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La Taverna del glicine

seconda puntata – di Valeria Lombardo

Monica in compagnia dei cari amici e di nonna Isa raggiunge il casale e…appena arriva è colta da grande meraviglia

Monica strattonó Federica, voleva contenere la gioia almeno con le parole, si limitó a dire “Mio Dio! Che magnificenza!”.

La struttura imponente, il terreno che la circondava vastissimo. Già immaginava il suo orto, rimase incantata e si allontanò dal gruppo per guardarsi meglio intorno.

Nonna Isa urló da lontano: “Hey nica dove vai?!  Veni ‘ca, ho le chiavi per aprire il paradiso, andiamo dentro. La donna fece una corsa e raggiunse gli altri che l’attendevano davanti all’ingresso del casale. Inizió il tour per le stanze, immensi saloni dove si respirava un’aria d’altri tempi. Le condizioni non erano poi così rovinose come nonna Isa aveva lasciato immaginare, o per lo meno, una parte del casale non aveva bisogno di manutenzione. Il pavimento era composto da piccole maioliche, le portefinestre e le travi erano di un ottimo legno di noce, la camera da letto poi era splendida, rivestita di parquet invecchiato e arredata da mobili del primo Novecento siciliano.

I due bagni erano modesti, ma confortevoli. La cucina però non c’era:  muri grezzi senza rivestimento e nessun piano cottura, solo tubi per l’acqua che fuoriuscivano dalle pareti.

Monica chiuse gli occhi e fece due passi indietro. Vide smantellato il suo sogno in un battito di ciglia. Nonna Isa si accorse della reazione della giovane donna, le si avvicinò e con calma le chiese: -“Che succede Monica?”

-“Non avevo considerato questo inconveniente..”

Ernesto la interruppe subito: – “Ma di cosa ti preoccupi, si potrebbe costruire una cucina in muratura, prendila come un vantaggio, potresti farla a tuo piacimento. Me ne occuperei io, sempre che la signora sia d’accordo.”

“Ma certo l’avevo già detto a Monica che mi avrebbe fatto infinito piacere trovare qualcuno che si occupasse di ultimare la ristrutturazione, d’altronde una casa senza cucina non è vivibile…

-“Si” ribattè Monica “ma devo considerare i costi di locazione e quelli di ripristino.”

-“Nessun costo di locazione, se accetterai di farmi vivere nella dépendance.”

-“È un’ottima proposta” – disse Federica: – “Ernesto ti rimetterà su la cucina!”

-“Cara signora Isabella, lei è molto generosa, ma ci conosciamo appena, pensa davvero che possa essere possibile la nostra convivenza?”

-“E di cosa ti preoccupi? Non starei certo attaccata alla tua veste, potrei solo aiutarti a mettere su il ristorante e a tramandarti delle ricette di tradizione sicula. Dai, non fare la timida, non lo sei, hai solo bisogno di una spintarella, ci penserò io.”

Monica rimase in silenzio per qualche attimo, poi la strinse come avrebbe voluto fare con sua madre, e così facendo accettò il compromesso. Rasserenati gli animi, i quattro tornarono in città progettando della cucina e del ristorante. Sarebbe stato necessario un mese di lavoro e forse più per mettere su la cucina, per ridipingere le pareti delle altre stanze e poi anche per la ripristinare l’esterno del casale.

Federica e Monica diedero disponibilità per i lavori meno pesanti, e anche nonna Isa disse la sua:

-“E io? Non vi sembro capace di tirar via le sterpaglie o appiccicare dei mattoni?” 

“Oh Dio” disse fra sé e sé Monica, “è una temeraria questa nonnina tutto pepe, ma se finisce per farsi del male?”

-“Si nonna Isa, contribuirà anche lei alle nostre fatiche” la rassicuró Ernesto. 

