Wanda Diredin
di Viviana Nobile
Questa settimana, visto il successo riscosso ogni venerdì, ReportSicilia.com raddoppia l’appuntamento con gli autori emergenti e i loro racconti. Oggi saranno due i testi pubblicati appartenenti a generi differenti ma che hanno un denominatore comune: entrambi sono stati partoriti da due donne.
“Wanda Diredin” narra la storia di una creatura metà umana e metà mostro che cerca l’aiuto di Sonia, una giovane scrittrice senza più ispirazione. Una nuova opera potrebbe rappresentare una svolta nella carriera artistica di Sonia, ma lei non sa che per Wanda ciò potrebbe significare aver salva la vita.
Parte Prima
Mi sento così stanca. É tutta la mattina che mi trastullo il cervello sull’idea di un nuovo romanzo, ma la testa è come se fosse andata in vacanza alle Maldive, insieme alla creatività. Il mio capo, Roberto Giani, direttore di una delle case editrici più famose in Italia, mi tampina da mesi esortandomi di proporgli una nuova opera. I miei fans iniziano a scemare, l’attenzione della gente migra verso il nuovo best seller del giallista straniero di turno, o della youtuber da milioni di followers. Il successo è un’amante capricciosa; ti avvolge quando le dai attenzioni e promesse d’amore, e ti molla non appena si accorge che le stai mentendo. L’ultimo romanzo rosa sul femminicidio e sulla violenza di genere, pubblicato ormai più di un anno fa, aveva avuto successo, permettendo di affermarmi nel panorama degli esordienti più letti. Ma da allora, è come se le mie dita si fossero scordate il tocco della tastiera, come se avessero perso la loro memoria. Con immensa nostalgia rigiro tra le mani la copia del romanzo vecchio, un po’ impolverato, sperando di ricevere qualche input, una scarica o un’emozione, ma nulla. Più lo guardo e più sembra non appartenermi. «Sonia, è pronto!» mi chiama Enrico dalla cucina e, avvertendo uno sfizioso profumino di soffritto, mi alzo spazientita mandando al diavolo il circuito confuso di idee sul letto, insieme al libro. «Amore, che faccia… stai ancora pensando al nuovo romanzo?» chiede il mio compagno. Lo vedo intento a far saltare spaghetti con aglio, olio, pomodoro e peperoncino, agitando con maestria il manico della padella. Lo sfrigolio dell’olio misto al profumo mi fa subito venir l’acquolina in bocca. Vado ad avvolgere la sua ampia schiena nel mio abbraccio, immergendo il viso nella sua felpa che odora di frittura e casa. Io e Enrico stiamo insieme da tre anni e conviviamo da uno. Lui è un medico oculista, laureato con il massimo dei voti sia nella magistrale di medicina e chirurgia che nella specialistica, mentre io… Bhe! Sono una scrittrice, scribacchina del cavolo!
