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52 ANNI FA in PAPUA NUOVA GUINEA

LA MERAVIGLIOSA AVVENTURA DI UN AUGUSTANO IN UN LEBBROSARIO 

Intervista a Giuseppe Carmelo Fazio “C’erano bambini che non avevano i piedi”

di Giorgio Càsole

Nello scorso settembre, papa Francesco ha compiuto un viaggio apostolico di quattro giorni  nell’altra parte del mondo: in Papua Nuova Guinea (PNG). Nel 1973 un giovane augustano, Giuseppe Carmelo Fazio, lasciò l’Italia per un anno per soggiornare in quelle terre così  lontane. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

 –A 18 anni lasciasti Augusta per andare a lavorare a Milano, dove – ricordo – ti eri integrato in breve tempo. Come ti venne l’idea di recarti in PNG? 

“A Milano, feci l’esperienza di frequentare “telefono amico” che faceva capo all’associazione “Mondo X”, fondata da Padre Eligio Gelmini. P. Eligio era già stato, con una spedizione di ragazzi dell’associazione, in Papua Nuova Guinea.Mi proposi per questa avventura. Nel frattempo, ero in attesa che gli americani della ditta dove lavoravo mi confermassero la partenza con destinazione St.  Paul, capitale del Minnesota, ai confini con il Canada. Da lì, dopo una breve esperienza di 6 mesi circa, sarei dovuto andare nello stabilimento di Belo Horizonte in Brasile. La decisone dell’azienda tardava e l’avventura che mi proponeva Mondo X per un mondo completamente nuovo e (quasi) inesplorato mi affascinava ancora di più dell’America.  Non me la sentivo di aspettare. Avevo 25 anni!  Partii con in tasca solo una banconota da 10.000 lire e un po’ di preoccupazione per l’incognita. Mi aspettavano circa 20.000 km”.

 – Dopo un lunghissimo viaggio, con tante tappe, quale fu l’impatto?

“A Port Moresby, la capitale, la differenza di fuso non fu facile da superare: 1 giorno in più rispetto all’Italia. Un caldo pungente! Dall’aeroporto di Port Moresby con un aereo piper sorvolai la costa e, arrivato a Wewak, più a nord di Port Moresby, dove  mi accolse un frate francescano della missione cattolica, polacco, simpatico e intraprendente. Mi fermai alla missione due  giorni perché, per un forte temporale, i voli erano sospesi. Al frate, nella chiacchierata in inglese, che lui  parlava peggio di me, dissi che ero diplomato in elettrotecnica e subito mi chiese se potevo aiutarlo a sistemare alcuni televisori che gli australiani bianchi gli portavano da riparare .Il suo laboratorio era pieno di apparecchiature elettroniche, una grande confusione ! Mai visto apparecchiature del genere!”

– Era quella la tua destinazione finale?

“No. Con un altro piper più piccolo ripresi il viaggio diretto verso Aitape, ancora più a nord, sorvolando sempre la costa. Ad Aitape, mi accolse Padre Leo Leone, un frate dell’Antoniano di Bologna, reduce, da tanti anni ormai, dalla Cina e da una ventina d’anni in PNG. L’aeroporto era un breve tratto di spiazzo circondato dalla foresta. L’emozione era tanta che non potevo resistere alla curiosità e mi diressi verso un capanno, una struttura fatiscente: era il “terminal“. P. Leone, con voce molta calma e pacata, da lontano, mi avvisò che era meglio non entrare . Guardai verso il soffitto e mi resi conto che era pieno di serpenti fra le travi della struttura, serpenti   di dimensioni diverse. Uscendo, il frate, sempre con una grande calma, mi ammonì: ‘Meglio non entrare perché i più grossi potrebbero caderti addosso!”

– Un inizio da film di avventure. Poi?

