“Allegoria”- seconda puntata

Velaria si è trasformata in Joe ed è pronta/o a intraprendere un lungo viaggio, con mezzi di fortuna, per realizzare il suo spettacolo.

di Valeria Lombardo

Parte II

Prima di lasciare la sua città, volle accertarsi dello stato del Teatro comunale di Siracusa, un edificio sito in Ortigia dedicato alle opere teatrali. Esso venne inaugurato nel 1897e rimase in funzione sino al 1957 quando venne chiuso per lavori di manutenzione. Velaria sperava di trovare i cancelli spalancati invece un bel lucchetto li legava saldamente. 

Niente la tratteneva più in quel posto.
Attraversò la città a piedi fino a raggiungere la stazione, passò davanti alla biglietteria, ignorandola, aveva un atteggiamento fiero, era riuscita a mutare la postura, a camminare con le gambe leggermente divaricate, con le punte dei piedi verso l’esterno, sembrava un pagliaccio, ma il petto dritto, il bastone e la bombetta le conferivano una certa dignità. 

Apparentemente sicura, salì sul treno che l’avrebbe portata a Palermo. 

Alla vista del capotreno che si aggirava tra i passeggeri, per accertarsi che tutti possedessero il titolo di viaggio, Velaria si nascose goffamente dietro una robusta signora, ma servì a ben poco, non sfuggì alla richiesta del biglietto. Joe imbarazzato ma con un sorriso scaccia sospetti, frugò prontamente nelle tasche, sotto il cappello e dentro gli scarponi. 

Non fece in tempo a risollevarsi che un gran calcio raggiunse il suo sederotto strizzato, balzando dritto sul marciapiede del binario.
Il treno partì, si sdraiò avvilita librando in aria un grande sospiro. 

Così le venne in mente l’unica soluzione possibile…autostop.
Uscì dalla stazione e si collocò in un posto nevralgico del traffico stradale. 

Intanto una nuvoletta si era accostata alla sua spalla, era l’immagine rivoltante del rozzo camionista, iniziava a temere il peggio. Impostò le corde vocali in modo che anche la sua voce somigliasse a quella di un uomo. Ovviamente non arrivò subito il buon samaritano. Tuttavia si accostò un omino a bordo di un piccolo mezzo, piuttosto smilzo e con occhiali dalle lenti spesse degni di una talpa. 

All’interno dell’abitacolo non c’erano donne ossigenate in bikini, indossava un umile maglia a manica lunga e non v’erano tracce di boccaloni per birra dispersi sul sedile. Dopo una breve conversazione, l’uomo si mostrò disponibile, ma niente sedile interno. 

Dovette accettare di viaggiare nel vagoncino e Velaria dopo Joe si trasformò in un carico di angurie. Il fortunato passeggero era comunque felice, trovò anche tanto divertimento in quella nuova esperienza, si tolse il cappello e godette dell’aria aperta e il vento in faccia, fino al raggiungimento della meta. Le sembrava di essere su una giostra. 

Giunti a Palermo, l’autista non aprì il portellone del vagoncino come si farebbe con una signora, ma d’altronde non erano più rintracciabili le sue forme di donna.
Non ci fu nessuna richiesta di denaro e fu un bene per il fondoschiena dell’avventuriero. 

La fermata non avvenne in un parco, bensì nel bel mezzo di una strada a scorrimento veloce, Joe rabbrividì, ma il bastone in quel caso fu un ottimo salvavita, dimenandolo fra le auto, riuscì a rallentarle e farsi spazio tra loro. Arrivò integro alla banchina transitabile. 

Joe, Palermo non l’aveva mai affrontata in quella maniera, si fece coraggio e iniziò la sua marcia in direzione del teatro.
Sapeva che ce n’erano disseminati qua e là, alcuni anche piuttosto importanti. Passo dopo passo i suoi occhi vennero attratti da uno scorcio di cortile. 

Dei gradini lo introdussero in quello che era un mercato all’aperto, che esalava intenso l’odore di ogni bene della natura, proveniente dalle varietà di pesce disposte su grandi cassette. Tra frutta e verdura padroneggiavano le tinte sgargianti di arance e limoni, l’argento delle sarde, il bronzo delle olive e il rosso del pomodoro. 

In qualche angolo braci e pentoloni accesi per cucinarvici interiora d’agnello stuzzicavano i passanti.
Joe affascinato volle mischiarsi fra la gente e in quell’atmosfera così marcatamente popolare, infilandosi per le stradine che aprivano la vista su magnifici palazzi storici accostati ad altri decrepiti edifici dai quali scendevano lenzuola ad asciugarsi, annebbiati dai fumi degli arrosti che salivano. 

La Vucciria era di per sé un fantastico viaggio. Dev’essere passata tanta gente da qui proveniente da ogni dove. 

Proseguendo, ormai accecato dalla fame, Joe tentò la trattativa con un fruttivendolo, ma invano, decise quindi di tenersi quelle poche monete che a ben poco servivano. Poi d’un tratto una meravigliosa scoperta, un antico salone da barbiere, non resistette, chiese d’entrare e magari dare un ritocchino ai baffi, esibendo le scarse risorse in suo possesso. 

L’uomo fu gentilissimo, non voleva essere pagato per così poco, molto cordialmente lo fece accomodare sull’antica poltrona, preservò il frac dell’avventuriero con una mantellina e procedette alla messa in ordine dei posticci baffi.
Cavoli che figurino!
Joe ringraziò e molto allegramente riprese il suo andare, confondendosi tra massaie alla ricerca degli ingredienti necessari per cucinare il pranzo, ragazzotti in motorino bighellonanti e il fumo degli arrosti, mentre alla condizione umana si accostava tangibile quella della povertà. 

