Privacy Policy Capodanno dall’antichità a oggi - ReportSicilia.com

Capodanno dall’antichità a oggi

Le strenne natalizie

Il primo gennaio, indicato come primo giorno dell’anno, non fa riferimento alcuno a eventi naturali, legati all’agricoltura o all’astrologia. Per gli antichi Romani, almeno fino al 153 a.C., il primo dell’anno corrispondeva al giorno 1 delle Calende di Marzo, durante il quale  avveniva anche o scambio di doni, il cui nome era “strenne”. L’ipotesi più acclarata riferisce che questa usanza iniziò al tempo di Tito Tazio, re dei Sabini, che divise il trono con Romolo quando i due popoli si unirono. C’era nei pressi di Roma un bosco consacrato alla dea Strenua, divinità della forza e tutelare dei boschi. In quel luogo si riunivano gli abitanti della Roma arcaica per raccogliere il primi rami verdi e novelli che offrivano in omaggio a Tazio, come segno di rispetto e come simbolo augurale di un buon anno. È probabile che la conservazione di quei rami o l’aprirsi di un germoglio fosse  auspicio di fecondità della terra e di abbondanza del raccolto. In seguito il dono del ramo verde si estese al condono in tutto o in parte dei debiti contratti, passando da un’usanza a un dovere religioso e fraterno, chiamando i doni offerti strenne, nome attribuito come atto di omaggio nei confronti della divinità tutelare dei boschi.

Per molto tempo questa consuetudine mantiene i suoi caratteri primitivi e la sua eloquente semplicità: i sacrifici offerti a Strenua nel suo bosco e la distribuzione di rami verdi di cui tornavano provvisti quanti partecipavano alla cerimonia religiosa, costituiscono gli elementi simbolici  della caratteristica festa dell’anno nuovo. A mano a mano che la potenza romana cresce in potere e ricchezza, le antiche offerte dei ramoscelli verdi si trasformano in altro ovvero fichi, datteri, miele e varii frutti che si recapitano ai destinatari in vassoi d’oro o d’argento. Al tempo del principato di Ottaviano Augusto, il lusso e la raffinatezza dei costumi trasformano i doni del nuovo anno in opere d’arte di ingente valore. Da quel momento in poi, la divina persona dell’imperatore sarà omaggiata con magnifici presenti; il senato, i cavalieri e anche il popolo stesso, il giorno dell’anno nuovo, elargiranno secondo possibilità, somme in denaro destinate a innalzare are agli Dei o adornare templi e  palazzi con pregiate sculture di stampo ellenistico. Con Caligola il dono spontaneo diventa imposizione, attraverso un editto che stabilisce, a ogni inizio d’anno, l’obbligo di presentare  le offerte al cesare, nell’atrio del suo palazzo. Claudio abolisce la norma del suo predecessore ma continua l’abitudine di ricevere importanti regalie che nel tempo costituiranno una rendita cospicua anche per i suoi successori. Con il passaggio dalla religione pagana al cristianesimo, il papa e i vescovi proibiranno tali usanze ma lasceranno intatta la tradizione dello scambio di auguri e felicitazioni gli uni con gli altri, non senza piccoli doni.

Capodanno e i riti rivolti a Giano

La festa di inizio anno in questa data è  introdotta per la prima volta dal Senato romano nel 153 a.c. quando, nelle province della Spagna, è in atto una violenta ribellione che minaccia il potere della Roma repubblicana. Come ogni anno, nel mese di dicembre, erano stati nominati i nuovi consoli che avrebbero presieduto la Repubblica, e uno di loro era Quinto Fulvio Nobiliore. È proprio lui a chiedere il permesso al senato, in via del tutto eccezionale, di insediarsi tre mesi prima del previsto quale nuovo magistrato civile e militare, proprio i primi giorni di gennaio. Fino ad allora infatti, le celebrazioni del nuovo anno, a marzo, coincidevano anche con la nomina ufficiale dei neo-eletti consoli. L’eccezione diverrà regola, poi, con Giulio Cesare, circa un secolo dopo, con la riforma del calendario.  È così che i romani iniziano a rivolgere le proprie preghiere non più a Marte, dio della forza guerriera, difensore della terra dalle calamità naturali e sovrannaturali, ma a Giano, divinità dal misterioso “doppio volto”. 

Si tratta di una delle divinità più antiche e affascinanti del pantheon romano, venerata anche dai popoli italici, una figura che racchiude in sé il significato più profondo dell’universo e dell’esistenza umana, e cioè “tutto va e ritorna sempre”, “partendo da se stesso e a se stesso ritornando”. 

Dunque, Ianuarius  – da quella data – diventa il periodo dell’anno in cui si celebra la forza misteriosa e primigenia della divinità “bifronte”, raffigurata così proprio per la sua peculiarità di essere simbolo di passaggio fra passato e futuro, inizio e fine, prima e dopo. Un’immagine che per molto tempo ha rappresentato il ciclico ritorno delle stagioni e delle epoche e che è presente ancora oggi, nello spirito che contraddistingue l’universo di rituali legati al capodanno.

Nonostante il Cristianesimo, i Romani continuano per molto tempo a celebrare la festa pagana del Capodanno. Tuttavia la Chiesa, in maniera molto avveduta, la rende presto una ricorrenza cristiana, facendola corrispondere alla circoncisione di Gesù e cercando comunque di sminuirla in ogni modo. Durante il medioevo non in tutta Europa si mantiene il medesimo calendario. Infatti, bisognerà attendere il 1691 quando papa Innocenzo XII emenderà il calendario gregoriano e stabilirà che l’anno debba iniziare il primo gennaio. Da allora a oggi un aspetto certamente non è cambiato ovvero la voglia insita in ognuno di scrutare l’anno venturo e di propiziarselo con ogni rito che la tradizione ha tramandato. 

«L’augurio suol essere ne’ principi.
Voi al primo garrire porgete le timide orecchie e l’àugure consulti il primo augel che vede» (Ovidio, Fasti I, 178-180)

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