La signora Isabella era forte di spirito, questo era palese, ma il fisico non sembrava così. Era rotondetta e dalle spalle ricurve, camminava a fatica per via di un intervento che aveva subito al ginocchio qualche anno prima, ma dinanzi a tanto entusiasmo, i ragazzi non se la sentirono di escluderla. 

-“Bene, quando iniziamo?” esordì nonna Isa. 

– “Federica, Monica che ne pensate di iniziare già da questo weekend?” chiese Ernesto.

-“Certamente, chi ha tempo non aspetti tempo!” Esclamò prontamente Monica. 

E così che dopo aver comperato il materiale necessario, iniziarono i lavori di ripristino, ma avendo solo i fine settimana a disposizione, questi si protrassero per due mesi. 

Sembrava facile e veloce il lavoro da sviluppare, ma man mano che si procedeva venivano fuori problemi su problemi, l’impianto elettrico da rifare, tubi d’acqua da cambiare… Insomma, fu una bella sudata per Ernesto e le donne, d’altronde cosa potevano fare se non mescolare il cemento o dare il colore alle pareti? 

Loro si occuparono principalmente dell’esterno, con un decespugliatore un po’ per una (tranne nonna Isa) tagliarono le sterpaglie, fino ad ottenere un prato dal verde vivido. Lo annaffiarono abbondantemente, ricavarono delle aiuole con dei sassi raccattati dalla pulizia del grande piazzale. C’era tanto terreno per la semina dell’orto, ma a quello avrebbero pensato dopo, mentre la veranda che circondava il rustico era ampia e tutta da ripulire, per far venire fuori le terrecotte. 

Trascorsero altre tre settimane e i lavori erano giunti al termine, persino i lampadari in ferro battuto avevano preso il posto di quelle povere lampadine. Ernesto, Federica, nonna Isa, e Monica erano molto soddisfatti del risultato ottenuto, soprattutto per il fatto di non aver investito molto denaro, ma qualcosa aleggiava nell’atmosfera che rompeva quell’atmosfera magica: la malinconia di Monica.

Si, la donna avvertiva che ormai erano alla resa dei conti e che avrebbe dovuto affrontare la madre. Dopo essere stati a Palazzolo rientrarono tardi, la donna entró come un gatto in casa e salì subito nella sua camera. Non l’udì nessuno anche questa volta, o almeno sembrava. Monica quella notte non chiuse occhio nonostante la stanchezza, aprì armadi e cassetti per mettere sul letto quello che avrebbe portato nella nuova casa. Era a dir poco felice, non vedeva l’ora di vivere uno spazio tutto suo, ma come avrebbe reagito sua madre? Sgomberó tutta la stanza ed ebbe cura di mettere in valigia la cornice con la foto di suo padre, quando lei aveva ancora 10 anni, e rifletté sul fatto che se lui fosse stato ancora vivo non si sarebbe trovata in quella scomoda situazione. 

Lui rappresentava il perno della famiglia, l’amore per la pace ad ogni costo, diversamente dalla moglie che invece brontolava spesso. Ma capì che a nulla sarebbero valse quelle riflessioni, era il momento di agire. Giunta la mattina, scese a fare colazione portando giù con sé anche valigie e cartoni.

-“Buongiorno mamma!”

-“Buongiorno Monica, sei tornata tra i comuni mortali?”

-“Mamma non cominciare, ho bisogno di parlarti”

-“Eh sentiamo, quale sarebbe la novità adesso?”

-“Vado via, ho trovato a casa, oggi mi trasferisco.”

– “Ah…e dove andresti di bello, con chi e…soprattutto con quali soldi? – disse la madre con tono ironico. Mi sembra un po’ tardi alla tua età, giocare a fare la ragazzina che v via di casa, no?!- proseguì con tono più severo.