«Avanti polpettina, vedrai che con questa bella spaghettata ai pomodorini confit, ti tornerà subito l’ispirazione» cerca così di addolcirmi, Enrico. In silenzio ci sediamo a tavola consumando il pranzo, con il sottofondo del rumore delle posate e i mugolii sommessi di piacere del mio compagno. Il primo piatto è delizioso, lui sa che adoro la pasta e i contorni semplici, e sono grata per la pazienza che mostra nei miei confronti, ma proprio non riesco a sorridere o afferrare un briciolo di pace. Mi guarda, posando la forchetta:«Sonia, forse dovresti farti aiutare, non sopporto più di vederti con quel muso, è frustrante».«E da chi?» chiedo dubbiosa.«Beh, da un editor, un ghostwriter o un agente letterario» spiega lui gesticolando. Non devo fare l’orgogliosa. Sopporto a mala pena il fatto che Enrico possa non credere nelle mie capacità.«Enrico, l’aiuto di un professionista del genere comporta delle spese, e io non sono disposta a pagare qualcuno che scriva il romanzo al posto mio» sbotto. «Non sono la fashion blogger di turno che ha bisogno dell’editor che gli spieghi la differenza tra un sostantivo e un aggettivo.» Dio! Sarebbe davvero frustrante dare i miei personaggi e la mia inventiva nelle mani di uno sconosciuto. Le mie storie sono figlie dell’inconscio, frutto della sostanza di sogni e incubi reconditi. Non potrei mai fare una cosa simile, piuttosto smetto di scrivere definitivamente e mi do all’ippica. «Non posso farlo, tesoro. Lo sai che per me la scrittura non è un passatempo, ma l’unica cosa che so fare nella vita. Non posso…» Sembra seccato. Con lo sguardo corrucciato finisce di mangiare gli spaghetti, si alza e comincia a lavare le stoviglie che ha utilizzato, lasciandomi seduta a tavola con la forchetta ancora in mano. «Sei arrabbiato?» chiedo con voce flebile, timorosa di un suo cipiglio, ma non mi risponde. «Non mi aiuti se fai così, Enrico, sto lavorando a…»
«No, Sonia! Sono stanco di sentirti dire che “stai lavorando a un nuovo romanzo” del quale non ho visto manco la bozza.» Ecco, lo sapevo che sarebbe esploso in questo modo e, non contento della mia mortificazione, continua: «Noi due avevamo in progetto di sposarci non appena ti saresti sistemata professionalmente, ma sembra che questo obiettivo non arrivi mai». «Pensavo che la mia realizzazione nell’editoria ti stesse più a cuore rispetto a una firma su un pezzo di carta.» L’ho detto veramente? Al suon di queste parole Enrico strabuzza gli occhi come se lo avessi appena schiaffeggiato in piena guancia, rimanendo immobile, con lo sguardo fisso sulla mia faccia paonazza. Il silenzio di tomba calato in cucina mi porta ad alzarmi dalla sedia, prima che dalla bocca possa uscirmi un nuovo vomito di parole. Perché non penso mai prima di parlare?
Ansimavo ininterrottamente, le gambe stavano quasi per cedermi ma a tutti i costi dovevo finire la mia ora di running, in mezzo al boschetto limitrofo alla città. Dopo l’imbarazzante scena vissuta a casa davanti a Enrico, e le parole fuori luogo pronunciate sul nostro matrimonio, avevo proprio bisogno di scaricare tutto lo stress e l’ansia da aspettativa accumulata. Essendo ormai a Ottobre le giornate si facevano più scure, il sole andava via prima delle sette del pomeriggio e le strade si coprivano di una leggera luce bluastra, mista ai colori aranciati e rosa del tramonto. Sarei dovuta tornare indietro prima del calar del buio, ma avevo deciso di continuare a correre fino alla fine della pista ciclabile in mezzo agli alberi. Gocce di sudore mi imperlavano la fronte e, con un gesto del braccio, tirai via la patina umida sulle palpebre. Non avrei dovuto dirgli quella frase ingiusta. Sul momento non pronunciai nessuna frase di scusa, nulla che potesse presagire un mio pentimento.
Quanto sono stata stupida, spero mi perdoni…
Un desiderio improvviso di tornare a casa da lui, intimò alle gambe di fermarsi. Nel silenzio del bosco sentivo solo i respiri accelerati e il cinguettio lontano di alcuni uccelli. Mi appoggiai alle ginocchia per riprendere fiato e allungare le gambe, quando una voce roca e profonda proveniente dal bosco disse: «Sei tu la scrittrice?». Girai su me stessa aguzzando la vista, cercando la persona che avesse parlato, ma non scorsi nessuno. Il cuore mi saltò in gola cominciando a ballare sulle corde vocali. Forse sono stanca, è ora che torni a casa. «Allora, sei tu si o no? Sei sorda per caso?» chiese di nuovo quella voce, e nuovamente girai in tondo, all’impazzata, tentando di capire da dove provenisse. Terrorizzata, pensai subito a qualche maniaco o stupratore e cominciai a correre più che potevo verso la strada del ritorno. Le ultime luci del tramonto andavano ormai a morire, e nelle cortecce degli alberi rimaneva una sfumatura di arancione scuro data dagli ultimi riflessi del sole. Correvo a perdifiato lungo l’acciottolato, senza voltarmi indietro, senza esitare. A un tratto, una raffica di vento improvvisa impattò contro il mio sterno, creando un onda d’urto talmente forte da farmi volare indietro di più di tre metri. L’adrenalina pompava veloce nelle vene e, in un impeto di reazione, mi alzai subito a sedere, nonostante il dolore acuto che si propagava dalla schiena alle natiche. Scambiavo i tronchi per delle persone, avevo bisogno di identificare lo sconosciuto, ma non vedevo nessuno.
