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Il caffè è finito

di Giovanna Strano

Il sole sorge sul mare, velocemente… sembra abbia fretta. Ma che fretta ha?! Mi insegue. Vuole a tutti i costi che questo nuovo giorno abbia inizio, neanche lui mi comprende… non asseconda il mio desiderio del buio, dell’oblio, dell’annientamento, del non esistere…

Innanzi il mare. Il mio grande mare che mi ha vista crescere, con i compagni, ingenua e stupida guardando al futuro. La sterpaglia incolta si piega lieve al battere del vento con i suoi giunchi ingialliti e le verdi spine pungenti. Il movimento timido, ondulatorio, imita il moto ondoso e lieve della grande acqua, che immensa ed enorme quasi sovrasta la solitudine del cemento dei palazzi.

Sono le sette. Meglio mi scuota per svegliare i piccoli: devono andare a scuola. Faccio il caffè.

Prendo la caffettiera, apro il barattolo bianco con i suoi fiori blu dipinti sul coperchio. È l’ultimo! 

Riempio il piccolo imbuto bucherellato con il caffè macinato, morbido e profumato, depositato sul fondo. Il barattolo resta vuoto. Metto la caffettiera sul fornello e lo accendo.

Il mio viso è riflesso ancora una volta sul vetro puntinato di salsedine. Aspetto che esca l’ultimo caffè e poi li sveglio… se non altro dormono altri cinque minuti.

Ieri sera hanno mangiato un piatto di maccheroni senza condimento… avevo usato il giorno prima i pelati che mi aveva dato padre Arturo. Almeno la pasta gli aveva riempito lo stomaco e non si erano lamentati di niente… tanto lo sanno che non serve a nulla.

E invece serve che si lamentino… perché devo darmi una smossa, devo trovare una soluzione. Non posso andare avanti così. 

Un giorno vado in chiesa e mi danno la busta con qualche alimento, poi chiedo qualcosa alla vicina, ma anche lei ha figli e non se la passa bene. L’assegno che mi danno i servizi sociali a stento serve per pagare la luce e comprare qualcosa da mangiare. Ma già sono finiti; in borsa ho solo cinque euro… e dobbiamo mangiare ancora per dieci giorni prima di prendere gli altri soldi. Devo fare qualcosa… devo fare qualcosa…

Due anni fa vennero che era ancora buio. Suonarono il campanello e contemporaneamente batterono con forza contro la porta. Sobbalzai dal letto e lo vidi poggiato alla finestra, già sveglio. Si voltò verso di me lentamente:

«Stai calma Lucia. È tutto a posto. Li ho visti salire, sono venuti a prendermi… lo sapevi che prima o poi sarebbe successo».

«No Salvo» dissi supplicando «non è possibile. Come farò da sola? Non ce la farò mai…. » mani pesanti battevano forti contro la porta, mentre voci di uomini intimavano di aprire.

«Mamma, mamma» sentii Giovanni urlare dall’altra stanza «mamma… cosa succede?»

«Giovanni! Sto arrivando… non è niente!» 

Corsi verso il suo letto stringendolo forte a me. Poi udii gli uomini entrare e parlare con Salvo a bassa voce. Andai a vedere, incredula. Salvo preparava una borsa con qualche indumento mentre loro aspettavano davanti alla porta impettiti, le mani dietro la schiena, con espressione grave.

Mi girai verso la stanzetta. Giovanni e Giacomo stavano in piedi osservando con occhi seri le divise blu degli uomini, bordate di rosso; seguivano i movimenti del loro padre mentre si preparava. Lui li guardava di sbieco… quasi piangeva. Mise la borsa a tracolla, si avvicinò abbracciandomi:

«Non ti preoccupare, torno presto… vedrai che torno presto!»

Io piangevo a frotte:

«Perché?» ripetei più volte tra le lacrime «tu lo sapevi!… Perché?» un filo di rabbia trapelò dal tono della mia voce. 

Lui mi guardò stringendomi:

«Vedrai che non è come dici tu!» si voltò verso i bambini e avvicinandosi gli disse:

«Fate i bravi, mi raccomando, e pensate alla mamma mentre non ci sono!» li baciò sulla fronte.

Chiusa la porta dietro le loro spalle ci affacciammo al balcone per guardarli salire sull’auto blu. 

«Sono cattivi… sono cattivi!» esclamò Giovanni con il viso solcato dalle lacrime.