L’animo femminile fu colto da un velo di melanconico sentimento, mentre i tacchi degli scarponi battevano il tempo che la portarono fuori dalla Vucciria.
Si ritrovò immersa nell’immediato ambiente metropolitano, il pensiero planò sul palcoscenico. 

Certo, non era cosa semplice conciata in quella maniera, ottenere un’audizione presso un grosso teatro, ma d’altronde non erano i fasti ad interessarle. Li aveva già sperimentati. Chiese alla gente incrociata per le vie, se avesse informazioni sull’indirizzo del Teatro Mediterraneo Occupato. 

La risposta non arrivò subito, poiché i locali non vengono riconosciuti dai palermitani di appartenenza ad un teatro, bensì alla vecchia e abbandonata fiera del Mediterraneo identificata la via, Joe andò spedita ed eccitata in direzione TMO.
Cammina, cammina, a segnalarle l’arrivo fu un enorme manifesto che pubblicizzava uno specialista gastronomico di polpette. 

Joe sollevò il mento in adorazione al cartellone pubblicitario, sperando che una di quelle succulenti sfere si materializzasse e venisse giù in favore della sua bocca. Non accadde. Riposizionò il mento al suo posto, si voltò e scorse dall’altra parte della strada, un cancello semiaperto. 

Si avvicinò, si fece spazio e un pò emozionata entrò, lentamente.
Si guardò intorno, sembrava tutto privo di vita, delle aiuole trascurate, oggetti non identificabili gettati qua e là. 

Pochi passi e subito alla sua sinistra una decina di gradini segnavano la piccola ‘’ascesa all’ingresso dell’agognato teatro.
L’entrata non era costituita da maestosi cancelli o portoni di pesante legno, a separare l’esterno dall’interno era una grande vetrata sulla quale era stata dipinta con cura la sigla “TMO”, che però con altrettanta barbarie era stata deturpata da una grossa quantità di vernice lanciatavi sopra.

Cammina, cammina, a segnalarle l’arrivo fu un enorme manifesto che pubblicizzava uno specialista gastronomico di polpette. 

Joe sollevò il mento in adorazione al cartellone pubblicitario, sperando che una di quelle succulenti sfere si materializzasse e venisse giù in favore della sua bocca. Non accadde. Riposizionò il mento al suo posto, si voltò e scorse dall’altra parte della strada, un cancello socchiuso. Si avvicinò, si fece spazio e un pò emozionata entrò, lentamente.
La porta era aperta, anche dentro regnava il disordine ed ancora qui le pareti amabilmente dipinte dagli artisti erano state dissacrate da quello che era stato un palese atto vandalico. Piero arrivò a dare accoglienza a Joe, lo fece accomodare su un modesto divano sistemato tra l’ingresso e il piccolo bar allestito in modo casalingo. 

C’erano tracce di martirio dappertutto, ma il sorriso e la gentilezza di Piero lenirono quella tristezza. Parlarono a lungo della realtà che affliggeva in quel periodo il mondo artistico, e più specificatamente del come portare avanti un teatro ‘occupato’. 

Joe capiva che le difficoltà erano parecchie ma la passione per l’arte che accomunava tutti i membri del collettivo e la loro capacità di resistere, traduceva gli ostacoli in problemi d’ordinaria routine. Era ammirevole tutto ciò.
Joe comunicò la sua idea a voler unificare la rete dei teatri occupati, con un progetto comune partendo dalla Sicilia. 

Piero era molto entusiasta e intanto espresse il suo consenso perché l’artista ospite potesse mettere in scena il suo spettacolo “Nord Sud Ovest Est”.
Fu tutto meraviglioso, semplice e soprattutto libero. 

Non era velluto rosso a foderare file di poltrone, ma plastica, semplice plastica bianca, sedia per sedia. Il palco era una pedana che si ergeva dal pavimento per un altezza di un paio di centimetri appena, rivestito da moquette povera di colore grigio. 

Due siparietti in legno grezzo e carta, ed un grande telo nero fungeva da mantovana coprendo un muro che versava in pessimo stato.
I bagni erano senza luce ed acqua e i sanitari anche quelli erano stati massacrati dal malvagio atto di distruzione. C’era il camerino però, era molto comodo spazioso e ben illuminato. 

In poco meno di 24 ore era arrivato da Siracusa tutto il necessario per lo spettacolo, vennero persino il pianista ed il fotografo.
Joe era felicissimo, tutto andava bene e c’era tanta armonia. 

Così iniziò l’opera di costruzione del personaggio, in realtà erano cinque caratteri che avrebbero dovuto inanellarsi sul palco, quindi ogni cosa doveva essere perfettamente gestita per i cambi d’abito e di trucco, in scena. 

Dal camerino sentiva il brusio dei primi avventori, sebbene una pioggia torrenziale non promettesse nulla di buono.
Nel gran da fare della creazione della maschera, mentre in camerino si sentiva soltanto il tintinnio dei pennelli posati sulla latta dei colori, Joe avvertì un pesante passo di zoccoli avvicinarsi. Una piccola tenda separava l’interno del camerino dal resto della sala, ma allungando lo sguardo non riuscì a vedere nulla, finchè all’altezza del soffitto la tenda venne spostata da un muso, il muso di una giraffa, dal quale lungo collo scendeva una telecamera. Joe paralizzò. 

Venerdì prossimo il gran finale e il cortometraggio…

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