Wanda Diredin – Parte III
di Viviana Nobile
Sembra essere atterrato un aereo transatlantico sul castello. Il letto vibrava, l’armadio e i mobili tremavano pericolosamente e il viso di Wanda si tramutò in una maschera di cera. Kratos la scuoteva, nel vano tentativo di riportarla alla coscienza. Le iridi che un minuto prima brillavano di un fucsia ardente, adesso erano due boccioli rosa e smunti, paralizzati dalla sorpresa, dalla paura. Potevo udire le urla delle persone brancolare nel buio e nella distruzione dei corridoi, madri chiamare per nome i propri figli dispersi. «Mia Signora, vi prego, dobbiamo subito fare qualcosa per fermarlo!» le ripeteva Kratos, dalla cui fronte ferita colava un rivolo di sangue rappreso. Sporco di polvere dalla testa ai piedi, doveva essere rimasto ferito durante la scossa. Wanda sbatté le palpebre più volte, provando a immedesimarsi nella catastrofica situazione. «Dammi il libro, Sonia» comandò, allungando la candida mano verso di me.
«Cosa vuoi fare?»
«Mostrerò allo stregone la storia che hai scritto e, a quel punto, sarà costretto ad andarsene.» rispose la creatura, aprendo l’ala minacciosamente. La rabbia adesso le pervadeva lo spirito come alcool sul fuoco, accendendo gli occhi di un’intenzione maligna. Cavolo, adesso si che è arrabbiata.
Le diedi il libro cautamente, lo afferrò e se lo strinse al petto con fare protettivo, mentre Kratos l’aiutò ad alzarsi da terra. «Ce la faccio da sola!» lo redarguì Wanda, spingendolo con impeto di collera contro il muro già sbriciolato. Seguimmo Wanda attraverso i corridoi, camminava lesta come una furia con il fedele Kratos al suo fianco. Tremavo dalla paura. Forse sarei dovuta rimanere in camera al sicuro? Che codarda…
«Stregone!» lo chiamò come il rombo di un tuono Wanda Diredin, «Fatti vedere!»
La corte del nero castello era sgombera, non c’era anima viva. I suoi abitanti dovevano essersi messi in salvo o fuggiti non appena fu avvertita la prima scossa di terremoto. «Vigliacco, esci alla luce se non hai paura di me.» così lo sfidò la creatura, volendo suscitare nel nemico un sentimento di offesa che lo costringesse a palesarsi. Ma la sua risposta non tardò ad arrivare. Un una nube bluastra e densa prese forma al centro della corte e, come un incubo che diviene realtà, dalla coltre di fumo spuntò lo stregone: un mantello nero e stracciato copriva quasi interamente il corpo di un grosso omone, tranne che per gli zoccoli e il teschio di un cavallo. Le orbite vuote contenevano due fiammelle blu, le mani ridotte a carne putrefatta e ossa e la voce…sembrava provenire dall’oltretomba. Nell’aria si diffuse un tanfo di carne in decomposizione e zolfo insopportabile.
«Wanda Diredin…» vibrò lo stregone, fluttuando sul marmoreo pavimento fino a raggiungerla. Le prese il mento con l’indice ossuto, invitandola a guardarlo. Gli occhi di lei erano due tizzoni liquidi di viole fuse. «Vedo che hai con te il libro.» dichiarò soddisfatto «Eccellente!»
Fece per avvicinarsi ancora di più al viso, il muso scheletrico del teschio sfiorava la sua nuca in un gesto viscido. «Non la toccare, maledetto.» lo minacciò Kratos, il quale se ne stava dietro la sua Signora con aria fiera e impettita, le nocche bianche e i pugni stretti, pronto a sottrarla al suo tocco mortale. Lo stregone rise, effettivamente divertito della reazione da fidanzato geloso e, per istigarlo, in un gesto fulmineo del braccio, avvolse tra le sue grinfie la minuta figura di Wanda. «No!» urlò inferocito Kratos, «Lasciala subito!»
Si spinse con tutta la forza che aveva contro lo stregone, ma venne catapultato all’indietro da una forza invisibile. Il povero Kratos franò contro un pilastro di sostegno, la cui pietra cedette sotto il suo peso. Disteso a terra, perse i sensi e io rimasi sola a fronteggiare il nemico. A quel punto lo stregone si accorse di me e inclinò la testa con fare interrogativo, come se non avesse previsto di vedermi lì, impiedi e con la bocca spalancata. «E lei chi è?» domandò a Wanda, puntando l’indice ossuto contro la mia figura. «Non sono affari tuoi.» gli rispose liquidandolo con un gesto della mano.
«Qui c’è il libro che contiene la nostra storia.»
