La storia di Franca Viola in un dramma scritto e diretto dall’augustano Pierpaolo Saraceno, con Mariapaola Tedesco,protagonista assoluta, di Augusta.
“LA DONNA CHE DISSE NO” rivive grazie a due giovani di Augusta
di Giorgio Càsole
Buio in sala. Una lampada si accende e illumina il proscenio. Un silenzio carico di tensione. Dopo qualche istante, si avverte un suono indistinto, come di un lamento continuo, che a tratti si fa più acuto e si avvicina sempre più. D’un tratto senti il suono accanto a te, emesso da una bella ragazza, la tunica bianca che lascia trasparire le gambe lattiginose, i capelli sciolti sul pavimento. La ragazza striscia carponi in platea, il volto travisato da una smorfia di dolore. L’occhio di bue (il riflettore con il suo fascio di luce orientato su una persona) non segue la ragazza. L’atmosfera è raggelante. La ragazza ti guarda con i suoi begli occhi sofferenti e interagisce con te: ti fa segno del silenzio con il dito indice. Siamo già in piena empatia. E’ l’esordio da tragedia greca del dramma teatrale “La donna che disse di no”, basato sulla storia vera della siciliana Franca Viola, scritto, diretto e interpretato da Pierpaolo Saraceno , con Mariapaola Tedesco nel ruolo del titolo, entrambi augustani. La sua storia fece scalpore, tanto da ispirare il film “La moglie più bella” (1970) , diretto da Damiano Damiani, con l’allora quattordicenne Ornella Muti. Franca Viola, di Alcamo, nel 1965, a 17 anni d’età, fu rapita dal suo ex fidanzato, Filippo Melodia, che la segregò per otto giorni e la violentò pensando di poterla poi sposare, favorito dalla legge allora vigente. Non fu così. Franca Viola rifiutò di acconsentire al cosiddetto matrimonio riparatore. Melodia scontò dieci anni di carcere (fu ucciso nel 19789 nei dintorni di Modena dov’era stato confinato per due anni in soggiorno obbligato); Franca Viola sposò un altro e tuttora vive. Grazie al suo gesto coraggioso, che fu sostenuto da tutta la sua famiglia, compiuto prima della cosiddetta rivoluzione sessuale, la legislazione penale italiana ha subìto profonde modifiche. Nel 1981 l’articolo 544 del codice penale fu abrogato. Dal 1996 lo stupro è considerato reato contro la persona, non contro la morale. L’articolo 544 era quella norma che consentiva l’estinzione del reato grazie al cosiddetto matrimonio riparatore. Il dramma di Pierpaolo Saraceno prende le mosse proprio dalla scansione lenta e sofferta dei numeri che compongono la cifra: una scansione che rinvia alla sofferenza patita dalla donna a causa della violenza fisica prima e psicologica dopo: una donna che, seppur giovane e, tutto sommato, innamorata, vuole restare libera e, soprattutto, non vuole avere rapporti con i boss mafiosi. La violenza subìta è percepita dallo spettatore immediatamente, anche attraverso la gestualità: la donna si rannicchia in posizione fetale, quasi a chiudersi in sé stessa per il rifiuto della terribile esperienza e poi si tocca a mostrare quasi il sangue versato della deflorazione. E’ un inizio di tipo cinematografico. Si incomincia, cioè, partendo dalla fine, sì che lo spettatore non prova l’emozione dell’attesa del finale. Lo spettatore deve provare emozioni forti, grazie alla recitazione, ai movimenti coreografici, alla scenografia, al dosaggio delle luci, alla musica, quasi in un crescendo che raggiunge il suo acme, il culmine, nella mimesi dello stupro. Un dramma espressionistico, sostenuto da due soli attori, di forte impatto emotivo, che si inscrive nel solco di un teatro civile per formare le coscienze. Scroscianti e ripetuti gli applausi, specialmente, per la sorprendente prova di Mariapaola Tedesco, presente sulla scena ininterrottamente per cinquanta minuti e oltre. Franca Viola, oggi, ha 77 anni. Ha incontrato Mariapaola Tedesco, dopo una recita in giro per l’Italia,e, senza parlare, ha abbracciato commossa l’attrice. Tratto dalla rappresentazione teatrale un corto, che sta riscuotendo consensi nei circuiti festivalieri dei corti.

