La taverna del glicine
Il nuovo racconto a puntate di Valeria Lombardo
Monica è una donna siciliana, con una laurea in agraria che non ha mai usato, perché mantenuta ancora dalla mamma con cui divideva il tetto.
Minuta, dai lunghi e folti capelli neri come i suoi profondi occhi, viso di un ovale perfetto e mani piccolissime sempre impegnate a sfogliare ricettari di cucina di tutto il mondo, viveva con la madre Romina, vedova da quasi dieci anni e dal carattere ostile. Abitavano in un modesto ma ampio appartamento, che il padre prima di andare a miglior vita aveva iniziato a ristrutturare, ma tutto rimase incompiuto compresa la cucina, poiché la madre non se ne occupò più, considerata la profonda crisi depressiva che la colse dopo la morte del marito.
Monica aveva avuto poche relazioni ma lunghe, finite tutte allo stesso modo e per colpa sua. Non amava la mondanità, preferiva circondarsi di pochi amici a cui però dava tutta sé stessa, a suo modo.
Federica ed Ernesto erano le uniche persone che frequentava, andava spesso a trovarli in casa e con loro trascorreva piacevoli serata. Lei gestiva un baby parking, una ludoteca dove i bambini si divertivano insieme a lei a trascorrere diverse ore. Lui aveva aperto con non poche difficoltà uno studio grafico, e di tanto in tanto svolgeva piccoli lavoretti artigianali, per arrotondare le entrate della cassa di famiglia e pagare il mutuo della casa.
Ernesto era quello più sfacciato nella coppia, talvolta sollecitava Monica a raccontare aneddoti delle sue storie passate e dei possibili flirt del momento, che puntualmente arrossiva e si imbarazzava al punto che o si cambiava subito argomento oppure con una buona scusa si alzava e andava via.
Non che le mancassero le opportunità per avere degli uomini ma aveva maturato la convinzione, viste la storia precedenti, che non fosse materia facile per lei, quelle dei maschi. E così si era rifugiata nella sua grande passione: la cucina.
Le sue giornate trascorrevano più o meno allo stesso modo; di buon mattino usciva per fare il consueto giro al mercato dove procurava gli ingredienti che potessero ispirarle una nuova ricetta, dalla scelta del pesce più fresco alle carni più pregiate, alle paste dalle farine più genuine per poi tuffarsi tra le spezie più aromatiche.
Lei si divertiva a creare, non si accontentava di seguire pari passo una ricetta scritta su uno dei tanti ricettari che collezionava da sempre. Tuttavia col tempo, da certe letture, aveva imparato ad accostare gli ingredienti, i tempi di cottura, la provenienza etc..
A casa come al solito l’aspettava la madre che viveva una vita arida, con l’unica fissa per l’ordine e l’igiene. Passava le giornate a sferruzzare con l’uncinetto e di certo non era interessata all’arte culinaria della figlia, anzi non faceva altro che ostacolarla nella sua passione, denigrandola ogni qualvolta le sottoponesse una nuova pietanza.
Monica non aveva mai cercato un lavoro ma coltivava il sogno di aprire un giorno una piccola trattoria a conduzione familiare. Tutte le volte che cercava di parlare del suo progetto alla madre la risposta era sempre uguale:- Di quale gestione familiare parli, non ti sei accorta che manca tuo padre?
:- Mamma, ma come puoi dirmi certe cose? Sai benissimo quanto eravamo legati con papa’ e come tutta la mia vita sia diversa da quando è andato via. Ma dobbiamo campare in qualche modo e poi anche lui aveva la passione per la cucina, ti ricordi i pranzetti domenicali che faceva per noi? E con quanta pazienza mi coinvolgeva nella preparazione dei suoi piatti. Non pensi che vorrei tenere vivo il suo ricordo facendo ciò che lui amava fare?
:- Lo ricordo, ma lui era bravo non si gettava via nulla! Devi sgomberare quella cucina, quello era il suo posto e non sarai tu a profanarlo. Vai ad aprire il tuo ristorante lontano da questa porta o smetti di cucinare.
Monica accusò un colpo allo stomaco, pensò di avere fatto del male a sua madre… ma chi poteva immaginarlo… e comunque non giustificava il suo egoismo.