La creatura mezza alata mostrò allo stregone il tomo di carta, come se brandisse un’arma letale. Con un movimento impercettibile degli occhi spostò per un attimo l’attenzione a Kratos, che giaceva scomposto e ansante su un cumulo di macerie. Quella visione mosse nel petto di Wanda un sentimento di rabbia incontenibile, tanto da far aleggiare intorno a lei un leggero vento foriero di vendetta.
«Fammi vedere cosa c’è scritto. Dovrei controllarlo…» le propose lo stregone, spingendo la mano in avanti, ma la creatura era sospettosa.
«Sai bene cosa c’è scritto, non fare lo stupido!» tuonò Wanda ringhiando come un giaguaro.
«Voglio solo controllarlo, null’altro.» piagnucolò lui «Coraggio, dammelo.»
Negli occhi di Wanda passò una luce di cedimento, ma non era ancora convinta.
«Se me lo dai spezzerò la maledizione e, tu e il tuo popolo vivrete in pace per sempre.» le promise con tono affabile, soave. Ma i misteriosi occhi blu tremolavano tradendo un cipiglio di avvertimento. Lentamente, il vento che prima vorticava intorno a Wanda Diredin si placò, e lei avanzò nella sua direzione per porgergli il tanto agognato tomo. Prima che la mano mortale del nemico potesse afferrarlo, io, piccola e insignificante protagonista di tutta questa storia, lo fermai.
«No, non dargli il libro Wanda, è una trappola.» la avvisai determinata. Corsi verso Wanda afferrandole il braccio, facendola barcollare verso di me. «Sonia, che stai facendo?»
Provai a farla ragionare: «Se lui avesse potuto e voluto spezzare la maledizione, avrebbe da tempo accettato l’altra tua ala in cambio.» le rivelai, convinta di ciò che stessi farfugliando. Le sue pupille si muovevano in modo confuso, segno che aveva compreso la mia ipotesi.
«Lui non vuole il libro per spezzare la maledizione, dal momento che non può farlo, ma lo vuole rubare per distruggerlo.» sentenziai così, rivolgendo allo stregone uno sguardo soddisfatto. Ti ho smascherato, razza di ciarlatano…
Sorpreso dalla mia attenta analisi e ormai privo di ogni credibilità, il teschio di cavallo afferrò Wanda Diredin per i capelli facendola urlare di dolore. Prima che il malvagio riuscisse a incatenarla tra le sue grinfie, la creatura mi lanciò il libro costringendomi a prenderlo al volo. «Scappa Sonia!» mi ordinò lei, con le lacrime agli occhi, in balia di una nube blu che la soffocava.
«Se non posso distruggere quel manufatto, allora distruggerò te, Wanda Diredin!» proruppe così lo stregone, emettendo una risata diabolica e sguaiata. Le artigliò l’ala tentando non tanto di strapparla quanto di rovinarla, bucandone la pelle del patagio. Io non potei fare niente per aiutarla, ero solo un’insulsa umana, senza ali né forza stratosferica. Mi guardai attorno in cerca di un’arma, un oggetto contundente in grado di ferirlo ma nulla! Intanto Wanda Diredin urlava ormai disperata, il sangue le colava sulla schiena a causa delle ferite inferte dal malvagio stregone nel tentativo di distruggerle l’arto. Pensa, stupida scrittrice, pensa.
E poi, arrivò un’illuminazione non appena scorsi un vecchio calamaio, con il contenuto rovesciato, posizionato su un tavolino scassato accanto al balcone limitrofo al trono. Se il potere della mia scrittura aveva vanificato la maledizione, forse poteva fermare lo stregone.
Non esitai. Mi fiondai subito sullo scrittoio che reggeva in piedi a malapena. Afferrai con rabbia la piuma spennacchiata, la intinsi nell’inchiostro versato sul piano e cominciai a scrivere direttamente sulla carta del libro, continuando il racconto. Meno male che alla fine ho lasciato qualche pagina bianca!
“Sembrò tutto perduto quando lo stregone, con i suoi artigli affilati, provò a sfigurare il corpo della bella Wanda Diredin. Ma in un baleno, il fedele Kratos si ridestò dallo stato di incoscienza e, non appena scorse la sua Signora in pericolo, attaccò.”
Quando i miei occhi si staccarono dal foglio, sentii un boato tremendo e un rumore di corpi che ruzzolavano e cozzavano tra di loro. Numi del cielo…è Kratos! Il muscoloso guerriero stava adesso a cavalcioni sullo stregone, massacrando il cranio di ganci, facendogli sputare i denti da una parte e dall’altra. Wanda, la quale si teneva dolorante la spalla ferita, mi ordinò sbraitando: «Continua Sonia!» e così feci.
