Ventennale iscrizione Unesco: Intervento del sindaco Francesco Italia
Siracusa, 22 marzo 2025
Ci sono date e avvenimenti che segnano profondamente le vicende di una comunità perché ne indirizzano il percorso e instillano consapevolezza dei propri mezzi. Per noi, il 17 luglio è una di queste, il giorno in cui a Durban, in Sudafrica, il comitato Unesco iscrisse “Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica” nella lista dei siti Patrimonio mondiale dell’umanità.
Un traguardo ambito – e direi ampiamente meritato – ma tutt’altro che scontato, nonostante a molti di noi sembrò un riconoscimento quasi naturale della storia plurimillenaria di una città che per secoli era stata protagonista nel bacino del Mediterraneo e della sua invidiabile ricchezza monumentale e culturale.
Solo che l’iscrizione Unesco non si ottiene con una semplice richiesta e per averla occorre fornire garanzie e passare attraverso una serie di passaggi non sempre agevoli. E così, se siamo qui a celebrare questo ventennale, a raccogliere i frutti di quel riconoscimento, se Siracusa è apprezzata in tutto il mondo godendo di una visibilità impensabile fino a pochi anni fa – come dimostra un recente articolo del Times per il quale la nostra è la più bella città siciliana – tutto questo è il risultato dell’impegno di un gruppo di donne e uomini che, dalle loro postazioni nelle istituzioni e con le loro competenze, riuscirono a raggiungere l’obiettivo.
Fu loro il merito di riuscire a dare forma e contenuti a un desiderio diffuso di collocare Siracusa nello spazio che meritava: l’iscrizione Unesco era una possibilità che andava perseguita valorizzando però gli aspetti peculiari di una città che fu una della capitali del mondo antico e dotata di una stratificazione architettonica e culturale (simboleggiata dal nostro Duomo) che ha pochi eguali nel mondo.
Già a partire dal 2000 era iniziato un processo di riqualificazione e valorizzazione della città accompagnato da una serie di investimenti nel settore turistico che avevano portato a moltiplicare i posti letto. Bisognava, però, vincere la sfida di portare nell’olimpo dei luoghi simbolo del pianeta quella che fu la capitale della Magna Grecia, la città del mito che diede i natali ad Archimede, una delle culle della civiltà occidentale. E con essa Pantalica, a palesare un territorio vasto in cui le tracce di antiche civiltà risalgono ancora più lontano nel tempo.
Ed ecco, allora, la forza di quella proposta: Siracusa e Pantalica chiedevano a buon titolo di diventare Patrimonio dell’Umanità non solo per i monumenti e per le antiche pietre ma per quanto hanno rappresentato nel processo di crescita civile e culturale che ha visto questo territorio protagonista assoluto nel continente almeno fino al Medioevo, passando per la diffusione del cristianesimo che qui approdò sin dai primi decenni del primo secolo, con Marziano e Paolo, e che partendo da qui raggiunse Roma e poi tutta l’Europa.
Ma questo riconoscimento non è solo un titolo. È una responsabilità ed è anche un invito. L’Unesco ci ricorda che alcuni luoghi non appartengono soltanto a chi li abita, ma a tutta l’umanità. Che ci sono memorie, paesaggi, culture che diventano ponti tra i popoli e che proprio per questo vanno custoditi e tramandati. Riflettere oggi sul Patrimonio dell’Umanità significa anche riflettere sull’umanità stessa. Su ciò che ci unisce oltre le differenze, su ciò che resta quando tutto sembra perdersi. Significa riconoscere che in un tempo attraversato da conflitti, da incertezze e da paure, la cultura, la bellezza, la memoria possono diventare strumenti di pace, di dialogo, di speranza.
Siracusa è anche città per la pace e i diritti dell’uomo, e ciò che accade oggi a Gaza e in Ucraina è la negazione dell’umanità e di quei valori che oggi celebriamo. Da questa piazza, che da quando esiste come luogo pubblico ha sempre ospitato il sacro, mi piacerebbe ricordare che non c’è patrimonio più sacro che la nostra umanità in pace.
A 20 anni dal quel risultato è però giusto chiedersi se le aspettative sono state soddisfatte. Se volgiamo lo sguardo indietro, vediamo Ortigia inaccessibile in alcune zone perché pericolose, con piazza Duomo, una delle più belle piazze al mondo, invasa dalle auto in sosta e con i palazzi pubblici – a partire dal Teatro comunale – e privati per lo più fatiscenti; Pantalica era conosciuta a pochi mentre per la maggioranza era solo un luogo di scampagnate da raggiungere con ogni mezzo e di cui godere senza alcun riguardo. Il fatto è che in quel 17 luglio del 2005 fu avviato un processo irreversibile fondato su un’idea forte che ha permeato e permea inevitabilmente le scelte amministrative, che ormai non possono prescindere dalla salvaguardia e dallo sfruttamento sostenibile dei territori.
Qui, in conclusione, sta la capacità di immaginare il futuro del nostro sito Unesco, indirizzando in maniera proficua, e nel segno della salvaguardia, risorse economiche e umane. Dobbiamo certamente investire sui collegamenti tra Siracusa e Pantalica ma anche su una sua fruizione consapevole, organizzando itinerari che spieghino ai visitatori l’importanza storica e culturale del sito; va incrementata la partecipazione della comunità locale nella gestione, creando opportunità di lavoro e coinvolgendo i residenti in attività di valorizzazione; e va intensificata la collaborazione con università, istituti di ricerca, altri siti Unesco e organizzazioni internazionali per condividere buone pratiche e strategie di gestione.
Se i primi 20 anni sono stati quelli della valorizzazione, della promozione e del marketing territoriale, adesso si tratta di raccogliere la sfida della modernità per essere all’altezza di millenni di storia, tradizioni e cultura.

