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AUGUSTA. MAURO ITALIA & C. CHIUDONO IN BELLEZZA LA STAGIONE

di Giorgio Càsole

Augusta. Prima della rappresentazione, Mauro Italia ha voluto mettere le mani avanti, dicendo: “Non so se ho profanato Verga”: un’autentica  dichiarazione di modestia nei confronti del mostro sacro catanese, venerato come il maestro del Verismo, studiato su tutti i manuali scolastici. Per novella s’intende generalmente un breve racconto in prosa. “La  roba”, inserita nella raccolta “Novelle rusticane”, che Verga pubblicò  nel 1883, è scritta in un italiano letterario e  occupa appena quattro pagine, con un  solo personaggio, di cui conosciamo biografia, idee e sentimenti attraverso il discorso indiretto libero. E’ don Mazzarò, un vecchio e avaro  contadino analfabeta, ma con un cervello “brillante”, affetto da una patologia che lo ha reso solo e senza affetti: quella dell’accumulo compulsivo della “robba”, come in siciliano viene chiamato sinteticamente il complesso di beni immobili, soprattutto le proprietà fondiarie .Incattivito dalla nera miseria e dal lavoro bruto, Mazzarò voleva togliere tutto a quel  barone, che lo aveva preso a  calci in culo quando andava a zappare le sue terre. Da servo era diventato padrone, appellato persino con il titolo di “eccellenza”, ma non cambiando stile di vita: continua a mangiare pane e cipolla, non godendo degli agi dei ricchi, nemmeno circondato dall’affetto di qualcuno. Soltanto  alla fine si rende conto che è solo  con la “robba” e non può portarsela con sé. Verga conclude la novella: “Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!” Mauro Italia coglie lo spunto offerto dal racconto, ma costruisce due atti di una commedia con ben nove personaggi che dialogano vivacemente tra loro in un siciliano comprensibilissimo, con battute e situazioni che suscitano il sorriso o una lieve risata, e con preludio,  interludio e postludio canoro-musicali tali che si potrebbe definire l’opera come commedia con musiche, commedia che Italia avrebbe potuto e potrebbe ancora intitolare ‘A robba’, essendo scritta, appunto,  in siciliano e con tipiche canzoni popolari della Sicilia. Nel programma di sala si legge “trascrizione teatrale della novella di Verga a cura di Mauro Italia”, quasi a voler  manifestare una deminutio capitis. Non  è stata una mera trascrizione drammaturgica né Mauro ha profanato Verga. Ha presentato al suo pubblico affezionato un suo pregevole lavoro, senza tradire Verga, ma anzi avvicinando i giovani allo scrittore,autore del capolavoro verista “Mastro don Gesualdo”, basato sulla tematica della “robba”. Poiché Mauro Italia, che ha curato la regìa dell’opera, non ha scelto per sé la parte principale, è possibile che abbia scelto il soggetto, “La roba”, appunto,  e scritto il copione per affidare la parte del protagonista al suo grande sodale, quel Pippo Zanti, compagno di scena da anni,  che è stato un superbo don Mazzarò, dall’inizio alla drammatica fine. Mazzarò, davanti a noi, umilia il vecchio e inetto barone, magnificamente interpretato da Santo Riffa, e rimane gretto e inflessibile sino alla fine, senza rendersi conto dell’affetto della za’ Mara, compagna degli stenti giovanili, efficacemente recitata da Giorgia Messina. Gli altri interpreti, Silvia Corbino,Ninetta Lavio, Lorenzo Ferraro, Concetto Cacciaguerra, Giuseppe Ciacchella e lo stesso Mauro Italia  hanno reso piacevole e convincente la rappresentazione, con la collaborazione del gruppo folk ‘U ciauru di  Sicilia” diretto da Catena Valastro. L’appuntamento è per la stagione 2024-’25.

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