Privacy Policy "So che è deciso già" - ReportSicilia.com

“So che è deciso già”

di Luana Aliano

Questa settimana ReportSicilia.com ha deciso raddoppiare l’appuntamento della rubrica “letture consigliate”. Oggi proponiamo all’attenzione dei nostri affezionati lettori un diario-racconto scritto da Luana Aliano, un tributo alla memoria del suo papà, venuto a mancare troppo presto all’amore della sua famiglia. Il diario è un racconto che tocca le corde dell’intimo , quelle corde che spesso sono sorde perché così non fanno male, altre volte invece, sono le più sonore. E’ la storia di una famiglia che subisce il terremoto della diagnosi di un male incurabile che strattona solo per un attimo le fondazioni di quella casa per poi trasformarla in fortezza di speranza e vita. E’ l’intima confessione dell’amore di una figlia per il proprio padre, un uomo forte e di poche parole che conosce già il suo destino ma finge di esserne ignaro e vive con parsimonia ogni attimo in più regalatogli da un fato beffardo accanto ai suoi preziosi tesori. E’ una storia che riguarda tutti, soprattutto in questo drammatico momento storico, perché sebbene cambino i dettagli, i luoghi e le persone, è universalmente amaro il cammino verso il Calvario e incolmabile è la perdita di chi si ama.

Ma chi è Luana Aliano? E’ una fine storica dell’arte e ricercatrice che vive l’arte e riesce a trasmetterla con un grande afflato emotivo e spiccato spirito critico ai suoi allievi e a chi almeno per una volta ha avuto il privilegio di ascoltarla. Buona Lettura.

So che è deciso già… due mani che hanno fame di andar via…c’è così poco intorno a te che lo rivuoi  e non è speciale ma è per te…e non sa di niente ma di te…[…] crudele come no e mai per te…musa di nessuno dove sei, che non sai di niente… ma di te che mi guardi e io non capirò io che non so…” (Musa di nessuno, Afterhours)

26 luglio 2009

Sono queste le parole che ascolto mentre, finalmente, compio un primo gesto di reazione, iniziando a scrivere, a scrivere di Te e di Noi. Quando le ho rilette ho pensato all’immagine di un recipiente stracolmo, non più capace di contenere una piccola goccia di acqua e che la lascia scivolare via, insieme ad un fiume di altre mille sfere trasparenti ad inondare, per sempre, il suo spazio circostante.

 Ricordo il preciso istante, di alcuni mesi addietro, in cui è nato in me il desiderio di trascrivere sulla carta tutte le emozioni nuove e sconosciute che ho imparato a provare, lungo un anno di vita insieme a te. 

Oggi so che è coinciso con la comparsa della tua amara consapevolezza di lasciarci presto. Lungo queste righe tenterò di raccontare i miei pensieri per colmare quel silenzio a cui qualcuno, o qualcosa, ci ha costretto, perché quando anche io ho capito, guardando dentro quegli occhi di brace, che le lancette iniziavano a girare all’indietro, ho sentito che non saremmo mai riusciti a dire tutte le parole che ci navigavano nel cuore.      

E’ passato appena un anno da quando nel maggio scorso abbiamo scoperto la tua malattia e già oggi non ci sei. 

Mentre la calura estiva sembra seccarmi come una piantina dimenticata in un balcone di città, non posso fare a meno di raccontare gli ultimi capitoli di un’esistenza tremendamente forte, che in pochi giorni è sembrata venisse atterrata. Adesso la mia più grande missione è parlare della violenta e tenace forza che hai avuto. Quel regalo che ci siamo sempre fatti, dicendoci tutto con uno sguardo rosso, intenso e silenzioso, oggi te lo rendo con le mie parole bagnate, perché si sappia che l’amore è passato anche  attraverso quel male che annulla e mortifica. 

Primo Capitolo

MAGGIO-NOVEMBRE 2008  

LA VITA AL SETACCIO

Era un sabato, un sabato sera, quando ho ricevuto la telefonata di Daniele che sapevo avrebbe confermato il sospetto serpeggiante dentro il cuore: eri già grave e non bisognava perdere tempo. In soli 15 giorni la nostra vita è cambiata. 

