E se diventassimo bravi arcieri?
L’editoriale del giovedì
di Rosi Giangreco
La criticità della situazione sanitaria in tutto il mondo alimenta un costante e motivato stato d’ansia che induce a porsi domande del tipo “chissà se sono stato contagiato”, “spero che se dovessi prenderlo, ne esco vivo”, “ho paura per i miei genitori perché sono anziani e a rischio”, “temo per i miei figli perché sono piccoli”, etc. Abitudini stravolte, dispense piene di cibarie varie, nervosismo palpabile centimetro per centimetro. Allora forse è il caso di cominciare a far finta di distrarsi magari pensando a quale libro prendere dagli scaffali e cosa leggere. Sconsigliati i Promessi Sposi perché Manzoni ha pensato bene di descrivere in lungo e in largo la pestilenza che, tanto per cambiare, devastò Milano e la Lombardia per poi diffondersi lungo il resto dello stivale. Il consiglio di oggi, giusto per mantenere la clama e gestire improvvisi attacchi di panico, costrizioni al petto che vanno ben oltre il temutissimo CoVid19, è la lettura veloce ma intensa e riflessiva del libricino “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel, che, nelle sue appena 99 paginette, insegna, tra le righe, ai lettori a fare training autogeno. Il libro racconta un’esperienza autobiografica dell’autore, un professore tedesco di filosofia, che, approfittando di un periodo di lavoro in Giappone, decide di capire l’intimo della filosofia orientale. Si dedica così all’apprendimento della disciplina del tiro con l’arco, così lontana dall’occidente, per comprendere cosa significhi recuperare la propria spiritualità, allontanandosi da tutto ciò che caratterizza la vita quotidiana e che è essenzialmente superfluo per viverSi. In breve, è necessario ritornare bambini, quando si agisce senza agire, si pensa senza pensare e si impara a volere senza volere. In questo modo, dimenticando se stessi, si accetta che le cose accadono perché devono accadere. Dice il saggio “Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell’impossibile — questo stato interamente libero da intenzioni, dall’Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale»”. Raggiunta questa fase, si potrà veramente essere presenti a se stessi e carpire la propria spiritualità. Ecco, in queste giornate difficili, surreali, oserei dire quasi fantascientifiche, forse abbiamo ancora un’opportunità, quella cioè ci concentrarci su noi stessi e provare a ritrovarci senza porci troppe domande su ciò che sta accadendo fuori dalla finestra, perché non abbiamo soluzione se non quella di stare in casa e pensare che a noi non debba accadere non serve a nulla se non ad alimentare l’angoscia, di cui ci nutriamo troppo, negli ultimi tempi. Accadrà allora il miracolo, l’arco cioè si sarà tirato da solo, perché il vero arciere non ha bisogno né di arco né di frecce, e, anche questi lunghi giorni passeranno.

