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Innovazione, Livolsi: Italia digitale, infrastrutture pronte ma imprese in ritardo

Roma. “L’intelligenza artificiale è diventata il simbolo del nuovo paradigma tecnologico, evocata come chiave per la produttività e la competitività. Ne avevo parlato anch’io, lo scorso luglio, nel mio contributo (‘Italia promossa da Fitch. E adesso?’) su questa testata giornalistica, ricordando come l’AI possa rappresentare per l’economia un salto paragonabile a quello dell’elettricità alla fine dell’Ottocento. Eppure, nel nostro Paese il digitale continua a marciare a due velocità“. Il richiamo di di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..

 “Sul fronte delle infrastrutture- spiega- il Digital Decade Country Report 2025 della Commissione europea riconosce che l’Italia, in dieci anni, ‘ha realizzato notevoli miglioramenti nelle infrastrutture e nei servizi pubblici digitali’, con 67 misure per oltre 62 miliardi di euro, pari al 2,8 per cento del PIL. Reti ad alta capacità, identità elettronica, pagamenti digitali e fascicolo sanitario nazionale segnano un salto di qualità indiscutibile. Tuttavia, se le autostrade digitali sono pronte, il traffico resta scarso. Solo l’8 per cento delle imprese italiane utilizza applicazioni di intelligenza artificiale e meno della metà adotta soluzioni cloud o automazione di processo. Le competenze digitali della popolazione restano sotto la media europea: il 45,8 per cento degli italiani possiede conoscenze di base, contro il 55,6 per cento dell’Unione (fonti: Istat, Eurostat e Commissione europea, 2024)”.

“Questo divario tra potenzialità e realtà- sottolinea Livolsi- frena produttività e competitività. Le cause sono note: resistenze culturali, burocrazia, scarsa integrazione tra istruzione e impresa. Il punto centrale, però, è la mancanza di una strategia: l’Italia ha investito nel ‘contenitore’ – le reti, i fondi, gli incentivi – più che nei ‘contenuti’:

formazione, capitale umano, applicazioni concrete dell’innovazione. Oggi serve una seconda fase della trasformazione digitale: meno enfasi sulle infrastrutture e più politiche per la diffusione dell’AI e delle tecnologie emergenti nelle filiere produttive. In questa prospettiva, il Governo può giocare un ruolo decisivo: rilanciando i crediti d’imposta per gli investimenti 4.0 e accompagnando le imprese nella transizione verso modelli produttivi 5.0, semplificando le procedure di accesso ai fondi per l’innovazione, sostenendo la formazione tecnica e digitale attraverso programmi mirati e partnership tra università e imprese. Occorre inoltre favorire il co-investimento pubblico-privato nei progetti di ricerca applicata e introdurre incentivi fiscali stabili per le aziende che integrano l’AI nei propri processi produttivi”.

 “Anche le imprese devono fare la loro parte. Innovare non può più significare solo acquistare tecnologia: serve cambiare organizzazione, cultura interna, modelli di business. È necessario che gli imprenditori vedano nel digitale non un costo, ma un fattore di competitività e di sostenibilità” conclude Livolsi. (Ag. Dire)

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