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BRONZI DI RIACE, COLPO DI SCENA AL CIRCOLO UNIONE DI AUGUSTA.

di Giorgio Càsole.

Augusta. Risolto il mistero dei Bronzi di Riace? Sembra di sì. Ne è sicuro lo studioso siracusano Anselmo Madeddu, che ha tenuto una conferenza, della durata di due ore, al Circolo Unione di Piazza Duomo, con dovizia di informazioni e con l’ausilio di illustrazioni e grafici. Sostanzialmente, Madeddu ha ribadito quanto aveva già affermato nella conferenza stampa, il 25 luglio scorso, all’Hotel Parco delle Fontane a Siracusa, anticipando il contenuto di un libro che sarà presentato a fine novembre, libro – ha sottolineato il conferenziere – che “sarà un vero scoop”. Archeomafia e archeometria sono le parole risuonate distintamente, già all’inizio della conferenza, per far capire all’uditorio, che affollava la sala, il contesto del “mistero” , in cui è maturata “l’ipotesi siciliana”. I due bronzi, trovati a Riace, a 160 metri dalla riva, il 16 agosto 1972, dal sub dilettante Stefano Mariottini, non sono altro che superstiti di un gruppo scultoreo, composto da tre statue bronzee rappresentanti Gelone che depone le armi. Gelone fu il tiranno di Siracusa che, nella battaglia di Imera, nel 480 a.C., aveva fermato l’invasione dei Cartaginesi. Al ritorno, accusato da alcuni invidiosi, Gelone si presentò inerme al cospetto del popolo, dichiarando la propria disponibilità a essere ucciso se colpevole. Colpiti dal gesto e ammirati dalle parole, i siracusani elessero Gelone a loro re. Il gruppo scultoreo, esposto a Siracusa per eternare la gloria di Gelone, fu sottratto dai Romani che, nel conquistare la Magna Grecia, erano stati conquistati dalla bellezza dell’arte greca. Madeddu ha ricordato che dell’arte greca conserviamo le copie in marmo realizzate dai Romani, visto che le statue bronzee furono fuse per costruire cannoni o coniare monete. I bronzi di Riace sono sopravvissuti perché conservati in mare, dov’erano sprofondati. In quale mare? Quello di Brucoli, Frazione amministrativa del Comune di Augusta, dove, un anno prima della scoperta di Mariottini, alcuni individui hanno portato alla luce almeno tre statue. Individui per i quali Madeddu ha usato il sostantivo “archeomafia”. A suffragio di quest’affermazione, egli ha mostrato una foto di un bronzo di Riace, ancora incrostato di concrezioni, sostenuto da due subacquei (il cui volto, però, è stato oscurato) sulla costa di Brucoli, a breve distanza dal ristorante Trotillon, allora fiorente, gestito da Pippo Bertoni. Madeddu è stato abilissimo nel preparare questo colpo di scena finale, seguito da un altro coup de theatre: la testimonianza dal vivo del figlio maggiore di Pippo Bertoni, il 63enne Mimmo (nella foto a sin.) presente in sala, che ha riferito d’aver visto, essendo lui decenne, un gruppo di uomini in maschera subacquea e muta che trasportavano i bronzi avvolti da una coperta, tranne uno, mentre un peschereccio era alla fonda nel porticciolo, non distante dal Trotillon. Questi individui dell’archeomafia avevano ovviamente l’intenzione di vendere le statue trafugate. Un bronzo è stato venduto all’estero, secondo la testimonianza di un augustano, che ha voluto mantenere l’anonimato. Questo anonimo ha contattato Madeddu dopo il clamore mediatico suscitato dalla citata conferenza stampa del 25 luglio. La conferenza stampa fu convocata per informare l’opinione pubblica sui risultati raggiunti in sèguito ad alcuni esami di archeometria, metodica d’indagine scientifica applicata ai reperti archeologici. Anselmo Madeddu e Rosolino Cirrincione, direttore del dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania, è gli esperti dell’Università di Ferrara hanno confrontato le caratteristiche geologiche delle terre delle saldature dei Bronzi di Riace con quelle di diversi campioni prelevati in prossimità della foce del fiume Anapo a sud di Siracusa, riscontrando una corrispondenza dei parametri geochimici. Madeddu ha precisato che “si tratta di elementi considerati immobili dal punto di vista geochimico e dunque non modificabili da fattori esogeni e pertanto fortemente indicativi, così da diventarne una sorta di DNA, di codice genetico, che individua e distingue i vari tipi di litotipi argillosi. Ebbene, la composizione percentuale di questi elementi osservati nelle terre delle saldature dei Bronzi di Riace e in quelle oggetto del prelievo effettuato in questa precisa area del siracusano, sono pressoché identiche”. La conferenza è stata introdotta dal presidente del Circolo Unione, Alfredo Beneventano del Bosco, e dall’addetta culturale del circolo, Gaetanella Bruno.

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