Mi sono precipitata  a casa forse con lo sciocco intento di salvarti da quello che mi era stato appena detto…in fondo erano solo parole e volevo delle prove più concrete prima di riuscire a guardarti come un uomo forte ma malato. Per 48 ore ho tenuto tutto dentro, senza scambiare ogni più piccolo pensiero a riguardo, doveva arrivare lunedì perché si potesse iniziare a fare qualcosa, era crudele parlarne prima. Ho trascorso il mio più brutto fine settimana in tua compagnia, studiando ogni tua espressione, gesto, illudendomi che dietro il tuo sorriso, dentro il nero vivo degli occhi, accanto alla tua sagoma imponente, non ci potesse essere altro che il nido di una vita difficile, senza dubbio, ma ancora lunga e insieme a me. Quel lunedì è arrivato e purtroppo ne è arrivato anche un secondo che ha confermato e puntualizzato che per te non c’era nulla da fare. Ma su una cosa si erano grandemente sbagliati, non avevano considerato la tua voglia di vivere, il tuo immenso amore per noi e che non avevi alcuna intenzione di lasciarci così presto, sole e fragili davanti alla vita ancora troppo lunga.

Il nostro cammino verso una sperata guarigione è iniziato quasi come un atto dovuto, a Roma. La città che io ho più desiderato conoscere e amare è diventata velocemente il luogo della nostra speranza. Tu l’hai trasformata nel luogo della tua battaglia. Così, anche chi lontano dal tuo mondo non aveva mai avuto modo di sperimentare la tua tenacia si è dovuto presto ricredere. 

I primi giorni, io stessa ho ceduto dinnanzi al troppo facile errore che non avresti reagito e mi disperavo a vederti avvinto e vinto dalla paura. Ma era solo un cantuccio di ore in cui ti sei rinchiuso per riuscirne agguerrito. La tua guerra l’hai iniziata silenziosamente, hai portato dalla tua per tanti mesi bottini preziosi. 

Così i ricordi più cari sono legati alle tue partenze e soprattutto ai tuoi rientri. Andata e ritorno in giornata e serate interminabili di felici chiacchierate in cucina che tu non facevi finire mai. Ed è bellissimo adesso, ripensare alla stanchezza mia, di mamma e Cricri sedute sul divano, ad ascoltarti parlare di tutto, anche e poi si cadeva sempre sullo stesso argomento, prima Berlusconi -TESTA D’ASFALTO- e poi Dodò. Il tuo amato Dodò, che ti ho messo sul cuore quando ti hanno portato via, forse per farti un dono o forse più certamente, per continuare ad avere l’illusione di sentirti ancora infervorato dalle vittorie e dalla passione che ti accendeva. E mentre ripenso a tutte le spensierate sere seguenti ai tuoi diciotto cicli di terapia, mi si ripresenta un’immagine che, seppur scandita dal tempo, è rimasta sempre uguale. Forse lo devo a Fulvio l’aver ricordato le emozioni provate in aeroporto; aspettarlo di rientro da Milano pochi giorni fa, seduta in mezzo a tanta gente felice, mentre in testa avevo ancora solo il tuo funerale, mi ha fatto ricordare la mia solita paura per l’aereo in ritardo, la mia perenne ansia nello sbirciare sul cartellone degli arrivi terrorizzata dal un possibile incidente e poi il sollievo nel leggere “… da Roma …atterrato”. Allora l’ansia si trasformava, le porte del gate sembravano non aprirsi mai. Quando spuntavi i nostri occhi si incontravano subito nella prima ricerca fra la folla e il tuo gesto era sempre lo stesso dopo il mio sorriso, mi correvi incontro emozionato e mi baciavi la testa sussurrando “Lulù”. Giugno-Novembre a noi è sembrato un unico grande mese. Un unico e indistinto lasso temporale trascorso velocemente, in cui tutto era finalizzato alla nostra felicità… e ne abbiamo avuta tanta. Le serate con gli amici, Riccardo e Rosa, Pippo e Simonetta, Concetto e Giovanna, Daniela e Antonio, Mirella e Pippo, le mangiate di pesce, Aldo e il suo barracuda, le gite in barca, l’ancora che non va e le infinite manovre per ormeggiare. Siamo riusciti a vivere senza pensare alla tua malattia. Questo è il più grande dono che ci siamo scambiati.

Novembre è stato un mese intenso e felice, anche se oggi lo ripenso con amara rabbia.

Ai primi controlli dopo il primo intero ciclo di terapia, che i medici credevano non potessi portare a buon fine: eri una roccia e il tumore ci ha ingannati di aver battuto ritirata.

Senza aver il tempo di capire o ragionare, il vortice di gioia ci ha portati a pensare che eri salvo, potevi operarti e soprattutto RIMANEVI CON NOI!!! 

