Aspettando il 4 maggio, rinnovati o ringalluzziti?
L’editoriale di sabato
Le notizie si rincorrono e sembra quasi certa la data del 4 maggio, alcuni addirittura se avessero potuto avrebbero anticipato già a fine aprile, per la fine del lockdown.
Ma che cosa accadrà nelle vite di ognuno, già stuprate delle proprie abitudine da oltre 50 giorni? La voglia di tornare alla normalità è tanta almeno quanto la paura di uscire il naso da casa e beccare il virus, vanificando la quarantena. Certo, ci vorrà del tempo prima di salutarsi con baci, abbracci e braci domenicali, forse gli aperitivi dovranno aspettare e con loro chissà quante altre cose. Però, come saremo noi fra due settimane? Faremo tesoro dell’esperienza vissuta e saremo veramente rinnovati nello spirito come ci siamo ripetuti più volte, ascoltando le omelie del Santo Padre, oppure sarà così forte la sete di ubriacarsi di vita e libertà che ci lasceremo tutto alle spalle, noncuranti di chi, da questa tragedia è stato toccato nella proprio intimo, negli affetti e nelle tasche?
Ci saranno come la storia insegna i sommersi e i salvati. Ma i salvati, cioè quanti sono stati risparmiati dalla malattia, sapranno tesaurizzare questo privilegio oppure torneranno alla carica con il solito egoismo di sempre? Chissà dove finirà tanto buonismo che in certi momenti, quando si pensava che la fine del mondo fosse vicina, ha fatto credere che esistesse davvero la possibilità di un’umanità migliore, solidale e forte. Vedremo, ora che ci si avvia alla fase due, a quanti interesserà che tutte le saracinesche d’Italia si alzino e riaprano i battenti, che tutte le famiglie abbiano garantiti i pasti e un tetto sulla testa, vedremo…
Dinanzi alla benedizione urbi et orbi, nelle deserta Piazza San Pietro, ognuno, alle 18.00 di quel venerdì, è stato in silenzio davanti allo schermo e, commosso, ha promesso qualcosa…Sarebbe un’opportunità mantenere quel voto, perché è l’unico modo di credere che si possa ripartire col piede giusto. L’alternativa? Farsi travolgere dalle giornate di sempre, in cui non c’è tempo per pensare a chi sta male, al nonno solo o al genitore anziano, al fratello che vive lontano, all’amico disoccupato, perché esistiamo solo noi, con le nostre ossessioni, i nostri infiniti traguardi da tagliare…Noi che spesso siamo così ingombranti da sembrare palloni gonfiati, noi che sarebbe meglio compiacersi meno e includersi di più con chi, agli occhi di certa società, conta di meno.
Vaccini e cure a parte, se ciò accadesse davvero, la pandemia intesa come grande metafora del male, sarebbe scacciata anche dagli animi più grigi che potrebbero cominciare a godersi una nuova primavera.

