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SOS MUSEI – Cosa resterà della memoria millenaria del territorio aretuseo?

di Rosi Giangreco

 Cronaca di una mattinata al Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa.

 Sono le 8.30 del mattino di un sabato umido e uggioso di gennaio e un gruppo di studenti liceali con i loro insegnanti decidono di visitare alcune sezioni del museo più importante della città, a completamento dell’attività didattica sulla colonizzazione greca nel territorio siracusano. Varcata la soglia del museo, carichi di entusiasmo e voglia di conoscere, messi da parte per una volta i telefonini, le aspettative dei giovanissimi sono presto disattese: settori chiusi senza alcuna segnaletica, umidità nei locali, sporcizia all’interno delle teche che ospitano i tesori della storia di un intero comprensorio. Degrado e abbandono sono le sensazioni avvertite dalla scolaresca mentre ripercorre stupita e ammaliata la storia delle proprie origini.

Il museo è deserto, a parte qualche straniero di origine asiatica che si incontra alla fine della visita in biglietteria, eppure sono già le 12.30. Collezioni e corredi funerari, che dovrebbero essere ponte tra ciò che è stato e ciò che è, stanno lì come ad attendere che qualcuno li sollevi da un’indifferenza quasi imbarazzante. La semiotica museale insegna che quando un oggetto della quotidianità entra all’interno di un museo assume un’aura speciale, diventa cioè testimone di un’epoca, espressione di una comunità, ed entra in connessione e comunicazione con uno spazio con cui diventa sincretico. La ricostruzione degli spazi da parte dei museografi, l’uso di piante e planimetrie, plastici, pannelli esplicativi e, dove presenti, ricostruzioni virtuali, hanno lo scopo di educare, istruire ed emozionare il visitatore, rendendolo partecipe dei valori rappresentati dal patrimonio artistico esposto. Per queste ragioni, nell’ultimo ventennio, le nuove tecnologie con i processi di digitalizzazione hanno favorito la comunicazione tra istituzione museale e fruitore. Ma al Paolo Orsi, il tempo sembra essersi fermato. A parte qualche schermo al led che offre l’opportunità di un tour virtuale già obsoleto, manca qualsiasi tentativo di ammodernamento, ma, ancor già grave, è lo stato di manutenzione dei locali. E mentre il Tg1 stila la classifica dei musei più visitati in Italia nel 2019, in cui i primi posti sono occupati da Roma e Firenze, seguiti da Pompei e dal museo di Capodimonte a Napoli, la Sicilia resta fanalino di coda e Siracusa perde il podio tra le città più visitate nell’isola, mentre resistono Palermo e Catania. 

Certamente, il disinteresse di buona parte della comunità non fa che accrescere l’isolamento della città dai circuiti culturali regionali, nazionali ed europei, ma ciò che allarma è l’immobilismo del governo regionale sul tema della valorizzazione dei beni culturali. Si parla tanto, anche troppo, dell’importanza di destagionalizzare il turismo, creando nuovi indotti, si cercano nuovi partners e si lascia all’incuria il patrimonio storico-archeologico. Che fare? Urge un intervento immediato e concreto perchè la memoria del passato è monito per questo presente e modello per il futuro delle generazioni che verranno. 

R.G.

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