-“No mamma, me ne vado perché mi hai istigata a farlo, hai osato dirmi che profanavo il posto che mio padre aveva preso in cucina, ho quarant’anni e sono stanca di essere trattata come un’adolescente. Hai da ridire su tutto il mio operato, per non parlare della mie relazioni. Quante volte ho rinunciato ai miei affetti per starti vicina e da parte tua ho ricevuto solo ammonizioni. Sei egoista mamma, io non reggo più. Ho trovato un casolare a Palazzolo Acreide, e mi ci trasferisco adesso per vivere e per cucinare, se e quando mi andrà.”

-“Sei una donna senza principi né valori, non posso credere a ciò che dici, ma d’altronde cos’hai fatto mai per starmi vicina dopo la morte di tuo padre? Prima Giacomo, poi l’altro di cui non ricordo nemmeno il nome. Solo scuse per allontanarti da me!”

-“No cara, sei stata tu col tuo atteggiamento a costringermi a chiudere quelle relazioni. Si, perché ti lagnavi che ti lasciavo sempre sola. Tanto meglio che quelli non erano nemmeno uomini a me compatibili, altrimenti sarei andata via anche prima.”

-“Bene, e adesso vai via solo perché vuoi cucinare quelle porcherie da mattina a sera?”

-“Quelle che tu chiami porcherie sono la mia vita, l’unica passione che mi sia rimasta e in nome di mio padre ne farò anche una grande osteria. Al posto tuo smetterei di essere tanto ostile nei miei confronti e nella vita in generale, dovresti cominciare a vivere e potresti farlo insieme a me.”

-“Ti stai prendendo troppo sul serio, rimetti i piedi a terra, cara Monica.”

‘”Va bene madre, capisco, vado via, arrivederci.”

Caricó le sue cose in macchina e andò a casa di Federica ed Ernesto, perchè non ricordava bene come arrivare al casale. Arrivó piangendo, non si aspettava un atteggiamento tanto crudo dalla madre. Gli amici la consolarono e riuscirono a strapparle un sorriso  quando le mostrarono l’insegna intagliata sul legno, con su scritto ‘La taverna del glicine’.

-“Su andiamo, abbiamo ancora tanto a cui pensare, vuoi che passiamo a prendere nonna Isa? Lei sa sempre come tirarci su!”

-“Sì” annuì Monica “andiamo, lei è quel che ci vuole.”

Il gruppo si ritrovò in auto verso Palazzolo, ma questa volta non ci furono molte parole tra loro… La signora Isabella si accorse subito che Monica non era del suo solito umore. Non chiese nulla per discrezione. Arrivarono a destinazione, misero giù tutti i bagagli della nuova inquilina e l’aiutarono a smistarli nelle stanze di pertinenza. Per lo più erano libri, riviste, pochi abiti. Niente di particolare, vestiti per andare a fare la spesa, per stare in casa, e poi grembiuli di tutte le specie, a cui era tanto legata. La biancheria per il letto e per il bagno gliel’aveva regalata nonna Isa, compresi gli utensili necessari per cucinare. Il pomeriggio trascorse a mettere in ordine ogni cosa, era quasi sera quando tornarono in città; dopo avere accompagnato l’anziana donna in casa, i tre andarono in pizzeria a cenare. Monica era combattuta se restare a dormire da Federica o tornare a Palazzolo. Alla fine  decise di raggiungere la Taverna del Glicine. Era stanchissima, non ebbe neanche il tempo di svestirsi che si trovò addormentata sul nuovo letto.

A svegliarla fu la luce che proveniva dalla finestra e il cinguettio degli uccellini. Si alzò e si affacciò: davanti a lei un caleidoscopio del i colori, alberi da frutto, ed erbe selvatiche, profumo di pirmavera. Andó in bagno lasciandosi cadere i vestiti dietro di lei, non importava che fossero lasciati a terra, stava iniziando a tastare la libertà, qualcosa di nuovo si stava impadronendo di lei, ed era un bel rinnovamento. Dopo aver fatto la doccia, ancora nuda, fece un giro per la casa per goderne di ogni particolare. Chiamó subito nonna Isa. 

