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Don Matteo Pino,  IL PRETE CHE NON VOLEVA ESSERE CHIAMATO MONSIGNORE

Oiginario di Francofonte,   voleva vivere il vangelo, scomparso 10 anni fa

FU ARCIPRETE DI AUGUSTA PER 25 ANNI (1974-1999)

di Giorgio Càsole

Augusta. Don Matteo non voleva fare il parroco. Voleva continuare a fare il prete in mezzo ai lavoratori nelle industrie, voleva continuare a portare il messaggio di Cristo in ambienti dove gli uomini in talare  nera erano malvisti o appena tollerati. Don Matteo era il cappellano dell’ONARMO nell’area industriale aretusea. ONARMO è la lunga sigla di Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai, organizzazione di assistenza religiosa, sociale, sanitaria ed economica degli operai, fondata nel 1926 e sciolta nel 1971. Pur essendo per natura molto timido, ma fortemente innamorato di Cristo, don Matteo, da cappellano dell’ONARMO,  era riuscito a portare per anni il messaggio evangelico nei cantieri di Rasiom, Sincat, Liquigas, Eternit, Celene. Da giovane presbitero, aveva assistito alla trasformazione d’un’area a vocazione agricola a zona industriale. L’insediamento delle industrie era stato reso possibile grazie alla distruzione degli agrumeti che occupavano l’area e grazie a una forza-lavoro imponente. Don Matteo si era già cimentato in questo genere di apostolato fra operai,  quando aveva collaborato con la sezione provinciale delle ACLI (Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani) e con la Pontificia Opera di Assistenza (POA), l’organizzazione di assistenza voluta da papa Pio XII per scopi assistenziali, a favore dei lavoratori italiani, specialmente senza occupazione; attiva dal  1953 al 1970, la POA si preoccupava, soprattutto, di fornire beni alimentari di prima necessità. Grazie ai continui contatti con il mondo del lavoro, don Matteo aveva superato in una certa misura la sua innata timidezza, pur continuando a esercitare le doti  della mitezza e della carità pastorale, “che lo rendevano ‘accorto nel tacere e tempestivo nel parlare’”, ha sottolineato l’arcivescovo emerito di Siracusa, Giuseppe Costanzo, citando un motto di san Gregorio Magno, tratto dalla regola del grande papa ai pastori d’anime. Doti che, quasi sicuramente, erano state intraviste già dal predecessore di Costanzo, Calogero Lauricella, che convocò don Matteo, dopo il trasferimento a Caltanissetta, quale vescovo di quella diocesi, di Alfredo Maria Garsia. Garsia, di antica ascendenza spagnola, aveva lasciato vacante l’incarico di parroco della chiesa madre di Augusta, che aveva tenuto per un anno, prima d’essere consacrato vescovo, nella stessa chiesa,  il 2 febbraio 1974, dal cardinale Salvatore Pappalardo.  Pochi giorni dopo, Lauricella interpellò don Matteo per saggiare la sua disponibilità a essere il successore di Garsia. La risposta fu un deciso No. Il presbitero fece  notare al suo superiore che sia Ettore Baranzini, l’arcivescovo che l’aveva ordinato sacerdote, sia Giuseppe Bonfiglioli, immediato predecessore di Lauricella, non l’avevano ritenuto adatto a fare il parroco.  Inoltre, don Matteo manifestò il desiderio di mantenere l’incarico che in quel momento svolgeva: quello di assistente dei chierici che studiavano teologia a Catania. Nella città etnea, don Matteo viveva nello stesso appartamento dei chierici: una condizione  meno triste di quella che possono provare i parroci. Costoro nelle case canoniche conducono un’esistenza di solitudine. Don Matteo aveva trascorso un’infanzia, tutto sommato, solitaria. Nato a Francofonte, non poté conoscere il padre, Pino di cognome, morto quando egli aveva appena due mesi. Lui riconosceva che  “la mamma ha saputo farmi da madre e da padre”. Però, quasi certamente,  aveva provato un vuoto affettivo: un sentimento che può averlo spinto  a  essere uno dei primi preti del  movimento religioso dei focolari, fondato nel 1943, dalla trentina Chiara Lubich, quale forza propulsiva per un rinnovamento spirituale e sociale, caratterizzato