“P. Leone con la sua “campagnola FIAT” mi accompagnò in un luogo a pochi km da Aitape, da padre Antonino, originario di Piacenza, un altro frate francescano responsabile dell’allora lebbrosario di Aitape.Nella casa del frate, la stanza a me destinata era una bella camera vuota con solo il letto. Mi accorsi che sui muri c’erano scarafaggi, alcuni con le uova.Inondai la stanza di DDT con la pompa a stantuffo, come ormai da noi non si usava più. Rimasi a dormire alcuni gg in attesa che il “boat di Mondo X”, una barca semi cabinata, mi portasse all’isola di Seleo, mia ultima destinazione.”

– Qual era il clima in quel momento? Quale fu la reazione dei nativi?

“Era un pomeriggio con un sole caldissimo. Superata la barriera corallina, non resistetti al desiderio di un tuffo. L’acqua era eccezionalmente  trasparente: sembrava acqua di piscina.Non essendoci un molo per attraccare bisognava scendere dalla barca in acqua. Già un folto numero di persone e tanti “pikinini” (bambini) aspettavano  “questo individuo bianco”. Il tuffo  in acqua provocò  un urlo di gioia dei pikinini. Ero contento! I bambini non persero tempo a prendermi per mano per accompagnarmi verso la riva, sempre urlando di gioia. Anche gli abitanti del villaggio partecipavano manifestando gioia e mi accompagnarono verso la casa tipicamente coloniale: in legno con il tetto in lamiera”.

 Parlaci del’isola

“Era di circa 1,5 km di lunghezza per circa 700 metri di larghezza. I villaggi erano due, uno all’estremità dell’altro. Intorno alle 5/6 del pomeriggio, mi colpiva sempre uno spettacolo affascinante: centinaia di migliaia di pipistrelli lasciavano l’isola, volando verso la costa tra Aitape e Wewak, ma ne rimanevano tanti ancora nell’isola e, a sera inoltrata, andavano, volando tanto basso  che sembrava ti venissero addosso, a mangiare tra gli alberi la papaia. Erano pipistrelli, chiamati “flying foxes” , volpe volanti, con un’apertura alare di un metro. Facevano impressione!. Una sera, a tarda ora, dopo aver mangiato pesce, fritto e arrosto, con le mani  in compagnia degli indigeni, seduti sulla sabbia attorno a un falò, m’ incamminai verso la mia casa, a circa 200 metri. Non avevo  la lampada a petrolio e il buio era fittissimo. Era però una magnifica  notte  stellata. Mai visto le stelle così vicine! A un tratto,  mi sono visto arrivare all’altezza della testa un pipistrello e dalla paura mi sono accovacciato. Mi spaventò la sua apertura d’ali. Silenzioso, mi passò sopra la testa, frusciandomi.”

– Oltre ai pipistrelli, ci furono altre difficoltà?

“Mi resi conto immediatamente  che era necessario provvedere all’acqua (potabile e per altri usi), quindi,  partii con il “boat Mondo X” verso Aitape e poi verso il villaggio di Pes, da padre Leone, accompagnato da due “kanaka” (uomini), Robert e John , che diventarono, poi, i miei angeli custodi nelle traversate dall’isola ad Aitape. Cercavo un fusto cilindrico in ferro “petrol drum”, usato per il gasolio. Dovevo pulirlo bene e non fu facile sgrassarlo dai residui. Misi il fusto fuori dalla cucina su  un cavalletto abbastanza alto, per far convogliare  l’acqua piovana dal tetto  casa al drum, acqua che poi andava depurata con una pastiglietta.”

– C’è stato un episodio particolarmente memorabile?

“I primi giorni  ero affascinato dalla sabbia bianca e finissima e dalla limpidezza dell’acqua; quindi, stavo spesso in spiaggia e facevo il bagno nella parte più profonda della barriera corallina. Di fronte a me c’era una altra isoletta: Sant’Angel, molto piccola e con altre capanne di nativi. Un giorno, mentre avevo i piedi sulla battigia  all’ombra di un cocco, mi accorsi che un serpente abbastanza lungo, non particolarmente grosso, con anelli colorati lungo il corpo, strisciava nell’acqua ai miei piedi proprio sulla battigia. Non fu più la stessa cosa nei giorni seguenti. Andavo sì al mare, ma invitavo i ragazzi a venire con me perché,  facendo chiasso e schizzandoci l’acqua addosso, l’acqua  diventava turbolenta e diventava un buon sistema per allontanare il pericolo del serpente sotto  piedi. Con i ragazzi era un divertimento unico e io mi sentivo più tranquillo”.

