Quattro mesi fa ci lasciava Vittorio Ribaudo. Lo ricorda Totò De Simone, suo braccio destro per 50 anni
di Giorgio Càsole
Vittorio Ribaudo, Palermo (15/2/1937), era il terzo di una numerosa figliolanza, oggi dispersa a causa dell’emigrazione interna di oltre settant’anni fa. I fratelli di Ribaudo, come molti siciliani che emigrano all’estero (e per molti di loro l’Italia è estero), sono diventati imprenditori di successo nell’hinterland milanese. Anche Vittorio Ribaudo è stato emigrante, seppure emigrante di lusso. Precoce campione di tennis a Palermo, compì giovanissimo il grande balzo verso il settentrione d’Italia per gareggiare sui campi rossi e diventare un grande sportivo. A causa d’una malattia, fu costretto all’immobilità e un giorno, come ispirato, avvertì l’urgenza di prendere in mano matita e colori per disegnare e sconfiggere la noia dovuta alla costrizione a letto. Fu una rivelazione. Da allora, Ribaudo non ha più abbandonato carboncino, matite e tele; anzi, ha arricchito il suo bagaglio d’artista rivolgendosi ai pennelli, ai legni, ai materiali più disparati (dalle pelli alle pietre preziose).
Ribaudo aveva scoperto la sua seconda vocazione: essere pittore, riprodurre i colori abbacinanti della sua Sicilia, strappandola agli stereotipi abusati dell’immaginario collettivo, persino degli stessi siciliani: essere siciliano ed essere messaggero di una cultura di vita, non di morte, di tensione vitale e di aspirazione al bello, non di chiusura e di cupa introversione. Ribaudo, che si professava profondamente religioso e devoto di padre Pioda Pietrelcina, pur non essendo praticante, amava dire: “Dio m’ha dato la mano destra per il tennis e la sinistra per la pittura”. Per molti anni, egli ha servito coscienziosamente le due vocazioni, peregrinando per l’Italia come maestro federale di tennis e come artista, allevando campioni sulla terra rossa, ma anche nel campo della sperimentazione pittorica. Il suo vagabondare trovò il suo limite oltre mezzo secolo fa, quando, chiamato come tennista per insegnare a un vivaio di giovani, si fermò ad Augusta, città che, per il suo immenso porto, è diventata simbolo di quel polo petrolchimico che ha attirato l’attenzione di giornali e tv. Reduce da un matrimonio sfortunato con una palermitana che gli aveva dato una figlia, in un momento di grande sconforto, egli indirizzò una lettera a padre Pio, a San Giovanni Rotondo. E padre Pio rispose, benedicendo l’artista implorante. Ad Augusta il campione di tennis, che già si comportava come il classico artista estroverso, conobbe una bellezza locale, di diciotto anni più giovane di lui, e fu il classico colpo di fulmine. Ne sono conseguiti l’annullamento del primo matrimonio, il nuovo matrimonio e due figli maschi. Messe radici, Ribaudo non s’è più mosso da Augusta, con tutte le conseguenze (e i rischi) che la permanenza in un piccolo centro comporta per uno che vive solo d’arte. Innamorato della sua Adriana, della sua pittura e della sua vita, tuttavia, non stava fermo; girava tutta la Sicilia, andava a Montecarlo, a Caracas in Venezuela, a New York, in Germania e in Giappone, applicando il motto oraziano del “carpe diem”. Come un signore rinascimentale, amava circondarsi d’una corte di amici, allievi, estimatori, assaporando “il midollo della vita”, sino in fondo, come se l’oggi fosse l’ultimo giorno da vivere. Ribaudo ha sperimentato praticamente tutto, anche come artista, diventando famoso per i suoi “legni”, che egli sceglieva con cura certosina, per riprodurre i suoi sogni e le sue fantasie sfruttando il legno in ogni sua impercettibile vena: il legno diventava così opera d’arte, specialmente quando egli illustrava episodi celebri dell’”Inferno” dantesco; le pietre preziose erano per lui degne delle riproduzioni dei canti del “Paradiso”. Delle nuove opere di Ribaudo è riduttivo parlare di semplici tele; in taluni casi ci troviamo di fronte a un ibrido, che appare una novità assoluta, da suscitare ampi consensi. Ci riferiamo alle “pittosculture” (neologismo, questo, che potrebbe attestarsi anche in virtù proprio di questi esperimenti ribaudiani). L’ex tennista non sopportava più i limiti imposti dalla superficie del quadro; la sua anima è come schizzata dalla tela, prepotentemente. Come da tennista ha voluto, un giorno, correre l’avventura artistica, dedicandosi alla pittura su legno, soprattutto, e conquistando la notorietà proprio per queste sue opere (pochi tocchi di colore vivificavano un inerte tronco di legno, dandogli dimensione e dignità d’opera d’ arte), così da pittore-artista, che quel legno riduceva a icona da appendere e da ammirare, ha voluto abbracciare e concretizzare l’idea della scultura, senza, tuttavia, tradire la materia primigenia: quel legno che egli continuava a dipingere, a trasformare in segno artistico, fornendo al quadro una tridimensionalità altrimenti impensabile. La scultura lignea veniva , infatti, applicata a una tela su cui l’artista dipingeva sfondi e personaggi, che s’integravano visivamente e concettualmente con la scultura. Ed ecco la “pittoscultura”: opera, dunque, che non è solo quadro, non è solo scultura, ma tutt’ e due le cose insieme, fuse in un “unicum” ardito e originale, che, simbolicamente, può rinviare all’eterno desiderio dell’uomo di uscire dai suoi confini, di soggiogare e modificare la materia ai fini della glorificazione dell’umanità stessa, in una sorta di altrettanto eterna competizione con il divino. Vittorio Ribaudo s’è spento in Augusta il 2 aprile 2023, domenica delle palme. Due mesi prima aveva festeggiato il suo 86° compleanno e continuava a lavorare e a produrre. Ribaudo oggi viene ricordato, oltre che da chi scrive, da Gino Ponzio e dal suo braccio destro Totò De Simone, cui Ribaudo ha donato, prima di scomparire, un attestato di amicizia cinquantennale. Oggi l’opera sua è ripresa dal figlio minore, Stefano, che sembra avere ereditato il talento del padre.