Scese qualche lacrima sul viso di Monica e si avviò verso la sua camera da letto in mansarda, lasciando la spesa fatta sul tavolino di formica del cucinotto.
Non uscì dalla stanza fino al giorno dopo, ritornò a sfogliare le sue riviste e anziché pensare all’ostilità della madre, le venne in mente suo padre. Chissà come l’avrebbe difesa in quella circostanza, sicuramente avrebbe cucinato insieme a lei quello che aveva acquistato con tutta la dolcezza che lo connotava.
Aveva superato i quarant’anni Monica, ma in fondo era rimasta la bambolina di papà.
La mattina successiva scese in cucina e la prima cosa che notò fu il tavolo sgombero.
Immagino’ che la madre avesse risposto la spesa in quel vecchio frigo anni ’70, ma aprendolo si accorse che era vuoto. Intanto gli occhi le si erano posati sulla pattumiera e si rese conto che quello che cercava era stato gettato tra i rifiuti.
Rimase in silenzio, non aveva voglia di litigare…Radunate la riviste dentro una grande scatola di cartone, pensò che forse sua madre aveva ragione…sarebbe stato meglio finirla lì con la cucina e il resto.
Uscita di buon mattino si diresse verso il parco della città e cominciò a maturare l’idea che fosse arrivato il momento di lasciare la casa paterna e trovarsi un lavoro di che vivere e una casetta tutta sua. Sognava in grande su quella panchina, una villetta con un grande giardino dove piantare tutti gli aromi, una cucina con un grande piano da lavoro dove potere stendere impasti e altre preparazioni. Si alzò dalla panchina e si avviò verso un’edicola cercando un giornale di annunci economici, telefonò a Federica e le annunciò che sarebbe stata da lei a pranzo. L’ amica rimase un po’ stupita poiché a quell’ora, solitamente, Monica cucinava. Era senz’altro successo qualcosa, penso’.
Quando Monica arrivò dall’amica e le fu trono offerti dei toast pensò quanto distanti fossero le due nel concepire l’idea di ‘pranzo’. Raccontò del litigio con la madre e della sua ostilità verso il progetto di aprire un ristorante. Chiese a Federica di aiutarla a trovare un villino in affitto e nulla valsero tentativi di farla tornare sui suoi passi. Nemmeno l’idea di lasciare sola madre dopo una vita trascorsa insieme l’avrebbero fatta desistere da quella decisione. Passarono giorni settimane senza trovare né casa né lavoro. Oramai tornava a casa a tarda sera…sotto lo sguardo algido della madre che non si curava di sapere dove la figlia trascorresse le sue giornate. Una mattina però, durante la sua consueta sosta in edicola, fu attratta da una rivista che trattava di fiori e piante, la cui copertina ritraeva un vecchio casale incorniciato da cascate di glicine. – : Che meraviglia! – Esclamò Monica ad alta voce.
Un’anziana signora, coi capelli raccolti in un ordinato chignon e dagli occhi vividi dal color del mare, le chiese cosa le piacesse di quella foto.
-Tutto! Rispose Monica,-sia il casale che il glicine, potrebbe essere il mio ristorante, lo immagino così, sarebbe un sogno poterlo avere. – Rispose Monica.
– Lei non deve sognare, quel casale è di mia proprietà, io non ci vivo più, è troppo grande per me e si trova fuori dalla città. Sa per quelle della mia età è necessario avere vicini dottori e farmacie, vivo con mio figlio e la sua famiglia, ma le assicuro che mi manca quel posto e se qualcuno se ne prendesse cura, ne sarei felice, anziché vederlo finire in malora. Lo acquistò mio marito tanti anni fa, aveva la passione per il vino, voleva farlo diventare un vigneto con annessa cantina, poi la vita e un brutto male me lo portarono via.
– Cara signora, io non possiedo molto denaro, ma se non ha nulla in contrario potremmo visitarlo insieme a un tecnico esperto e constatare quanto effettivamente serve in termini di soldi.
– Come si chiama?
– Sono Monica, ho 40 anni ma… mi dia tranquillamente del tu. Lei?
– Isabella De Maritis ma tutti mi conoscono come nonna Isa. Mi ispiri fiducia, mi ricordi me stessa alla tua età.