– I rischi  erano  dovuti solo ai serpenti?

 “Andavo spesso da padre Antonino, responsabile del lebbrosario di Aitape. Padre Antonino mi diede un solo ‘comandamento’: lavare sempre le mani e non camminare mai scalzo. La seconda condizione non era facile perché la voglia di camminare senza sandali, come tutti i nativi, era troppo forte. Un altro avviso fu quello di attraversare l’erba, quasi sempre alta, battendo i piedi per fare rumore: eventuali serpenti sarebbero “scappati”: mi sembrava di marciare come un militare.”

Come vivevi la quotidianità?

“Una signora del villaggio si era offerta di prepararmi il pane e quindi mi accordai con lei perché venisse tutti i giorni  a impastarlo a casa mia. Robert, per la sicurezza “morale” della signora, restava di guardia fuori dalla porta. Il mio predecessore aveva iniziato a costruire un ‘“Haus Tambaran”, una tipica casa con una facciata alta, fatta di foglie di cocco e palma, e addobbata con maschere tipiche dipinte. Durante alcune escursioni, incontrai altre Haus Tambaran, nell’entroterra di Aitape. Queste costruzioni, sempre fuori dai villaggi, erano destinate al rito d’iniziazione dei ragazzi in gruppo che venivano lasciati soli e anche a uomini anziani come forma sociale e religiosa. Continuai a finire la costruzione seguendo lo stile. Era alta circa 7/8 metri. Una sera, padre Antonino mi aveva invitato al cinema, dalle  suore, per vedere un film fra cow boy e  indiani americani. Partii un po’ tardi da Seleo e arrivato ad Aitape mi incamminai verso il lebbrosario. Incontrai padre. Antonino che era già partito con il suo furgoncino Toyota, dietro la cabina-guida c’era un van coperto da un telone. In cabina non c’era posto e il  sacerdote  Antonino mi invitò a salire dietro con altri ragazzi;  mi aiutò uno di loro, che aveva una mano ingessata: Anche gli altri avevano qualcosa di strano. Dopo qualche momento che mi ero abituato al buio mi resi conto con chi ero. Erano ragazzi del lebbrosario. Urlai  contro il frate con parole Irripetibili e come risposta sentii che dovevo stare tranquillo. E rideva come se nulla fosse. Come  come tranquillo!? Tutti lì dentro il telone volevano toccarmi le mani, in  segno di amicizia. Avvertii uno strano odore, odore  dolce-acre. Ebbi paura. Reagii   urlando di non toccarmi. Al ritorno mi sistemai nella cabina della Toyota in anticipo rispetto alla fine del film. P. Antonino, divertito dalla mia reazione, mi tranquillizzò: “Non è una forma contagiosa !”

 La tua fu una reazione comprensibilmente normale. Bisogna comunque stare attenti, non è così?

 “Ero molto giovane e bisogna fare attenzione ai  fluidi corporei dei lebbrosi. A casa, comunque meditai sull’accaduto. C’erano bambini che non avevano le scarpe, ma c’erano pure bambini che non avevano i piedi.” 

 Com’era la vita con  gli autoctoni?