-“Nonna Isa buongiorno, so che è prestissimo, ma non ho resistito a chiamarti per ringraziarti dell’immenso regalo che mi hai fatto. Quando vengo a prenderti?” Monica rimase ad ascoltare, poi ci fu del silenzio. Nonna Isa le annunciava che non poteva mantenere la sua parola, perché il figlio non era d’accordo sul fatto che si trasferisce a Palazzolo, con una poco più che sconosciuta. 

-“Non è possibile, cosa posso fare? Verrò io a parlare con tuo figlio!”

Ma dall’altra parte del telefono una vocina priva di quella grinta che l’aveva connotata fino ad allora, la pregava di non insistere. Tutto sarebbe stato inutile, però la rassicurò promettendole che avrebbe trascorso qualche fine settimana da lei.

Monica ci rimase davvero male, si sentiva smarrita adesso che realizzava di dovere vivere da sola in piena campagna e lontana dalla sua città. 

-“Beh Monica, rimbocchiamoci le maniche, adesso fammi vedere chi sei” disse a sé stessa. Per prima cosa si recò in paese, con la sua macchina, a cercare dei mercatini alimentari, ma gli abitanti del posto le dissero che ne esisteva soltanto uno, che il comune organizzava ogni quindici giorni. Niente male come secondo colpo, a quel punto avrebbe dovuto imparare a fidarsi dei fornitori che la cittadina offriva. Inizió da frutta e verdura, per continuare con la macelleria, per il pesce si sarebbe organizzata ogni volta che avrebbe deciso di tornare in città a trovare i suoi cari amici.

Intanto approvvigionó la sua dispensa con le basi: pomodori, asparagi, sedano, carote etc.. Raccolse di tutto un po’, e mentre lo faceva si sentiva rinata. Sceglieva tutto con cura, prediligeva i prodotti locali, né tastava la consistenza, la forma e la variegatura di colore di ogni frutto, la freschezza in primis. Le carni del posto erano eccellenti, e si poteva scegliere da quelle d’asina, di maialino nero, al più comune ma pregiato vitello. Per ultimi ma non per minore importanza, acquistò anche un paio di profumatissimi tartufi neri, che non voleva sprecare. 

Finalmente una grande dispensa e un frigo da riempire, le piantine di aromi le adagiò sul grande davanzale del finestrone che si affacciava sul prato. Iniziò da un antipasto a base di asparagi e pasta kataifi, il tartufo lo volle utilizzare per un prelibato risottino. Al secondo non aveva ancora pensato, ma aveva tempo. I primi due piatti scelti erano piuttosto elaborati, durante la loro lavorazione si sarebbe fatta venire un’idea. Iniziò a far bollire il brodo di carne per il risotto, nel frattempo mise mano agli antipasti: salsa bernese da preparare, asparagi da pulire e avvolgere nella kataifi. A prima occhiata non sembrava niente male, doveva solo friggerli tre o quattro minuti. Passó al risotto, una piccola quantità di cipolla tagliata a quadrucci, olio sufficiente per ungere il tegame e mezzo cucchiaio di burro che avrebbe tostato il riso e un buon bicchiere di vino bianco per sfumarlo. Proseguì con la cottura aggiungendo il brodo che profumava di carne, altro che ‘odoracci’ come diceva sua madre. Era quasi a fine cottura, versó dell’olio per friggere gli asparagi e spense il risotto, una bella spolverata di tartufo, aggiunse una noce di burro e un’abbondante dose di parmigiano 24 mesi, mantecó il tutto e  assaggió.  Era speciale! 

Gli asparagi erano in cottura, pochi minuti e avrebbe esplorato al palato anche questo piatto. Qualcosa non aveva funzionato nella frittura, gli asparagi erano un po bruciacchiati, forse l’olio era troppo caldo o non aveva tenuto bene il tempo di cottura. Li assaggió dopo averli cosparsi di bernese. 

