Quaresima in tempo di coronavirus
L’editoriale del giovedì
di Rosalia Giangreco
I pensieri sono disordinati esattamente come i capelli quando il vento li porta indietro e in sù e li avvolge in mille nodi, prendendo in prestito Petrarca. Anche la vigoria fisica comincia a perdere tono, lo zelo dell’allenamento cede il posto a un’apatia da divano crescente. Gli occhi rifiutano le letture e le orecchie si sono abituate ai rumori di elicotteri, ambulanze…Le pulizie straordinarie e l’ossessione da cloro e alcol si attenuano, i lunghi pomeriggi di una primavera tardiva che sembra volersi rifiutare di arrivare, scorrono lenti tra una pioggerellina e qualche folata di vento. Si respira l’aria asfittica della clausura e si vive quest’ultima settimana di Quaresima nella consapevolezza che questa sarà una Pasqua differente. No a gite fuori pota, no al capretto alla brace o all’agnello al forno con patate. Ognuno in casa propria, in famiglia per chi ne ha una oppure in solitudine con l’unica compagnia della messa domenicale del Santo Padre. Questo per chi è fortunato. Ma come sarà la Pasqua di Resurrezione per chi ha perduto i genitori, il marito, la moglie o peggio ancora il figlio? Per chi non ha potuto onorare i cari morti, per chi non ha potuto vegliarli e piangerli, cosa sarà di loro, quando l’emergenza finirà, le luci si spegneranno e si tornerà a una normalità che non sarà più normale. E’ questo dolore che ha offuscato le giornate e le ha rese tutte uguali, da circa un mese. A casa anche i bambini, innocenti creature, avvertono una vacanza troppo lunga e strana. E non per il nuovo modo di studiare a distanza ma perché abituati a convivere con la parola coronavirus, a cui hanno dato un volto da mostro, e, travestiti da supereroi lottano per sconfiggerlo. Ha preso il posto dei cattivi delle fiabe o dei cartoni preferiti, il virus…Non chiedono di uscire perché conoscono la risposta, domandano dei nonni o degli zii più cari ma, dopo qualche minuto di videochiamata, si annoiano a rispondere sempre alle stesse domande e si rifiutano di parlarci il giorno successivo, perché “che cosa devo raccontare se non vado scuola e non vedo nessuno?”- dicono.
E’ disarmante! Per non parlare poi di chi convive con la diversabiltà; nuclei familiari condannati a un nuovo adattamento – con tutte le difficoltà del caso – costretti a crearsi un’altra quotidianità. Gli impasti, i biscotti e le frittelle, le focacce delle prime settimane, le scorte del supermercato, perdono sapore e colore col trascorrere dei giorni. C’è bisogno di positività, di gioia, di normalità. C’è bisogno di ritornare a vivere quelle dannate abitudini che, giuste o sbagliate che siano, mancano sempre più.
Domenica, si celebra l’ingresso di Gesù a Gerusalemme che inaugura la Settimana Santa. Nessuna tradizione né processione, riti attraverso la finestra televisiva o in streaming. Tutto sarà vissuto nell’intimo della fede di ciascuno. Una Pasqua diversa certo ma forse più consapevole, meno folkloristica e più sacra ma sicuramente più autentica.