“I giorni  erano lenti e, spesso,  la sera andavamo a pescare con la canoa tipica di quelle Isole, scavata in un tronco d’albero,  e con un altro mezzo più piccolo ma lungo quanto la canoa stessa, che faceva da “contrappeso”. Avevo una rete talmente piena di fori che non sarebbe stato possibile prendere pesci. Eppure, verso le 5 del pomeriggio, con Robert buttavamo la rete e bisognava riprenderla dopo mezzora-tre quarti , tanto era piena. Il pescato era così abbondante che bisognava cucinare subito i pesci perché  non potevano  reggere fino al giorno dopo. Dopo la pesca, si mangiava tutti seduti sulla sabbia in circolo con al centro di un bel fuoco e, a turno, gli indigeni introducevano continuamente i loro discorsi con “mi laik toc toc dìspela” (io vorrei dire questo). Io portavo le scatolette di burro per friggere, molto apprezzate, perché il pesce era  più gustoso! Di pomeriggio, in genere, le donne andavano a pescare con le frecce di un metro e mezzo di lunghezza fatte di canna e con tre tagli a un’ estremità per formare tre punte affilate. Un giorno, nella rete, si incagliò un piccolo squalo. Avevo con me un coltellino, , ma non riuscivo a infilzare: la pelle era  durissima.  Pensavo a come doveva essere dura quella degli squali più grossi!

Il mare era sempre così generoso?

Un giorno, durante il ritorno con il boat verso Seleo, mentre leggevo, Robert mi avvisò concitatamente che si stava avvicinando un’onda anomala. Il mare era una tavola, ma quell’onda, muta, faceva paura: era alta almeno 7-8 metri (uno tsunami). Sceso dalla cabina , Robert, impietrito,  girò la barca con la prua verso l’onda che ci sollevò . Avevo il  fiato in gola! Finì con una bella risata, tipica di quando si esorcizza la paura.Una volta vidi una scena incredibile: pesci che saltavano fuori dal mare per sfuggire ad altri più grossi, che li avrebbero mangiati! Corsi a prendere la canoa , per godermi lo spettacolo eccezionale da vicino.Ero talmente incantato e attonito che non mi accorsi di alcuni pesci che, saltando, stavano entrando dentro la canoa. Che bello, la cena della sera era pronta e l’avremmo consumata, come al solito, seduti sulla sabbia, attorno a un falò, tutti insieme!”

A parte il burro per rendere il pesce più gustoso, hai provato di portare qualche novità?

“Per facilitare  uomini, donne e bambini, che, durante la settimana, andavano dall’isola al mercato di Aitape misi a disposizione il boat di Mondo X, più sicuro nella traversata rispetto alle loro canoe e, approfittando di questo viaggio, pensavo che avrei potuto agevolarli maggiormente, acquistando i prodotti di scatolame e generi in lattina on  uno dei due supermercati di Aitape, dedicato agli indigeni, diverso da quello dei bianchi e dei missionari, per rivenderli, allo stesso prezzo. Nell’isola c’era un piccolo gazebo coperto, fatto di palme di cocco, che poteva servire per a questa operazione. Pensai di fare una cosa buona e utile, ma fallì velocemente perché ad Aitape, gli indigeni andavano per barattare pesce secco con prodotti agricoli che venivano da lontano, dall’entroterra. Non si usavano soldi,  ma solo baratto, scambio di prodotti e merci.”

 L’inglese era la lingua di comunicazione. Hai avuto qualche difficoltà?

“Ho un risvolto divertente. Il vescovo di Aitape mi chiese se poteva  trascorrere dame un paio di giorni, di  fine settimana. Ero più che contento, ero onorato! Al molo eravamo in attesa che arrivasse il boat MondoX quando al vescovo dissi, in inglese: ‘Bishop. If you are waiting your shit, don’t be worry, because I’ve a lot of shit at home’ Il vescovo trattenendosi dal ridere mi girava le spalle. Non contento, gli sono andato ancora di fronte e ho ripetuto: “Really, Bishop, I have a lot of shit at home. It is enough! E lui, trattenendosi dal ridermi in faccia: ‘Ok Giusseppe, don’t be worry you’.Il vescovo ritornando a casa sua, come sempre si mise alla radio e raccontò alle varie stazioni della missione la mia involontaria e divertente  gaffe a notizia era volata e non solo per tutta la diocesi di Aitape, ma anche nelle stazioni missionarie di altre religioni nella foresta. Un ex pilota della RAF, della secona  guerraondiale, meccanico di vari motori, soprattutto di trattori per conto della missione, mi invitò a visitarlo qualche volta per darmi lezioni di inglese. Voleva aiutarmi per rimediare alla gaffe fatta col vescovo. Mi spiegò la differenza di pronuncia tra “shit” (cacca) e “sheet” (lenzuola). Io avevo detto al Vescovo: “Non si preoccupi di portare la sua ‘shit’, perché a casa ne ho tanta!”

