AUGUSTA, PRISUTTO E TRE CONFRATERNITE, LA SENTENZA E I DUBBI (LEGITTIMI) DEL FILOSOFO PATANIA
di Giorgio Càsole
AUGUSTA. Qualche giorno fa, con una sentenza ampiamente assolutoria, s’è concluso il lungo processo per diffamazione avviato dall’ex arciprete augustano, Palmiro Prisutto, noto come “il prete anticancro”. Sette anni fa circa, nel luglio 2016 fu reso pubblico, nella chiesa dedicata a San Giuseppe, attraverso un vistoso manifesto giallo, un vero e proprio atto d’accusa, firmato da tre confraternite religiose, contro Palmiro Prisutto, parroco della chiesa madre e rettore della stessa chiesa dedicata a San Giuseppe. Il manifesto fu egualmente reso pubblico nella chiesa delle Anime Sante e in quella della SS. Annunziata. Prisutto era accusato d’aver trattenuto per sé una somma di denaro, poco più di 6oo euro, frutto dell’affitto di un terreno lasciato in eredità alla chiesa di San Giuseppe, ma affidandone la gestione all’arciprete pro tempore, Prisutto era arciprete e si riteneva legittimato a gestire il làscito, anche se non ha messo all’incasso l’assegno. L’atto di accusa di quelle tre confraternite finì sulle cronache dei giornali. Prisutto coinvolse nel processo i giornalisti, che avevano dato spazio al comunicato delle tre confraternite, e il coordinatore delle confraternite, Pino Carrabino, attualmente assessore comunale. Il giudice monocratico di primo grado non ha dato ragione a Prisutto, ritiratosi nell’eremo dell’Adonai, dopo essere stato rimosso dall’incarico di parroco-arciprete dal nuovo arcivescovo siracusano, Lo Manto. Prisutto attende di leggere le motivazioni prima di decidere se fare ricorso, continuando così la sua battaglia.In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza di primo grado c’è anche una buona parte degli augustani, soprattutto di coloro che seguono Prisutto nelle sue iniziative ambientaliste. Perplesso, di fronte alla sentenza, un intellettuale militante della sinistra augustana, quel Mimmo Patania, storico della filosofia, che è stato anche segretario cittadino del Partito comunista italiano. “Si dice che le sentenze vanno rispettate”, osserva Patania, che prosegue: “ Certo, vanno rispettate! Ma il rispetto per le sentenze non può significare che si è obbligati a condividerle, almeno fino a quando il nostro Paese resta uno STATO DI DIRITTO. Esprimo, pertanto, la mia sorpresa dinanzi alla sentenza emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Siracusa per il quale “il fatto non sussiste”! Ciò significa che non c’è alcuna diffamazione nei confronti di don Palmiro da parte di coloro che lo hanno “insultato”? Mi chiedo: se “il fatto non sussiste”, se cioè non c’è diffamazione, ne consegue che don Palmiro è colpevole di appropriazione indebita? È questa la conclusione logica alla quale si deve arrivare? Perché delle due l’una: o don Palmiro ha commesso il reato di appropriazione indebita per cui non c’è alcuna diffamazione nei suoi confronti, oppure non arrivo a capire come si possa dire che “il fatto non sussiste”.Non sono un esperto del diritto e, quindi, posso anche ignorare alcuni meccanismi delle procedure giudiziarie, però la logica vorrebbe che dinanzi a due elementi in conflitto tra di loro, per esempio A e NON A, se è vero il primo non può essere vero il secondo, e se è vero il secondo non può essere vero il primo. Come direbbe Aristotele, “tertium non datur“, per cui o è vero A, o è vero NON A. Credo che siamo in molti a sperare che la sentenza con le sue motivazioni offra elementi di chiarezza in grado di fugare qualsiasi dubbio che legittimamente può sorgere.” Patania ha concluso semplicemente:“Attendiamo.”

