una sorta di virtù pubblica, insomma, la sua degenerazione consiste proprio nel criticare ogni ipocrisia. Cito Olivier Babeau che ha parlato di “tartuferia” ovvero “ipocrisia maligna” riferendosi a chi spesso dice “tutto il mondo è ipocrita tranne me”, a chi millanta di vivere nella verità che altro non è che la più grande menzogna. “La superstizione, l’idolatria e l’ipocrisia percepiscono ricchi compensi, mentre la verità va in giro a chiedere l’elemosina” diceva Lutero. Quando l’ipocrita al lavoro  o  in famiglia riesce a condizionare l’altro e ad essere un leader, diventa sempre più difficile elemosinare quel poco di verità che fa bene alla società e che permette di guardarsi allo specchio appena svegli al mattino. Il cerchio magico si rompe solo quando chi conserva l’onestà intellettuale, rilevata l’incompatibilità di caratteri e valori decide di mantenere una distanza con eleganza e rispetto, in silenzio, esce di scena in punta di piedi. Sebbene non sia affatto semplice, soprattutto quando si tratta di un familiare, non bisogna mai rinunciare ai propri valori anzi è necessario difenderli anche se gli altri non li approvano e fingono di non capire per opportunismo. Il cattolicesimo di cui è impregnata la famiglia tradizionale ha fomentato atteggiamenti ipocriti che ne rendono difficile l’eradicazione, pregiudicando la crescita di bambini e complicando quella degli adolescenti. E allora? È necessario un grande atto di coraggio spesso scaturito dal malessere psicologico oppure da eventi imprevisti che permettono di svelare il nostro volto reale e quello degli altri. Non vale la pena cercare il consenso altrui quando si dissente in tutto, vanno difesi i propri principi e non sposate le verità di chi vuole propinarle a ogni costo. Basta ricordare che la felicità nasce lontano dall’ipocrisia. Anche la Bibbia lo insegna: quando il re Davide giace con Betsabea moglie di Uria, suo soldato in guerra, e la ingravida, pretende che l’uomo, rientrato per suo volere dalla guerra, passi la notte con la moglie. Ma Uria si rifiuta in nome dell’obbligo di astinenza sessuale prima di una guerra santa. Davide allora lo manda allo sbaraglio, in prima linea, perché muoia. Quando il profeta Natan racconta al gran re la storia dell’uomo ricco che durante un banchetto uccide l’unica pecorella del povero, risponde che costui merita di morire. Ma quell’uomo, non è altri che lui, gli svela il profeta. 

L’ipocrisia trascina con se il rancore per cui l’ipocrita finge di dimenticare così come di perdonare e, al momento opportuno, ferisce tirando fuori il passato. L’ipocrita addita e condanna, proprio come scriveva Dostoevskij in delitto e Castigo “Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada, ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno”.

E’ opportuno educare se stessi e i propri figli alla sincerità svestita di orpelli fuorvianti perché – come scriveva Lucrezio – è “quando la necessità ci costringe a usare parole sincere, [ che] cade la maschera e si vede l’uomo”.

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