– Eri molto giovane allora. Durante quel soggiorno, hai avuto problemi di salute?

“Dopo circa 6/7 mesi, cominciai a non prendere più le pastiglie per la malaria e,infatti, febbre e brividi non si fecero aspettare molto. Avevo sottovalutato il pericolo. A Seleo ebbi un forte mal di testa con febbre alta e freddo da dovermi coprire con una coperta durante la notte. Fuori erano sempre 40°Ripresi la “clorochina” ma avevo soltanto rimandato gli attacchi. In piena notte,  mi bussò una mamma con un bambino neonato, forse 2-3 mesi: il bambino urlava e scottava di febbre. La mamma mi chiese: “merisin bilong pikinini” (medicina per il bambino).Cosa potevo fare? Cosa dovevo fare? Presi una mezza clorochina e la frantumai in polvere in una tazza, gliela feci bere poi aspettai che il bambino smettesse di piangere. Un’altra volta si presentò un omone, alto, robusto, con una coscia, insanguinata per un’infezione. Mi chiedeva “merisin e gli dissi più  volte che l’avrei portato in ospedale con il boat, ma si rifiutava e ogni volta che dicevo ospedale notavo paura nei suoi occhi.Avevo un piccolo contenitore di penicillina e gli spruzzai un po’ di polverina. Gli dissi di non sedersi per terra. Oggi, mi chiedo dove mai avrebbe potuto sedersi se non sula sabbia, come tutti da sempre? L’indomani vidi che, passando davanti casa, non aveva quasi più niente! Miracolo? No. Semplicemente, non avendo mai usato penicillina, l’effetto della medicina fu immediato e risolutivo. La febbre era sempre più forte e anche i brividi di freddo. Non avevo voglia di mangiare e mi limitavo a spaghetti al burro o all’olio, oppure riso. Intorno a tutta la cucina non era possibile lasciare residui di cibo,  ma neanche odori perché arrivavano certe formiche veramente grosse. Per togliere una continua arsura bevevo birra, fortunatamente fresca grazie al frigorifero che funzionava a fiammella con gasolio e avevo cominciato a fumare tabacco dentro rotolini di giornale tipo quotidiano.

Hai cercato d’integrati con gli indigeni?

“Un giorno, giunto in una località nei pressi di Aitape, ebbi  l’infelice idea di provare a masticare una bacca che faceva diventare la bocca rossa, come fosse insanguinata. Robert mi aveva sconsigliato di prenderla e, infatti, dopo averla masticata, oltre alla bocca rossa, mi venne un forte mal di testa, insopportabile. Barcollavo e Robert, con molta discrezione, controllava la mia reazione. Questa bacca la masticavano anche le mamme e dopo averla resa poltiglia la davano ai loro bambini di circa 3-5 anni: era una “droga” leggera per attenuare i morsi della fame e per tenersi un po’ su. Un altro giorno, trovandomi a Pes, andai verso un villaggio vicino, alcuni km in mezzo alla giungla. Un gruppo di ragazzini mi faceva da scorta, alcuni facevano largo attraverso la vegetazione col “bush-knife” (macete). Lungo il tragitto c’erano strapiombi, che si potevano attraversare passando su tronchi messi per superarli. I ragazzini ci passavano sopra tranquillamente, io a cavalcioni! Da lontano, si sentiva il suono di un TamTam e i ragazzi mi informarono che il villaggio avvertiva del mio arrivo.”