«No, Giovanni. Non sono cattivi. Fanno il loro lavoro. Gli è stato ordinato di fare questo e devono ubbidire… tornerà presto, vedrai, e saremo felici, tutti assieme.»

…Sono passati due anni e lui ancora è là. Quando finirà quest’inferno!

Quando c’era lui mangiavamo, compravo anche dei vestiti. Lavorava al mercato, stava tutto il giorno fuori e, a volte, portava anche più soldi. Mi diceva:

«Tieni Lucia, compra le scarpe ai bambini che ne hanno di bisogno». 

Io lo guardavo sorridendo, ma lui abbassava lo sguardo e si voltava distogliendosi dai miei occhi interrogatori.

…Ora tutto è più difficile.

Sento il rumore del caffè fluttuare nel raccoglitore. L’aroma intenso e piacevole si diffonde nella cucina. Verso la bevanda scura in una tazzina e la sorseggio, senza zucchero… non serve.

Devo svegliarli, almeno a scuola mangiano alla mensa… poveri figli. La maestra, vedendo che non hanno la merenda, troverà qualcosa… lei è brava.

Sorseggio ancora… chissà se la signora Maria ci ha ripensato e mi riprende a fare le pulizie… più tardi ci vado.

«Cuccioli miei?! Vi dovete svegliare… oggi c’è scuola» li scuoto ripetutamente baciandoli… se non avessi loro… Ma che madre sono che non riesco neanche a farli mangiare come si deve… sono una persona inutile… devo fare qualcosa.

Si vestono assonnacchiati, sanno che devono ubbidire… che mi devono aiutare. Prendo quattro biscotti e ne do due ciascuno:

«Avanti, mangiate questi. Poi a scuola c’è la mensa… stasera vi prometto che ci sarà una sorpresa!»

Si scrutano abbozzando un lieve sorriso e si preparano.

Li lascio davanti al cancello della scuola:

«Ci vediamo alle quattro» dico sorridendo. Li saluto con la mano fino a quando non entrano nel portone. Poi mi giro e comincio a camminare per la strada sconquassata e sporca. Qua e là pozzanghere piene di acqua; passo rasente sentendo sotto le scarpe la fanghiglia viscida insudiciare le suole.

Dei ragazzi, poggiati ai muri sgretolati e impiastricciati di scritte, ai cancelli arrugginiti e sbilenchi, stanno in cerchio fissandosi, parlottando. Al mio passaggio si ammutoliscono seguendomi con gli occhi. Guardo avanti e accelero.

Devo fare qualcosa… devo prendere l’autobus.

Cammino spedita, arrancando nella salita che porta allo stradone che collega il quartiere al resto della città. Lì c’è gente, passano le macchine che raggiungono i luoghi vivi, dove ci sono i negozi, dove si cammina tranquilli, senza paura che qualcuno ti importuni o ti derubi. 

Prendo spesso l’autobus per andare in centro, anche solo per guardare le vetrine e fare finta di essere una signora che valuta con calma gli acquisti da fare. Provo piacere a guardare le scarpe di vernice, col tacco alto, in bella posa sotto i fasci luminosi e gli abitini fiorati indossati dai manichini.

Ma puntualmente, al rientro, sono presa da angoscia e non riesco a vedere luce nel nostro futuro. Finirà mai questo buio fitto? Ho bisogno di aiuto… da sola non posso riuscirci.

Stavolta attendo l’autobus che porta verso nord. Resto alla fermata, aspettando, per più di venti minuti. Alcune macchine, come al solito, rallentano. Sono uomini, da soli, che guardano… spesso mi invitano a salire. Io mi sposto, mi giro dall’altro lato avvicinandomi ad altre persone, se ci sono. In alcuni casi sono stata anche costretta a rivolgergli la parola, dicendo che non avevo bisogno di un passaggio e che avrei chiamato i carabinieri.

Arriva l’autobus. Salgo, non ho il biglietto. L’autista mi guarda, con insistenza. Poi riprende velocemente la corsa per le larghe strade di periferia.

Per fortuna l’autobus è quasi vuoto, almeno non devo guardarmi da vecchi che si avvicinano sfiorandomi, con la scusa che il mezzo frena improvvisamente, o addirittura sentire una mano bassa che mi palpa con forza alle spalle per poi scomparire tra gli sguardi noncuranti delle persone vicine.