Chissà se tu non capivi sul serio la grande novità… mi chiedo adesso. Mentre tutti eravamo ubriacati dal delirio della notizia, impossibile a detta dei medici, tu rimanevi in silenzio ad ascoltare come se non ti riguardasse. In quei giorni ho creduto che eri solo spaventato dall’operazione, ma oggi credo che un uomo sappia quale sia il cammino della propria esistenza e tu, Papà, rimanevi troppo scostante dalle nostre risate. 

Sento un cruccio, come un groviglio di ami dentro la pancia che cerca di farsi strada ma che sa che rimarrà bloccato lì, per sempre. I nostri interminabili discorsi da soli, lontano da tutto e da tutti, in cui siamo riusciti a parlare anche di cose forse prima proibite fra un padre e una figlia. Siamo diventati confidenti e poi amici indispensabili l’uno per l’altra. Le tue domande sulla tua malattia me le hai sempre fatte in silenzio e io sapevo esattamente di cosa volessi parlare e cosa volessi che rispiegassi. Fra le innumerevoli volte in cui abbiamo discusso della tua” vita normale” e della nostra fortuna, credo di essere riuscita a convincerti fermamente con la mia certezza, della tua imminente guarigione. Ricordo esattamente tutte le parole pronunciate a tavola, dopo una pranzo silenzioso “non succede a nessuno malato del tuo stesso male di arrivare all’intervento…è un miracolo per noi e per i medici…devi capire che quando ti hanno diagnosticato il cancro all’esofago, il 27 maggio del 2008, ci avevano detto che non avresti visto settembre. Invece sei qui, siamo felici, stai bene e il tumore maledetto, che non riesco neanche a pronunciare, si è ridotto. Capisci che non devi avere paura dell’intervento…sarà difficile e pesante ma è la porta attraverso cui passare per buttarci tutto alle spalle” 

Ero illusa io e ti ho illuso nel peggiore dei modi, pur amandoti incondizionatamente.

Dicembre 2008

Il cuore di ghiaccio 

Roma. Mamma e papà sono già partiti da qualche giorno, io Cristina e Mirella raggiungiamo l’ospedale dopo un estenuante viaggio in treno, perché io non riesco a prendere l’aereo. Ci hanno detto che l’intervento durerà dalle 8 alle 12 ore, che tu sei in ottime condizioni e che forse dopo andrai in terapia intensiva per precauzione. Passiamo con queste parole in testa due giorni accanto a te in reparto di chirurgia addominale, spaventati ma eccitati per la fine del capitolo tumore. Io non mi rendevo conto neanche di essere in un posto di sofferenza, in un ospedale circondata da malati terminali, ero li con il mio eroe-papà che stava vincendo. 

6 dicembre, ore 10:00. Arriva il barellista con un infermiera per portarti in sala operatoria e rimango io con te in stanza mentre ti preparano. Ti stringo la mano. Ti seguiamo sino davanti alle porte della sala operatoria. Si chiudono, sono le 10:30. 

Sembriamo quattro foglioline cadute da un albero, quando dopo un’ora vediamo uscire il chirurgo. Lo inseguiamo e a stento ci dice che eri inoperabile! INOPERABILE?! Ma che stava dicendo? Purtroppo la malattia era più estesa di quanto si potesse monitorare con la strumentazione e tu ne eri pieno! 

Hai dormito per due giorni interi di un sonno pesante ma doloroso; ricordo che non riuscivo a guardarti senza chiedermi ogni istante il perché di quella grande delusione. Cosa avremmo dovuto dirti per ovattare una tua sicura caduta? Cosa era più giusto fare? Io, al di la dei consigli elargiti da tutti i medici che ci hanno seguito, sapevo con certezza che tu volevi la verità e che forse prima ancora dell’esito volevi sapere se avessero operato tagliando anche il torace. Per giorni e giorni prima del tuo ricovero, ancora annebbiati dal fumo della speranza, mi avevi infatti, confessato che la tua paura più grande era diventata l’essere operato a torace aperto. Così quando hai iniziato ad avere torbidi momenti di lucidità in cui non capivi cosa fosse successo, mi sono avvicinata e per calmare le tue prime ansie, ti ho baciato sulla fronte e ti ho detto “papi dormi tranquillo, non c’è stato bisogno di aprire anche il torace, riposati che ti devi rialzare presto”. Anche se consapevole della mezza verità, ho provato un sollievo enorme nel vederti accennare ad un sorriso mentre mi stringevi la mano. 

