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27 gennaio 2020, il giorno dopo.

di Rosi Giangreco

All’indomani del giorno della memoria, calendarizzato nel 2005 dall’Onu per il 27 gennaio di ogni anno, la città silenziosa riprende la propria sbadata quotidianità. Uomini al semaforo che chiedono una moneta di fronte ai cristalli serrati dei Suv di ultima generazione – cavalcati da sguardi indifferenti e superbi – oppure davanti ai supermercati pronti a portare sporte piene di cibarie pur di avere qualche spicciolo con cui mangiare. I barconi continuano ad arrivare carichi di vite umane che fuggono dalla guerra e cercano un posto sicuro, sfidando i flutti di un gennaio gelido, nei giorni della merla. Riprende indisturbata la bagarre politica tra partiti che si contendono il primo posto in Italia e su chi – si dice – stia per soccombere alla propria stessa arroganza. I ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado tornano nell’apatia quotidiana, tra una chat e una storia su instagram, intanto il coronavirus continua a mietere vittime e sbarca nella Mittle Europa e si discute sul futuro a stelle e strisce  di Harry e Megan.

Fra poco, la tv del pomeriggio tornerà a occuparsi della scomparsa/ricomparsa di un tale Favoloso…Eppure fino a ieri, sono stati pronunciati importanti discorsi di tono elevato – di gusto filosofico – sull’indifferenza, sulla necessità di mantenere viva la memoria per evitare che ciò che è accaduto non si verifichi di nuovo, come se oggi razzismo, discriminazione, esclusione non appartenessero a questo mondo. Oramai si leggono i giornali con rassegnazione e senza indignazione e ci si appassiona a notizie di poco conto, dalle beghe sanremesi alle vicende di sconosciuti gieffini, temi su cui sono impostati interi palinsesti televisivi, mentre un velo omertoso cala su ciò che è veramente importante e si va avanti.  La verità è che  finché ci saranno figli morti e madri uccise,  finchè la diversità non sarà ricchezza per questa umanità, finchè si seminerà il terrore mascherato da lotta agli infedeli, finchè si continuerà a tacere sulle migliaia di uomini che il mare ha inghiottito, finchè non ci sarà giustizia per chi è ucciso senza un perché, finchè continuerà a esistere la sopraffazione e la prevaricazione sotto ogni forma, fino a che resteranno isolate le comunità devastate dai terremoti, i morti delle valanghe, il giorno della memoria sarà solo il giorno del ricordo, della ricorrenza, degli emozionanti film da oscar passati in tv, delle testimonianze di chi ha vissuto l’incubo del lager e ha ancora lo strenuo coraggio di raccontare con lucidità per non dimenticare. Ma questo non basta. Perché il giorno della memoria non si esaurisca nell’arco di una giornata è necessario che ci si ricordi di essere uguali al clochard, al migrante fermo ad un incrocio,  al genitore che perde il figlio, al piccolo privato della madre, al prigioniero, al condannato, di essere cioè un essere umano e niente di più. L’insicurezza globale, la superficialità condita di arroganza, la violenza che dilaga in nome di una giustizia individuale malata e l’indifferenza che aleggia sull’universo, inducono a pensare che la memoria di questo secolo sia labile.  Il grande globo a portata di clic non fa altro che amplificare certi comportamenti e li veicola alla velocità della luce al punto che prepotenza e violenza sono diventate persino protagoniste di taluna letteratura anche musicale che attira i giovani. E viene da citare Elio Vittorini che in Uomini e no poneva una serie di interrogativi a importanti considerazioni:

 “Luomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo alloffesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e chera, in lui, per renderlo felice. Questo è luomo. Ma loffesa che cos’è? È fatta alluomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? Loppressione?” 

Quando il giorno della memoria oltre a ricordare la Shoah e gli altri genocidi riaccenderà in ogni uomo questi interrogativi e lo indurrà a ragionarvi per una soluzione, allora il 27 gennaio non sarà solo una ricorrenza della durata di ventiquattro ore. 

Non è mai troppo tardi per imparare e insegnare a riflettere prima che il tempo della storia travolga ogni cosa.

R.G.

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