Quali altri rischi hai corso? 

“Da  Aitape partii con un piccolo piper verso un villaggio a nord di Aitape. Il pilota, Vincent, era figlio di siculo-australiano che si spanciava dalle risate perché alcune parole, chiaramente sconce, gli ricordavano i suoi genitori. Non sapeva parlare italiano ma conosceva alcune di queste parolacce. Con il piper, attraversai una sorta di catena montuosa folta di vegetazione, una foresta impenetrabile  e spesso c’erano vuoti d’aria. La pista di atterraggio era appena in salita, con alla fine un burrone. Vincent mi incoraggiava sorridendo e cercando di tranquillizzarmi perché io ero “abbastanza” teso! Arrivato a destinazione mi accolse un frate italiano di Carpi, padre Egidio Catellani. Stanco, la sera mi addormentai quasi subito sempre sotto una rete anti zanzare. Al mattino, il frate aveva raccolto alcuni topini, erano piccoli e li diede ai bambini, che furono  tutti  felici e contenti,  perché, mi spiegò il frate, avrebbero mangiato un po’ di carne: era  come per noi mangiare un coniglio. Mi resi conto che quei topini erano quelli che avevo sentito provare a mangiarmi le unghie dei piedi durante la notte. Qualche giorno dopo, fui invitato da una ragazza australiana, infermiera alla missione, per  andare nella foresta per il suo solito giro di medicazioni e altro. Lei su una cavalla, io con un cavallo. Appena partiti, il cavallo aveva sentito che la cavalla era in calore e la voleva montare, non mi scalciava come tipico dei cavalli,  ma mi faceva sbattere contro il muro. Io tiravo talmente forte le redini e non capivo come mai non gli facessi male da squarciare il muso al cavallo. Il frate mi aiutò a scendere  e subito, la ragazza fece una puntura che tranquillizzò il cavallo. Io rimasi nella missione e la ragazza partì lo stesso, sebbene in ritardo. Era in programma che avremmo trascorso la notte in qualche piccola capanna della foresta.”

Con il passar del tempo ti sei mai ammalato?

“Sì. Ebbi  un attacco di febbre malarica. P.Leone, sapendo della mie condizioni di  salute, nonostante i miei continui “no”, mi fece il biglietto per tornare a casa, in Italia. A malincuore accettai. Finiva così la mia avventura in Seleo, gli abitanti mi fecero festa e tutti vennero a salutarmi quando, sempre con il boat, lasciai l’isola. Ero commosso!”

Problemi al ritorno?

“Da Aitape a Wewak con un piper. Da Wewak avrei dovuto proseguire verso Port Moresby, ma l’aero aveva terminato le sue ore di volo e non poteva ripartire. Nel piccolo terminal, incontrai una bella ragazza, Penelope,

capelli rossi e lentiggini in volto, ci presentammo e subito dopo io andai a dormire nell’albergo che ci era stato destinato. Il giorno dopo, Penelope mi disse che la sera mi aveva aspettato in piscina. Lascio immaginare come mi sentii “citrullo”. Arrivato a Port Moresby fui ospitato nei locali della Curia. Lì era piena notte, ma giorno in Italia e fui chiamato da P. Eligio. I frati mi chiamarono a lungo: “Giusseppi telephon” e io, a voce alta rispondevo continuamente: “si, siiii”. Non capivo come mai non capissero che avevo sentito e mi dovevano dare il tempo di accendere almeno una torcia elettrica. L’indomani i frati ridendo mi spiegarono che il mio “sii” per loro era “vedo”(in inglese “see”).Arrivai a Roma, dopo un breve scalo a Teheran, e fui contento di rivedere con grande emozione, mio fratello Riccardo e mia mamma. Stava per iniziare un’ altra meravigliosa avventura, la conoscenza di una bella, affascinante e simpatica ragazza: Mary, poi mia moglie.”

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