Mi rendo conto di ripensare a quelle 72 ore come ad un indistinto nucleo temporale, ma sono state così intense da sembrare interminabili. Interminabili come le domande con cui abbiamo tempestato i medici per capire quali fossero i  passi successivi per salvarti. Mentre tu a letto lentamente riprendevi coscienza e capivi che non avevi subito alcun intervento, osservavo tutte le persone che ti si muovevano attorno: come un teatrino dell’assurdo ognuno ha cercato le parole giuste per dirti dell’accaduto e per convincerti che la battaglia si era inasprita ma ce la potevi ancora fare, dipendeva da te. 

Oggi, so che non sei stato preso in giro solo tu, ma anche noi, io, Cri e la mamma, perché nessuno ha avuto il coraggio di dirci che i passi possibili erano eguali alla somministrazione di farmaci per allungare la vita, non più per cercare di guarirti. 

Siamo ritornati in Sicilia tutti e quattro consapevoli della ferita ma intenzionati a riprendere le forze. Nonostante avessimo immaginato un Natale diverso, le feste sono trascorse con apparente calma. Ognuno di noi ha avuto il coraggio di continuare a sorridere, a sorriderti, a ribadire che non era finita affatto. Ci siamo aggrappati con tutte le nostre forze mentali a queste parole vuote, e tu come sempre nel giro di una settimana ti sei totalmente ripreso. 

Capodanno. Adesso riguardo le foto della cena fatta a casa nostra, nel salone, fra le cose che tu amavi di più. Avevamo pensato proprio a tutto per renderti felice, dal tuo cibo preferito al più sciocco addobbo per la tavola, le fiaccole, il brindisi…

ma tu hai pianto. Non riesco a riguardare quegli scatti senza sentire una morsa tremenda al cuore, mentre noi ti abbracciamo e sorridiamo tu ci guardi e piangi. So a cosa ripensavi, alle parole pronunciate qualche sera prima. A chi ti aveva detto che dipendeva da te se il prossimo Natale fossimo stati ancora insieme, tu hai risposto “Uno, io mille ne passo con loro! Nessuno aveva capito che eri più forte di prima.

Ma perché hai pianto? Oggi piango perché so che non ci sarai più, maledizione, per tutte le ricorrenze felici e nella nostra amata quotidianità, ma tu lo sapevi già?

Ultimo Capitolo

Gennaio-Aprile 2009

Anno nuovo vita nuova!

È stato questo il nostro motto!

Finita la frenesia delle feste, portate via come sempre dall’Epifania, ci siamo riversati intensamente l’uno sull’altra. Io, Cri e la mamma, ognuno di noi tre ha avuto un tuo dono speciale. Adesso non ricordo quando è accaduto di preciso, ma una sera in macchina abbiamo parlato così tanto di ritorno da Canicattini, che io ho la sensazione di poter rispondere oggi a qualsiasi domanda, ripetendo le tue parole!

Mi hai parlato del tuo rapporto con la mamma e del vostro legame. Che solo lei avrebbe potuto avere la forza di lottare accanto a te, con i continui viaggi, le sue attenzioni, gli sguardi, le tenerezze e l’attaccamento fortissimo nato dopo una vita difficile e sofferta insieme. Non mi hai più ripetuto nulla di simile, ma lo hai continuamente pensato e di tanto in tanto sono uscite delle piccole frasi… “Alla mamma piacerebbe una piantina di buganville… voglio regalargliela” Hai pianto mentre me lo dicevi e in effetti, papà caro, non ci sei arrivato. Ti prometto che ci penserò io, per il suo compleanno!

Cristina, era il tuo cruccio più grande, la vedevi piccola e volevi crescerla tu, essere la sua guida e ti dispiacevi per il suo carattere un po’ solitario. Desideravi che lei pendesse dalle tue labbra! Mi hai ovviamente parlato della vostra passione, delle sue vittorie e del tuo orgoglio di papà! Ma non abbiamo parlato di noi…non ce ne era bisogno. Da quel giorno il nostro rapporto, non so come potesse, si è ancora di più rinsaldato e tu sei diventato  il punto fisso di ogni mia giornata, il mio amico più speciale… il numero da chiamare se non ci si vedeva per più di due ore.

Come si può spiegare a parole quello che abbiamo avuto dentro guardandoci tutt’.e quattro? Ogni essere umano riesce a sentire più vicino qualcuno che ama fissando nella mente  immagini evocatrici… la mia più bella è la passeggiata in campagna a “rubare” piccoli frantumi di reperti archeologici senza valore! La tua felicità nel trovarli e passarmeli, sembravamo invasati. La sera passata a sistemarli dentro una scatola e a riguardarli… so che sono senza valore ma per noi erano le pietre più preziose del mondo. 