Attraversiamo una zona più abitata, dove ci sono alcuni negozi di generi alimentari e anche un supermercato. Passiamo davanti alle giostre comunali; a volte vado là con i bambini, alla ricerca di un momento di serenità, di allegria, in una consuetudine fatta di stenti e di amarezze.

Procediamo ancora verso un’area di case basse e villette diroccate, quasi tutte in cattivo stato di manutenzione.

Scendo. Suono al citofono:

«Signora Maria, sono Lucia» alzo la voce per farmi sentire.

«Lucia, sali.» 

Salgo le scale e la trovo davanti alla porta, mi bacia e mi fa entrare in cucina.

«Lucia, che sei venuta a fare? Lo sai che non ho bisogno… per ora non posso, mio figlio ha problemi… » la signora Maria è una donna molto anziana, di statura esile, con i capelli tutti bianchi, in genere spettinati e unti. In passato ero stata la sua donna di servizio; la aiutavo anche a lavarsi e a curare di più la sua persona. Poi, per problemi economici, mi aveva detto che non potevo più andare per un certo periodo.

«Signora Maria, non si preoccupi» esclamo cercando di rassicurarla «sono venuta a vedere come sta.»

«Ah! Questo mi fa piacere, lo sai. Ma per ora non ti posso fare lavorare!» 

Restiamo un po’ a parlare dei piccoli, di Salvo, lei mi dice della sua solitudine, i problemi di suo figlio… al momento di andare via mi mette tra le mani un biglietto da cinque euro dicendo:

«Questi sono per i bambini, prometti che li spendi per loro!»

«Certo signora Maria…  e per chi dovrei spenderli!»

La saluto e vado via. Riprendo a camminare verso la fermata. 

Cosa posso fare con questi soldi?! Certo non posso tirare fino alla fine del mese. Posso comprare il pane, vediamo se il macellaio mi dà qualcosa… frattaglie, ali di pollo. Giovanni e Giacomo quando le vedono arricciano il naso… ma sanno che non devono lamentarsi, perche faccio tutto quello che posso fare. 

Potrei andare di nuovo da padre Arturo. Ma quando finirà quest’inferno…

Resto alla fermata… aspetto… per più di mezz’ora. Si ferma la prima macchina… e riparte. E la seconda…

Potrei fermarmi al supermercato e comprare la sorpresa che avevo promesso ai bambini. Vendono dei dolci preconfezionati, al cioccolato, che non costano molto… a loro piacciono.

Si ferma un’altra macchina, proprio davanti. L’uomo apre il finestrino:

«Signora, salga. L’accompagno dove vuole!»

«No, grazie. Non mi serve un passaggio.»

Lui replica, stavolta diretto:

«Le do cinquanta euro».

Lo guardo: 

«Veda che chiamo i carabinieri».

Lui resta lì a guardarmi, forse non sono stata convincente.

«Salga, la accompagno solamente. Stia tranquilla… » sembra un brav’uomo, sui sessanta, con i capelli bianchi…  e mi dà del lei.

Mi guardo intorno, non c’è nessuno… lui è sempre lì fermo. Apro la portiera e salgo… lui riparte:

«Dove l’accompagno, signora?»

«Vada dritto e poi a destra, verso il mare».

Guida senza fretta: 

«Stia tranquilla, sono una brava persona. Soffro solo di solitudine… ma sono un brav’uomo» continua a guidare.

Io lo guardo… lo osservo. 

«Le serve qualcuno che le faccia i servizi in casa?!» interrompo il silenzio.

«E perché no! Mi servirebbe proprio. Vivo da solo da due anni. Mia moglie mi ha lasciato a causa di una grave malattia, i miei figli sono lontani… li vedo raramente».

«Quando glieli posso fare i servizi?»

«Anche subito… se lei è libera.»

«Quanto mi dà? Una mia amica prende otto euro l’ora» dico, mentendo volutamente «pulisce la casa, lava la biancheria e cucina.»

«Va bene!» risponde «proviamo e poi concordiamo le ore da farsi.»

Svolta per una strada che riporta verso nord. Giungiamo davanti a una villetta a due piani, con una stretta striscia di terra che gira intorno. Un cane nero ci accoglie scodinzolando, in un angolo una bella pianta di gelsomino, odorosa di candidi fiorellini stellati, sbuca fuori da un grosso vaso arrampicandosi sulla parete sgretolata dell’abitazione.