– Grazie nonna Isa, lei è molto gentile con me, avrò cura di non deluderà.Bene ci vediamo domani alle 13 in piazza Dante, io abito lì.
-Saremo puntualissimi.
Monica cominciò a correre, tanto era felice.
– ” Me lo sento, questa Monica ha del talento. I suoi occhi non ingannano.’’ Disse nonna Isa all’edicolante.
-“E cara signora Isabella, se lo dice lei io mi fido, so che ha un fiuto per gli affari e soprattutto per le persone. Poi ho notato che avete una cosa in comune: la passione per la cucina. Ben fatto donna Isa, le auguro una buona giornata, e faccia buoni affari domani.
-“Ne sia certo signor Corrado, arrivederci!”
Monica intanto era già arrivata a casa dei suoi due amici e aveva raccontato l’accaduto, gridando al miracolo. Poi aveva mostrato le foto del casale.
-“Questa si che è una bella notizia, ma dalle foto non si capiscono le condizioni della struttura. Non vorrei che prendessi una cantonata.” Disse Ernesto.
-“Scusami caro, – ribatte Federica – ma qualsiasi sia lo stato in cui versa il casale, tu sei un ottimo manovale e potresti aiutarla, perciò aspettiamo domani per trarre le conclusioni.”
-“Giusto, giustissimo, brava Federica! Adesso esco e compro quanto necessario per fare il cous cous, festeggeremo all’amicizia che ci lega. Cucino io, qui a casa vostra. Tu Ernesto prendi una buona bottiglia di vino dalla cantina, anche due.”
Fu una serata fantastica, non si vedeva Monica così felice da un pezzo. Certo, aveva alzato un po’ il gomito, lei che di solito era abituata a bere centrifugati di ogni sorta e genere, come aperitivo.
Il profumo del curry si sparse per tutta la casa, la selezione musicale di Federica non sbagliava mai un colpo, finirono per ballare, tra un bicchiere di vino e l’altro. Era quasi mezzanotte, “Cenerentola” stava perdendo la scarpetta, Federica consigliò al marito di accompagnare Monica a casa propria, o il giorno dopo si sarebbero ritrovati a risollevarla dalla sbornia. Fra una risata e un’altra raggiunsero l’abitazione della donna. Barcollando salì in mansarda, badando bene di non farsi sentire dalla madre. L’alba arrivò in fretta, e mai come allora Monica si sentiva così eccitata. Nonostante fosse ancora presto si preparó in fretta e uscí. Fece colazione al solito bar, e attese la parco che arrivasse l’ora. Si portò su piazza Dante con oltre mezzora d’anticipo e, guardandosi intorno, come se non avesse mai visto quei palazzi, aspettò l’ansia donna, con molta pazienza e ansia. Ernesto e Federica arrivarono puntuali e anche nonna Isa uscì rapida dal portone. -“Dunque dove andiamo, cara nonna Isa?”
-“Conosci Palazzolo Acreide?”
-“Beh non potrei farne il cicerone, ma so arrivarci.”
-“Su giovanotto, non temere, tu fai strada, io ti indicherò il tragitto da fare una volta arrivati al paese, ci vorranno una quarantina di km, non andare troppo piano, non sono mica una vecchia bacucca sai!”
-“No no, guardi voleremo, ma se becco una multa sarà lei a pagarla.” Rispose Ernesto sorridendo.
-“Vedrai che meraviglie scorgeremo nel raggiungere il casale.”
Federica e Monica, dal sedile posteriore ascoltavano la donna che non la finiva di parlare, era simpatica e ironica, quando si trovarono a passare dal cimitero del paese, abbassó il finestrino e con un gesto di scongiuro disse che non l’avrebbe mai vista.
In macchina si scatenò una fragorosa risata.
-“Non preoccupatevi, siamo quasi arrivati, Ernesto, svolta a sinistra e sali lungo la stradina, poi ancora a destra. Ci siamo quasi, percorri questo largo stradone di campagna e fermati al cancello. Ecco qua le chiavi!”
Non si vedeva nulla, finché la donna non aprì il grosso cancello e dopo circa 100 metri a piedi, comparve alla loro vista il casale.
...Continua