Insomma, poteva andare meglio, “bocciato” disse e pensò di nuovo  a sua madre che le faceva notare lo spreco che faceva in cucina tutte le volte che la ricetta non riusciva. Fotografò il risotto e annotò il procedimento adottato per realizzarlo. Gli asparagi finirono nella pattumiera, ma non si scoraggió, era arrivato il momento del secondo piatto, aveva comprato del coniglio, ma ci voleva un’idea originale, non il solito coniglio alla cacciatora, così spolverò le sue riviste, c’erano diverse varianti ma un ala interessò  particolarmente, “coniglio di sciara con olive e pere”. Diede un’occhiata agli ingredienti, aveva tutto in casa, et voilà, riaccese i fornelli. Questa volta andò tutto bene, il coniglio era golosissimo. Scattò una foto anche a questa pietanza e scrisse su un’agenda il riferimento della rivista e della pagina. Si era organizzata con una sorta di raccoglitore. 

Voleva tirare giù un menù da poter proporre ai suoi futuri clienti.

Andó avanti così per un paio di settimane, aveva ormai omologato la sua cucina, era un portento! Certo, mancavano ancora degli utensili ma erano già finiti in una lista per gli acquisti. Quando fu pronta, invitò a pranzo Federica, Ernesto e nonna Isa. Era un weekend, proprio come aveva deciso il figlio della signora Isabella, la quale arrivò con un piccolo bagaglio per trascorrere il fine settimane. 

Monica era felicissima all’idea di poter finalmente ospitare le persone che per lei avevano manifestato tanto amore nella ristrutturazione del casolare. Furono baci e abbracci, ma il più caloroso lo riservò alla padrona di casa. Nutriva per lei un affetto speciale, un sentimento che sapeva di amicizia, complicità, tenerezza e misto ad un senso di maternità. Le era mancata, ma proprio tanto, forse le mancava anche sua madre. Invitò gli amici ad accomodarsi in sala, ed attraversando la cucina si accorsero che Monica si era data gran bel da fare, c’erano vassoi colmi di ogni prelibatezza sul grande tavolo, e ancora delle altre su quello del salone. Sui fornelli due grandi pentole che sobbollivano, quella dell’acqua calda per i ravioli e quella con il sugo di pesce. 

Monica aveva curato ogni minimo particolare, dalla tovaglia in puro lino ricamato a punto 500 sfilato siciliano, piatti in porcellana bordati argento con relative posate, bicchieri per il vino e per l’acqua trasparenti in stile barocco, i tovaglioli rigorosamente in stoffa della stessa fattura della tovaglia, un decanter già colmo di vino rosso, al centro tre grappoli di glicine che conferivano o alla tavola un tocco vivace ma raffinato. 

Ernesto e Federica si complimentarono con la padrona di casa, nonna Isa si avvicinò, la prese per le mani e la baciò sulla fronte dicendo:-“Non sai quanta gioia mi stai donando, mio marito sarebbe fiero di tutto questo, si sarebbe emozionato come un bambino. Sapevo di non sbagliare con te, e anche se mio figlio brontola, io me ne infischio.”

-“Grazie cara, abbiamo sudato tutti, ma adesso abbiamo un amore in comune, vieni ti faccio vedere!” e mano nella mano la condusse all’uscio della porta dove era stata affissa l’insegna che Ernesto aveva realizzato. 

-“Ehi, ma allora fai sul serio, il ristorante lo aprirai!”

-“Beh intanto il mio amico ha voluto farmi questo regalo, poi vedremo, sai che ci vogliono le autorizzazioni per aprire un’attività.”

-“Cosa te ne importa, il tempo è dalla tua parte, non avere fretta. Considerala tua questa dimora, nessuno ti butta fuori, fai le cose con calma. E poi io conosco molta gente, fidati.”

-“Nonna Isa, tu sai sempre come tirarmi su, ti confesso che avrei voluto avere una madre come te.”

