CASTELLO SVEVO DI AUGUSTA, ALBERTI: “LA DEMOLIZIONE DELL’EX CARCERE “SAREBBE OMICIDIO CULTURALE”
di Giorgio Càsole
Lunedì prossimo, 17 maggio, l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Alberto Samonà (Lega Salvini), sarà in città per consegnare ufficialmente i lavori all’impresa aggiudicatrice del bando per il “restauro” del castello svevo. Com’è noto, il progetto prevede sostanzialmente la demolizione dei due piani che ospitarono il carcere fino al 1978. Il progetto di demolizione ha sollevato le proteste della locale sezione di Italia Nostra, tanto che è stato convocato un consiglio comunale ad hoc per fare il punto e per recepire le posizioni dell’attuale amministrazione Di Mare e dei rappresentanti dei cittadini. In consiglio poche sono state le voci che si sono levate contro il progetto di “cancellare” di quasi un secolo di storia, quale quello rappresentato dal carcere dal 1890 al 1978, appunto. L’unico della maggioranza ad affermare netta contrarietà l’ing. Francesco La Ferla che in questa circostanza ha dato man forte ai consiglieri di minoranza Corrado Amato, Mariangela Birritteri Milena Contento e Giancarlo Triberio. Amato e Birritteri si sono fatti promotori di una petizione popolare per raccogliere firme al fine di scongiurare il progetto e per sollecitare la Regione Siciliana far transitare il castello svevo al demanio comunale. Nello studio d’avvocato di Corrado Amato si è tenuta oggi pomeriggio una conferenza-stampa, presente la stessa consigliera Birritteri, per dare risonanza sia all’imminente visita di Samonà e fargli percepire le contrarietà di buona parte della popolazione, sia per pubblicizzare al massimo la raccolta di firme. Dopo l’introduzione di Corrado Amato, ha lungamente esposto le ragioni avverse al progetto demolitorio l’architetto catanese Arturo Alberti, esperto di architettura federiciana, conoscitore del castello, già consulente della Soprintendenza di Siracusa e di passate amministrazioni comunali augustane, segnatamente quelle presiedute dal sindaco Pippo Gulino. Con tono pacato e con rigore espositivo, Alberti ha sostenuto le ragioni del no alla demolizione, arrivando a sostenere che si sta tentando un “omicidio culturale” nei confronti di un monumento che dovrebbe essere vissuto non solo dai cittadini, ma anche dai turisti, un monumento, ivi compresa la struttura carceraria, che rappresenta non solo la storia di Augusta, ma del nostro Paese. Alberti ha ricordato che il carcere ha ospitato sì persone che hanno infranto le leggi, ma anche cittadini che si sono ribellati al potere perché avevano fame, riferendosi ai contadini, uomini e donne, di Troina che nel febbraio 1898 furono protagonisti di una rivolta popolare soffocata con le pallottole, come quella che nel maggio dello stesso anno fu repressa dal fuoco dei cannoni del famigerato generale Bava Beccaris. Molti di quei contadini finirono reclusi nel carcere di Augusta, dove taluni morirono. Tra gli ultimi detenuti figurò recluso il brigatista rosso Alberto Franceschini, nella cui cella era disegnata la stella cinque punte. Alberti ha raccontato che, agli inizi degli anni Ottanta, si recò, con l’ing. Tullio Marcon, capo dell’ufficio tecnico di Augusta, per visitar le ex celle, constatandole tracce ancora visibili della preclusione: foto di donnine, immagini religiose, graffiti vari, testimonianze di un’umanità sofferente, testimonianze comunque di storia che non possono essere cancellate per una sorta di ritorno a un passato puramente federiciano, impossibile, com’è impossibile o illogico – come ha sottolineato il consigliere Amato . ridare luce al tempio di Minerva le cui poderose colonne sostengono l’attuale cattedrale di Siracusa. L’architetto Alberti ha ricordato i tre milioni di euro spesi una decina d’anni fa per consolidare il monumento e ha precisato che, proprio per la sua storia, il castello è vincolato per legge dal codice Urbani, come ricordato più volte da Jessica Di Venuta, presidente cittadina di Italia Nostra. Non solo. Alberti ha inoltre fornito, in merito al progetto di demolizione, una “notizia di reato”, qual è, secondo la sua opinione, la mancanza del documento preliminare di progettazione, aggiungendo che riscontra un’anomalia nel fatto che ci siano due “rup”, sigla di “responsabile unico del procedimento”, giacché il rup, per definizione, non può che essere unico. L’assessore Samonà, quando Di Venuta e altri, compreso lo stesso Alberti, sollevarono obiezioni, rispose pubblicamente affermando che la ditta aggiudicatrice dei lavori non avrebbe proceduto all’immediata demolizione, ma avrebbe compiuto sondaggi per l’accertamento delle condizioni. Anche su questo Alberti ha obiettato. “Sono stati spesi già tre milioni di euro per questo. Sono stati spesi inutilmente?” Ha aggiunto come mai si dà un incarico del genere alla stessa ditta che dovrà procedere alle demolizioni, per cui la spesa sarà senz’altro maggiore? Manca la terzietà, ha osservato Alberti, cioè una figura terza che dia un parere, senza essere legato né all’ente appaltante né alla ditta che ha vinto l’appalto. Alla domanda se è possibile evitare il crollo del castello senza demolire i due piani ex carcere, Alberti ha risposto con una battuta: “Se non siamo i grado di tenerlo in piedi, ce ne andiamo a casa”.