Ne prendo uno, mettendolo tra le labbra. Il dolce sapore del polline si propaga nella mia bocca e l’odore intenso mi penetra prontamente.

Apre la porta e mi conduce in cucina. 

«Ascolti. Per oggi, lei lo vede, ho già pulito io stamattina, a modo mio ma l’ho fatto… può fare un’ora e poi ritorna dopodomani… »

«Va bene» rispondo e mi metto al lavoro. Lui resta seduto a guardarmi.

Dopo un’ora mi avvicino. Lui prende i soldi promessi dal portafoglio, dal quale escono due biglietti da cinquanta euro.

Si accorge del mio sguardo dentro il portafoglio.

«Quando li vuole… questi sono suoi!» dice indicando i due biglietti.

«Me li darebbe tutti e due?» chiedo con tono basso.

«Si. Ho capito che lei non fa queste cose… e che ne ha di bisogno… le do cento euro.»

«Me li dia… ma mi farà lavorare ancora a fare i servizi, senza chiedere altro?»

«Certo!»

Prendo i soldi, li metto nella borsa e la poso sulla sedia.

Lui si avvicina poggiandomi le mani sui fianchi. Comincia a toccarmi… sono due anni che non mi avvicino a un uomo.

Sento le sue mani rozze sulla pelle, avverto l’odore forte e pungente del suo corpo sudato… comincia a baciarmi.

«No, la prego» dico mentre le lacrime mi sgorgano lungo le guance «la prego, non mi baci e faccia veloce… la prego… »

Il tempo sembra fermarsi… diventa eterno. Quando finisce?! Quando finirà quest’inferno…

Cerco di non pensarci. Penso ai miei due bambini… cosa gli compro… gli compro le scarpe. Ma la realtà mi sbatte in faccia, graffiandomi ripetutamente l’anima, con tutto il suo dolore immenso… non dovevo… non dovevo… quando finisce…

Ripenso alla mia prima volta… anche allora non volevo. Ero innamorata di lui, follemente, ma non volevo farlo… ero cosciente che mi avrebbe legata fortemente, senza possibilità di scampo. Desideravo aspettare, riflettere. Lui mi disse di stare tranquilla, che non lo avrebbe fatto, che mi amava e non mi avrebbe fatto del male. E invece lo fece, tra le mie lacrime e la disperazione… scusandosi per avere esagerato… senza volere.

Ma ora è diverso, non è come quella volta… mi sento sporca… penso ai miei figli… ma quando finisce…

Finalmente è finita. Corro in bagno, mi lavo con il sapone, non oso asciugarmi, scappo via correndo….

L’aria fresca mi colpisce ripetutamente al viso… “è andata, hai superato, tra poco dimentichi tutto”, ripeto tra me stringendo la borsa che porto a tracolla. Grazie al cielo è finita.

Aspetto davanti al cancello della scuola, con ansia. Forse abbracciandoli mi passa tutto, dimentico tutto… ma quando escono?! Finalmente il suono della campanella… li vedo, li stringo baciandoli con le lacrime agli occhi.

«Mamma… che è successo?»

«Niente… niente… è tutto a posto!» sorrido rassicurandoli «andiamo a casa, ho la sorpresa che aspettavate.»

Salgo con le buste della spesa in mano, mentre loro mi guardano increduli.

Tiro fuori il dolce preconfezionato al cioccolato, lo metto in tre piattini e ci sediamo intorno al tavolo.

«Mamma, ch’è buono!» urla Giacomo con gli occhi sprizzanti di felicità.

«Ve l’avevo detto che ci sarebbe stata una sorpresa, no?! La mamma non mente mai!»

I due bimbi mangiano avidamente, divorando il dolce in pochi istanti. Lo assaggio anch’io, poi, presa la forchettina, divido la parte restante travasandola nei loro piatti, mi alzo scrutandoli:

«A me non va più, oggi ho mangiato tanto!» 

Loro mi guardano e riprendono a mangiare.

Mi volto verso la cucina. Apro la caffettiera; è rimasto un po’ di caffè della mattina. Lo verso nella tazzina e lo sorseggio, freddo, osservando i miei bimbi leccarsi i piattini dove era stato riposto il dolce… 

Per essere felice mi basterebbe vedere, ogni giorno come adesso, la stessa espressione serena e luminosa che si sprigiona dagli occhi dei miei figli.

Domani compro il caffè…

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