da uno spiccato senso della comunità. L’ideale della Lubich era ed è altissimo: quello di un affratellamento universale, quello di far sentire tutti gli esseri umani facenti  parte di un’unica famiglia, secondo il mònito evangelico di Giovanni “Che tutti siano uno”. Un ideale cristiano che non poteva non affascinare il prete di Francofonte, che disprezzava potere e denaro. Disprezzo anche di ogni vanità, come don Matteo ha saputo dimostrare sin dai primi momenti di parroco della chiesa madre. L’incarico fu imposto da Lauricella al riluttante prete e da lui accettato, con umiltà,  per obbedienza. Il 7 luglio 1974 rappresenta la data di inizio del suo incarico, durato ben venticinque anni, fino al 7 luglio 1999, durante i quali  mai ha pensato al suo personale interesse, anzi spendendo del proprio, com’è dimostrato dall’acquisto del locale adibito, in Via XIV ottobre,  al centro Agape, nei pressi della parrocchia. “Agape” per gli antichi cristiani era il convito tra i fratelli di fede. Don Matteo ha tentato di vivere il Vangelo giorno per giorno, alla lettera, disprezzando denaro, pompa e vanità, venendo schernito per questo dai sepolcri imbiancati,  come Gesù chiamò gli ipocriti, qualcuno dei quali persino presbitero . Ricordiamo che nei Vangeli Gesù stesso condanna i Farisei, da lui appellati  “sepolcri imbiancati”, i sepolcri resi gradevoli all’aspetto per nascondere una realtà di corruzione e putrefazione, qual è quella del corpo morto. Gesù bollava i farisei come sepolcri imbiancati, col significato di ipocriti, perché si sentivano perfetti obbedendo solo ai riti esteriori della religione, essendo sordi alla carità, come oggi ci sono fedeli o sacerdoti che si ritengono buoni cristiani solo perché vanno a messa o predicano bene. Qualcuno, spregiativamente, definiva don Matteo come un donabbondio, ma molti fedeli lo apprezzavano e non pochi sentivano la messa nell’appartamento in affitto, dove viveva una volta cessato l’incarico. Era ostacolato persino dal suo successore in chiesa madre,  che, però, non poté impedirgli di fargli celebrare in chiesa la messa solenne del 6o° di sacerdozio nel giugno 2011. Evento raro la celebrazione di un sessantennio di sacerdozio, potremmo dire rarissimo. In tempi in cui, cioè, i sacerdoti sono sotto mira e sotto assedio per problemi legati alla pedofilia o ai rapporti con donne, è davvero inusuale che un sacerdote festeggi le “nozze di diamante” con l’ordine presbiterale, com’è raro, del resto, vedere oggi una coppia che celebri i sessant’anni di matrimonio. Mentre era parroco della più importante chiesa augustana, padre Pino ha sempre testimoniato il suo fervido attaccamento ai valori evangelici di fraternità e solidarietà, senza dimenticarsi di quello, grandissimo, che è il disprezzo dei beni terreni, come ricordava Gesù a quell’uomo che voleva farsi suo discepolo: “Va’, vendi tutto, da’ il ricavato ai poveri e seguimi.” Nella circostanza el 60°, don Matteo aveva vicino gli esponenti della comunità “Agape” da lui fondata, altri amici e   l’arcivescovo Pappalardo di Siracusa. Don Matteo Pino è scomparso il 27 ottobre 2014, alla venerabile età di 87 anni.  Al funerale, in quella che per 25 anni era stata la sua chiesa, la bara era di  legno chiaro e sulla stessa bara c’erano il Vangelo, aperto,  e una stola. L’immagine  rievocava immediatamente il funerale di Giovanni Paolo II, anch’egli all’interno di una bara di legno chiaro con il vangelo sopra, che il vento  sfogliava imperiosamente.  Morto povero, il  corpo di don Mateo Pino riposa ne cimitero di Augusta, all’interno della cappella di Carmelo Antonio Cacciaguerra, con cui non aveva alcun rapporto di parentela. Padre Pino aveva diritto a usare il titolo di monsignore, ma voleva essere chiamato semplicemente don Matteo. Fulgido esempio di sacerdote testimone del Vangelo, è stato ricordato di recente da un nutrito gruppo di amici fedeli,  in occasione del decennale della morte.

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