                                                            Oggi

E’ arrivato maggio senza che ce ne rendessimo conto e senza che ce ne rendessimo conto il nostro tempo insieme stava finendo. Nessuno di noi poteva immaginarlo ma qualcosa ci ha spinti a gesti plateali l’uno verso l’altra, a voler lasciare il segno dell’amore che sembrava guarirci dal dolore della tua malattia. Da pochi e fugaci sguardi spenti siamo passati a silenziose e interminabili giornate a letto. 

Le parole vacillano e la mente sembra cercare dentro un labirinto la giusta via da seguire per descrivere un percorso tortuoso, ma breve che si è spento in silenzio una notte di luglio.

Il punto ortografico che ha concluso la frase precedente è stato anche un grande momento di pausa nel mio viaggio interiore. Oggi sono quasi passati undici anni dal nostro saluto e poco meno dalle ore trascorse rinchiusa nella mia camera, a confezionare il mio dono di carta e parole. Non è stato un cedimento ma un chinare il capo davanti all’inesorabile presa di coscienza. E’ stato crescere e diventare donna. È stato combattere il dolore nero. È stato trovare le giuste tinte per far brillare di rialzi luminosi il quadro della nostra vita insieme. 

La paura della sconfitta, di un abbandono fragile e lamentoso ha bloccato ogni mia parola, ogni più piccolo scarabocchio.

la via dei ricordi ha battuto la medesima strada ad ogni suo avvio.

Il percorso ripartiva dalla stessa immagine, violenta e squarciante del tuo corpo vuoto, steso e immobile: una anonima stanza d’ospedale che sembra avere sempre fatto parte dei nostri ricordi, bianca con poco mobilio, tanta folla intorno, silenziosa ma con te in ogn piccolo centimetro di spazio..

Poi, come in un sacro rito ha ceduto il passo alla stessa grande emozione che, come coppa che mesce vino, attacca insieme gli atomi di un dolore straziante a quelli di una forza gigante. Una ampolla di veleni e elisir si agita nella mia mente e fra le labbra sussurro che hai vinto tu. La sensazione è fisica, corporea ma anche violentemente mentale. E’ quella della vittoria di un grande guerriero, che impavido e tenace ha affrontato la vita con  dignità. La dignità di  Uomo.

Tutto era apperentemente spento, finito e concluso. Sono rimasta al buio entro la stanza vuota della mia mente a cercare uno spiraglio di luce, una piccola fiammella che mi potesse far orientare all’interno di una foresta buia. E la luce è arrivata quando ho saputo ascoltare che in un silenzio non più umano hai continuato a non smettere di parlare. Ho mosso i miei primi passi seguendo dapprima solo un bisbiglio ma poi le gambe sono diventate sempre più robuste al timbrico suono della tua voce e ho imparato a vedere una nuova strada. Gli occhi hanno seguito i miei piedi e ho saputo aprire la mente verso un nuovo orizzonte di colori e luci accese: e ti ho ritrovato nel fiammeggiante rosso di un tramonto dove la pelle si tinge di ambra e un calore avvolgente incendia le membra  Ho sentito la forza della natura fatta di vita e di morte e ho compreso il senso di quella tua grandezza che sempre mi aveva affascinata. Il ciclico incedere della vita di cui tu adesso fai compiutamente parte mi ha tracciato un nuovo cammino fatto di terra e di cuore. E’ questo il dono più grande che un figlio possa ricevere da un padre: le chiavi per aprire la porta alla Vita.

Non sentirò più il calore della tua possente carezza, la dolcezza dei baci rubati tra amore e ironia, la sofferta e sudata conquista della convivenza quotidiana ma ci saranno per sempre nel mio tempo umano il peso del tuo amore e della tua vittoria! 

“io sono una parte di tutto quello che ho incontrato”…

recita O.G. a cui io aggiungo  

“io sono una parte di te che continua a camminanre nel mondo con l’eredità spirituale del tuo Essere gigante”.

Terra e cuore sono maturità e spensieratezza, concretezza e leggerezza, fermezza e dolcezza, ma soprattutto sono saper imboccare le vie che la vita ci mette innanzi con la risolutezza di un eroe che sa qual è il suo obiettivo, che ascolta ma non segue le distrazioni della debolezza, che cade sotto il peso delle delusioni ma non si spezza, che solleva il peso del mondo conscio della sua parzialità, che non interrompe la sua corsa pur sapendo che è solo un eroe… una donna che accetta di vivere senza dimenticare che è l’amore che “muove ogni cosa”.  

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