«Chi c’è là?!» La mia fu più un’imprecazione di shock che una reale domanda. La tachicardia aumentava e i palmi freddi e sudati stringevano tremanti la maglietta, nel punto in cui ero stata colpita. Provai ad alzarmi pian piano, con il timore che qualcos’altro potesse farmi ricadere a terra. Nemmeno il tempo di poggiare un ginocchio, che la mia faccia fu avvolta da mani grandi e nere come la pece, lasciandomi piombare nell’oscurità più assoluta. «Silenzio, scrittrice» mi sussurrò all’orecchio la voce afona di un uomo. «La mia Signora ha bisogno di te.» Provai a urlare, a dimenarmi convulsamente. Le lacrime non riuscivano a uscire dai bulbi oculari, tanta era la pressione dei suoi palmi sugli occhi. Infastidito dai vani tentativi di resistergli, l’uomo sconosciuto mi diede un colpo secco alla nuca, facendomi perdere i sensi. Il mio ultimo pensiero prima di svenire, andò a Enrico. Mormorii sommessi rimbombavano attorno a me, come fischi provenienti da un luogo lontano. Strizzai gli occhi permettendo alla visuale sfocata di riassestarsi. Sembrava che le mie palpebre fossero rimaste chiuse per molto tempo. Qualcuno mi stava portando in spalla, lasciando che gambe e braccia ciondolassero senza alcun controllo sulla sua ampia schiena. «Dove mi trovo?» riuscii a biascicare. La bocca secca, il respiro smorzato. Era come se mi avessero ibernato per decenni, e solo da poco il mio organismo avesse ripreso le sue naturali funzioni vitali. Man mano che la vista riprendeva dimestichezza con i contorni, mi resi conto di trovarmi in dei sotterranei. Le pareti plumbee del corridoio trasudavano antichità, l’odore pesante di muffa misto a umido pesava sul capo come una scomoda maglia in ferro battuto.
«Fatemi passare, ho la scrittrice» pronunciò ad alta voce l’uomo che mi portava come una carcassa di maiale. Essendo girata, non riuscii a vedere null’altro che il fondo illuminato dalle torce alle sue spalle. Ma, a giudicare dal cozzare degli ingranaggi e delle catene in movimento, un’enorme porticato si stava spalancando. L’uomo avanzò tenendomi ben stretta con il suo grosso braccio nerboruto, e intorno a me si stagliavano delle figure nascoste dietro alle colonne di una corte.
«Mia Signora, vi ho portato una scrittrice, come mi avete chiesto.»
Con chi sta parlando? Non riesco a vedere nessuno.
Il rumore di un paio di tacchi si avvicinava lento nella nostra direzione. Doveva essere una donna. Un tocco lieve come le mani di un angelo mi fecero alzare il capo all’altezza del suo viso. Labbra color borgogna mi sorridevano un po’ beffarde e i capelli neri cadevano fluenti sulle spalle di una strana creatura. Non furono tanto gli occhi dall’inverosimile colore violaceo a spaventarmi, quanto il prolungamento di un arto, dalla conformazione simile a quella di un volatile, che sbucava dalla schiena.
Un’ala?
«Benvenuta, scrittrice. Sono Wanda Diredin, e ho bisogno del tuo aiuto».
Continua…

