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Augusta. Convegno del Rotary a Palazzo di Città, ”Le due eredità di Enzo Tortora”

di Giorgio Càsole

Augusta. A distanza di trentacinque anni dalla morte di Enzo Tortora, avvenuta il 18 maggio 1983, e a quaranta dal drammatico arresto, alle 4 del mattino del 17 giugno 1983, il Rotary club, con il supporto della Fondazione Einaudi, ha organizzato, nel settecentesco salone del palazzo di città, un convegno per ricordare Enzo Tortora, uno dei padri della televisione italiana, e per parlare di giustizia o, meglio, di malagiustizia. Tortora, in quel momento, era  al  culmine del suo successo professionale come  conduttore e coautore del programma televisivo “Portobello”, un programma contenitore televisivo che andava in onda settimanalmente sul secondo canale della RAI, calamitando ascolti oggi impensabili: oltre 22 milioni di ascoltatori, con punte di 26 milioni e, addirittura, di 28 milioni. Fu arrestato come associato alla Nuova Camorra organizzata di Cutolo, condannato in primo grado, assolto con formula ampiamente liberatoria in appello, con il sigillo della Cassazione. Il dramma di Tortora è stato ricordato dal presidente rotariano di Augusta, Dario Valmori, che ha ricordato i 144 arrestati quel giorno solo per pura omonimia, da Salvo La Rosa, che ha condotto il convegno a mo’ di programma tv, mostrando non poche immagini di repertorio su Tortora, ma, soprattutto, da Francesca Scopelliti, compagna di Enzo, già senatrice per due legislature, presidente della Fondazione per la Giustizia Enzo Tortora. Sui problemi della giustizia italiana hanno parlato gli avvocati Dina D’Angelo, presidente della Camera Penale di  Siracusa, e Valerio Vanchieri, il quale si è soffermato sul caso dei fratelli Gallo di Avola, il primo più eclatante caso di malagiustizia della nostra repubblica. Alla fine del convegno, abbiamo rivolto alcune domande a Francesca Scopelliti.

-Possiamo spiegare il titolo del convegno: “Le due eredità di Enzo Tortora”?  Perché due?

“La prima eredità è quella culturale. Enzo era un uomo di cultura, un esempio per i giovani. Non penso d’essere retorica nel dire che Enzo merita d’essere ricordato fra i grandi del Novecento, accanto a Martin Luther King, a Gandhi, a Mandela, accanto a John Kennedy. Anche lui, come questi grandi della Storia,  s’è battuto per il suo giustizia. Paese per una giustizia giusta, pagando di persona, anche con la vita. L’altra eredità è quella che ha lasciato a me, a tutti.”

-A tutti?

“ Leonardo Sciascia, a conclusione del suo articolo pubblicato sul Corriere della sera il giorno dopo la morte di Enzo scrisse: “che non sia  un‘illusione”, intendendo  dire “facciamoci carico tutti”, ma proprio tutti, perché l’interesse è di tutta l’Italia. Non possiamo occuparci di giustizia solo quando, malauguratamente, siamo toccati dalla sferzata della malagiustizia”

L’altra eredità?

“Prima di morire, Enzo ha voluto costituire una fondazione da un notaio, dandomi mandato di continuare la sua battaglia come presidente della fondazione: da 35 anni, dalla morte di Enzo avvenuta il 18 maggio 1988,  continuo la sua battaglia. Sono andata in parlamento, a parlare con la società civile in incontri come questo, ma anche nelle scuole, a parlare con gli studenti, perché è lì che bisogna agire. Oggi abbiamo una società così arrendevole! Dobbiamo costruire la prossima società! Se qualcosa lasciamo, qualcosa rimane”.

Come reagire?

“La risposta alla poltroneria della politica dev’essere quella del popolo. Nel mio girovagare per l’Italia, sono capitata in un paesino della Calabria dove ho sentito questo proverbio: “Dove sputa il popolo, nasce una cattedrale”. Molta responsabilità ce l’abbiamo noi, perché se ciascuno di noi , con forza, facesse sentire al partito, al sindacato, un’esigenza di garanzia, di giustizia, a furia di sputare, qualche cattedrale spunterà”.

-L’obiettivo concreto è quello di ottenere la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati requirenti?

“Certo, sarebbe una garanzia per l’imparzialità del giudice, che dev’essere terzo fra pubblica accusa e difesa; oggi la figura del giudice è contaminata dalla vicinanza con la pubblica accusa. Occorre pure pensare alla responsabilità e alla valutazione dei magistrati: la responsabilità da sola non basta, giacché comporta una riparazione del danno, la valutazione previene il danno.  Se io magistrato vengo valutato onestamente, non per partigianeria o amicizia, venendo giudicato in base alle indagini che ho fatto, prima di mandare superficialmente qualcuno in galera, ci penso bene. Poi c’è il reato di abuso d’ufficio da cassare, un vero obbrobrio, e c’è da rispettare il limite  della custodia cautelare, custodia che dura anni in Italia.”

La figlia di Enzo, Gaia, ha recentemente pubblicato un libro sul padre. Serve alla causa?

“Io sono felice che, dopo 35 anni, ha deciso di parlare del padre; naturalmente, ha trovato terreno fertile, perché ho arato quel terreno per 35 anni. L’importante è riportare il tutto sul binario giusto della questione giudiziaria e politica. Io ho sofferto moltissimo. Quello che conta è la denuncia che ha fatto Enzo e portarla avanti.”

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