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Raccontava d’essere stato in un  carcere rosso all’interno di un carcere nero

 40 ANNI FA MORIVA GIUSEPPE MOTTA, ANTIFASCISTA MILITANTE  E FEDERALISTA EUROPEO, CUI AUGUSTA NON HA DEDICATO NEMMENO UNO SLARGO

di Giorgio Càsole

Non merita l’oblio uno dei pochi antifascisti militanti di Siracusa, l’augustano Giuseppe Motta, sbattuto in carcere ancora giovane solo perché ritenuto un pericoloso comunista. Nativo di Augusta, Giuseppe Motta, dopo essersi diplomato ragioniere, a ventidue anni, entrò nelle file clandestine del partito comunista, dove militò tanto attivamente da fondare la sezione della sua città natale  e reggere la segreteria provinciale di Siracusa nel biennio 1925-’27.Schedato come  sovversivo, nel 1928, lo stesso anno in cui venivano processati Gramsci e i maggiorenti del Pcd’I  (Partito comunista d’Italia), fu condannato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Sato, istituito da Mussolini per difendere il regìme dagli accaniti avversari politici come i comunisti, a quasi tredici anni di carcere, tre anni di vigilanza speciale e interdizione perpetua dai pubblici uffici,  per il delitto di cospirazione contro i poteri dello Stato e di “eccitamento alla guerra civile”. Scontò solo sette anni per sopravvenuta amnistia. Durante  i sette anni di carcere, si avvicinò – essendogli vietate molte letture – alle idee filosofiche di Benedetto Croce, gran maestro di pensiero di quegli anni e dei successivi, che, dopo l’adesione iniziale a Mussolini, fu l’unico oppositore tollerato dal regime, incarnazione del paradigma dell’antifascismo intellettuale-istituzionale, che, nel 1944,  enunciò la “teoria parentetica” del Fascismo. In sostanza, “don Benedetto”, come veniva chiamato, secondo un costume tipicamente meridionale di rispetto reverenziale, al Comitato di Liberazione che si svolse a Bari il 28 gennaio di quell’anno, considerò il fascismo come un mero fatto accidentale, come una parentesi, seppure di vent’anni, volendo affermare una logica di continuità con l’Italia liberale pre-fascista. Il giovane Motta si dibattè in una crisi ideologico-spirituale. Chiese aiuto e consigli ai suoi più autorevoli compagni di prigionia, fra cui Umberto  Terracini, Mauro Scoccimarro, Girolamo Li Causi, ma si sentì processato e respinto, tanto da provare la sensazione di trovarsi in un “carcere rosso all’interno di un carcere nero.” In quegli anni di lotta dura e di resistenza al fascismo non si potevano consentire ripensamenti o cedimenti sul piano della compattezza ideologica. Persino Antonio Gramsci, il massimo ideologo comunista, fondatore del partito con Togliatti e altri, fu isolato dai suoi compagni in carcere per ragioni  non esterne all’ideologia comunista. Giuseppe Motta, più giovane e  senza la solida preparazione culturale  di  Gramsci, sentitosi abbandonato, in piena solitudine, decise di abbracciare le idee crociane e i suoi ex compagni chiesero al direttore del penitenziario di allontanarlo dal braccio dei politici, come se fosse o fosse stato un delinquente comune .Nel 1934, uscito dal carcere, si recò a  Milano dove frequentò   l’Università Bocconi, ma solo per qualche tempo giacché i suoi interessi s’erano orientati non più verso l’economia, essendo egli ragioniere, ma  decisamente verso il campo storico, e anche perché cercò lavoro e, grazie all’interessamento di Croce, fu assunto da un’azienda di rilievo nazionale, la Pirelli. Ritornato in Sicilia nel 1944, divenne attivista politico liberale di spicco in   Augusta e in provincia e, in virtù dei suoi trascorsi di antifascista con  sette anni di carcere, fu nominato membro del comitato di liberazione e sindaco di Augusta. Successivamente fu eletto segretario provinciale del PLI siracusano e segretario regionale della Sicilia e membro del Comitato centrale del Movimento Federalista Europeo, fondato da uno dei padri dell’europeismo, Altiero Spinelli, conosciuto da Motta nel carcere di Civitavecchia perché comunista anch’egli e anche lui, come Motta,  in rotta di collisione con il partito perché contestava la dittatura staliniana e il terrore consequenziale, tanto da essere espulso dal partito nel 1937. Anche Umberto Terracini dovette subire un analogo provvedimento, ma poi rientrò nel partito, dove fu un punto di riferimento,  anche se posizione di autonomia. Terracini, come sappiamo, fu eletto alla presidenza dell’Assemblea costituente, Spinelli, molti anni dopo,  al parlamento europeo.  Cessata l’esperienza di sindaco prima, di consigliere comunale dopo, dopo una breve esperienza quale editore-direttore di un giornale cittadino, Il Corriere di Augusta, abbandonata ogni carica di partito, Motta si diede alla stesura e alla pubblicazione in proprio di libri, attraverso i quali  tentò di diffondere l’idea federalista, avendo di mira un’Europa allargata dall’Atlantico agli Urali. Ha lasciato inedita solo una parte della sua personale, ‘crociana’, rivisitazione della storia della sua città natale. Il primo volume uscì, a cura di chi scrive, nel 1972, per i tipi di Mendola, Augusta. Morto il 14 novembre del 1984, la sua città natale non gli ha dedicato nemmeno uno slargo, una  viuzza. Eppure l’attuale amministrazione comunale è stata prodiga di intitolazioni a persone scomparse da pochi anni.

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