L’EX PARROCO PAOLO PANDOLFO: COMBATTERO’ FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
di Giorgio Càsole
Un prete è stato condannato in I grado a quattro anni e sei mesi per violenze sessuali nei confronti di svariati minori; un altro prete che ha suscitato clamore mediatico per la sua relazione omosessuale, è stato allontanato dalla sede per qualche mese, ma poi è stato reintegrato nella pienezza del ministero sacerdotale; un altro, rimandato a giudizio per estorsione, non ha subìto alcuna restrizione dal suo vescovo e continua a dir messa ovunque. Di fronte a queste notizie Paolo Pandolfo reagisce con interrogativi che suonano come schiaffi morali contro la gerarchia ecclesiastica: interrogativi quali: “Posso ancora credere che la priorità della Chiesa sia una giustizia uguale per tutti?” Paolo Pandolfo, di cui ci siamo occupati più volte nei mesi scorsi, dopo la riduzione allo stato laicale, avverte questa condanna senz’appello come “un atteggiamento riprovevole perché questa sentenza era già voluta prima di ogni processo diocesano e richiesta alla Congregazione con dissolutezza e caparbietà. Posso avere la libertà di pensare che in questa chiesa è ancora applicato l’esercizio del comparato, grazie al quale se sei amico dell’amico non hai nulla da temere?”
A Lei sono stati contestati reati come la sottrazione di beni preziosi della Chiesa, come pezzi d’argento, e la vendita di essi per scopi personali
“I miei errori non sono stati di estorsione di scandali sessuali, ma un condizionamento interiore, un atteggiamento compulsivo ad acquistare, che mi hanno portato a commettere errori economici che non mi hanno arricchito ma solo impoverito e di questi errori economici ne stanno godendo coloro che mi sono succeduti nelle parrocchie da me guidate, che hanno trovato ciò che di più bello e utile può avere una parrocchia: tutti coloro cui ho dato anima, cuore, confidenza e familiarità, anche se si sono dimenticati di tutto quello che hanno ricevuto da questo povero e miserabile sacerdote peccatore”.
– Lei muove precise accuse al suo ex superiore, il vescovo Lo Manto. Vuol chiarire.
“L’arcivescovo, ancor prima che la Congregazione si pronunciasse sul procedimento diocesano conosceva già il risultato di condanna. Allibii da questa anticipazione senza che ancora il mio difensore avesse letto il procedimento diocesano: già ero condannato. Questo è assolutamente indiscutibile e io stesso lo facevo mettere a verbale da inviare alla Congregazione per avvenuta consegna della lettera. La domanda che mi distrugge l’anima è perché sentenza inappellabile, quando tutti hanno diritto alla difesa fino all’appello finale?
– Si sente dimenticato?
“Mi sono arrivati tani messaggi di solidarietà, ma a coloro che mi esortano a perdonare rispondo che non si può fare il moralismo con il culo degli altri e che il perdono non è umano, ma divino. E voglio ricordare che cosa significa il dolore dell’anima, quello che ti uccide dentro giorno dopo giorno, il dolore del cuore che ti tormenta ogni giorno, che non ti dà pace e ti fa pensare che la tua vita non ha più senso se non puoi essere quello per cui sei nato”.
– Cosa si sente di dire ai lettori?
– Credo che la mia condanna senz’appello, con la riduzione allo stato laicale, non ha pari nella storia della diocesi di Siracusa, ma chi pensa che mi arrenderò a questa sentenza ignobile si sbaglia amaramente perché non smetterò di combattere finché avrò l’ultimo respiro giacché ho creduto, credo e crederò sempre che il Signore mi abbia voluto sacerdote di Cristo e della Chiesa”.
– Quali sono oggi le Sue prospettive?
“C’è una strada davanti a me che lo Spirito Santo ha voluto mettermi nel cuore e, con la grazia di Dio, la realizzerò per continuare a servire Cristo e la Chiesa.”
– Vuole dare un messaggio ai sui ex parrocchiani?
“A chi ha ancora un po’ di stima e di affetto non chiedo di farsi sentire o di farsi vivo. Chiedo solo di pregare perché tutto i realizzi. In conclusione, vorrei dire loro: ‘Non scalare montagne per chi non è disposto a saltare un gradino per te’”.