“Kratos continuò ad attaccarlo senza pietà, finché non capì che lo stregone era ormai finito. Si alzò, afferrò il teschio di cavallo dagli occhi e lo spinse ai piedi della sua Signora, così che potesse dargli la morte che meritava. Wanda Diredin, si alzò da terra, ferita e orgogliosa, disse allo stregone che non avrebbe più messo piede nel suo regno, che le sue ossa non si sarebbero più ricomposte e i suoi occhi si sarebbero spenti per sempre.“
Quando mi girai per controllare che tutto si stava svolgendo così come lo stavo scrivendo, Wanda aveva appena finito di pronunciare la parola “per sempre”. Mi fece un cenno di assenso e io continuai ancora. Intinsi nuovamente la piuma nell’inchiostro, ormai quasi asciutto, per definire le battute finali. “La regina raccolse a se tutto il potere che aveva, creando un enorme tornado di vento. Lo stregone, sbigottito e ormai sconfitto, fu inglobato all’interno del potente vortice. Non appena l’energia fu convogliata al suo interno, Wanda fece implodere l’aria, e i resti del nemico si sparpagliarono per tutta la corte. Di lui rimase solo la polvere e Wanda Diredin e Kratos vinsero.”
Il vento, che prima aveva alitato intorno a me come una violenta tempesta, adesso mi carezzava la schiena sibilando attraverso i capelli. Non mi voltai, sapevo già che era finita. Avvertii un corpo un po’ stanco appoggiarsi sulla mia schiena. Wanda mi avvolse tra le sue braccia facendo peso sulle spalle. Era molto provata. «Mi hai salvato per la seconda volta, scrittrice.» biascicò con quel poco di fiato che le restava. Aveva utilizzato tutto il potere che aveva, o meglio…ero stata io a farglielo usare. «Adesso, non solo ti devo la vita mia e del mio popolo, ma sono in debito anche di un libro.»
Da quanto dormo? Mi scoppia la testa… Alzo la schiena dal letto e scopro di essere in pigiama nella mia camera da letto. Ho fatto un sogno lunghissimo e strano, talmente verosimile da sentire addosso la stanchezza di quell’avventura. Mi alzo dal letto, trascinandomi in cucina come un sacco della spazzatura. Enrico è seduto sulla poltrona del soggiorno, intento a leggere un libro e sorseggiare caffè. Sembra sereno, appagato. «Amore?» lo chiamo, ancora stordita e con occhi stretti. Lui si volta a guardarmi tenero. Mi ha già perdonata per quella frase sul nostro matrimonio?
«Sei ancora arrabbiato con me?» chiedo cautamente, sistemandomi il pigiama addosso. Lui sorride scuotendo la testa. «No tesoro, ne abbiamo già parlato ieri sera, non sono arrabbiato.»
«Ieri sera? Quando?»
«Beh…quando sei tornata dalla tua oretta di running.» precisa lui, come se stesse parlando di un ovvietà. «Sei tornata tutta sudata e mi hai abbracciato, hai chiesto scusa e abbiamo fatto l’amore, non ricordi?» chiede, adesso palesemente irritato del fatto che non rimembrassi quel dettaglio. Poiché non volevo nuovamente ferirlo annuisco con la testa.
«Ahh! Certo che mi ricordo, tesoro, è stato bellissimo.» asserisco energicamente. Lui mi fa un occhiolino con fare malizioso, mandandomi un bacio volante e io, bombardata dal mal di testa sempre più forte, corro in cucina a cercare un analgesico.
«Amore, perché la finestra qui è spalancata?» chiedo al mio compagno, e lui risponde: «Non lo so, non l’ho aperta io, forse un colpo di vento…». Enrico continua a dare spiegazioni dal soggiorno ma la sua voce passa in sottofondo. I miei occhi si posano sulla copertina di un libro posato sul marmo della cucina. Non sento più nessun suono, se non il rumore del mio palmo che inconsciamente avvolge il ruvido tomo. Lo prendo tra le mani come se fosse un neonato. Aprendolo ne inspiro il familiare profumo di fiori di sambuco e viole. Il titolo del romanzo è “Wanda Diredin”. Mi commuovo e alla mente ritorna tutto. Mormoro un “grazie”, alzando lo sguardo fuori dalla finestra. Nel cortile scorgo la figura minuta di una ragazzina dai capelli neri, gli occhi viola e il sorriso sfrontato. Ci guardiamo per attimi interminabili come due amanti che si vedono per l’ultima volta. Poi, un alito di vento se la porta via, e di lei, mi rimane solo quell’ammasso di fogli che contengono il mio prossimo romanzo.
Fine