-“Ma che dici sciocchina, io sono lusingata dalle tue parole, ma sono convinta che anche tua madre sia speciale.”

-“Avremo modo di parlarne, adesso andiamo a tavola o si fredda tutto.”

-“Si, si andiamo… non vedo l’ora di sporcare la tovaglia con il vino, sono una pasticciona io quando mangio sai?!”

-“Figuriamoci, a te concedo tutto” disse Monica. 

Ebbe inizio un pranzo speciale… La tradizione sicula era stata rivisitata finemente. Al termine del pranzo Federica ed Ernesto andarono via, dopo aver portato con sé una parte del cibo rimasto, per evitare di buttare via gli avanzi. Monica aveva cucinato per sfamare almeno venti persone! 

Rimase là cucina da riordinare, la sala da pulire ma Monica preferì lasciare tutto così com’era, voleva godere della compagnia di Isa prima che andasse a letto. 

Al riordino avrebbe pensato dopo lei. Così si sedettero sulla panca in ferro battuto collocato all’ingresso del casolare. Erano già le sette del pomeriggio, Monica preparò un the menta e limone, e lo servì con dei biscottini di pasta frolla, preparati con le sue mani. 

-“E allora nonna Isa, che te ne sembra del tuo casolare, ti piace come  l’hol’ho sistemato?”

-“Monica sei infallibile, è tutto perfetto, è arredato con gusto, e poi la cucina penso proprio sia quella che tu avevi in mente, è grande e ben strutturata, funzionale per ogni tua preparazione. Ma una cosa devo dirtela; avevo qualche dubbio sulla tua bravura in cucina…mi hai veramente stupito, mai gustato nulla di simile. Sai anch’io compro riviste di cucina, ma alla fine ricado sempre nel tradizionale e preparo i soliti piatti siciliani. Meravigliosa gioventù! Tu sei brillante, intelligente, affettuosa, di sani principi… Non ce ne sono più tante ormai in giro da quel che vedo. Tutte un po sgallettate, separate, risposate, riseparate e con grilli per la testa come se fossero ventenni. Io non vado in giro a fare vita mondana, ovviamente, ma certi aneddoti che mi racconta mio figlio e mia nuora mi fanno pensare che non c’è una gran società lì fuori.”

-“Beh nonna Isa, siamo tutti un po diversi dagli altri, dipende da molti fattori. Avere una personalità piuttosto che un’altra, ma fra queste è il modo in cui si è stati cresciuti, la famiglia intendo.”

-“E tu che rapporto hai con i tuoi genitori? Non me ne hai mai parlato.”

-“Beh, non si è mai creata la circostanza per farlo. Tutto presi com’eravamo dal ripristino del casolare. Mi è rimasta solo mia madre, mio padre è morto parecchi anni fa, e da allora la mia vita è cambiata.”

-“Perché?”

-“Perché mia madre è entrata in una profonda depressione che l’ha trasformata in un essere taciturno, solitario, e soprattutto ostile nei miei confronti. Dalla morte di mio padre ha iniziato a condannarmi per ogni mia scelta, per un fidanzato o per un altro, per le mie uscite, la mia passione per la cucina, poi, ha fatto deragliare completamente il nostro rapporto. 

-“Non capisco, cosa c’è di male a voler cucinare, dovevate pur mangiare, o era lei la cuoca di casa?”

-“Assolutamente no! Lei si limita a fare minestroni o zuppe con quello che c’è in frigo. Cucina per nutrirsi. Quando ho cominciato a cucinare al posto suo è successo un pandemonio, perché riteneva che combinassi solo dei gran pasticci, mettevo troppo disordine in cucina e infine, cosa più grave di tutte, non amava che qualcuno cucinasse dopo lei e mio padre in quella stessa cucina. Mi ha persino detto di avere profanato quegli spazi, sostituendo mio padre, che fra l’altro era molto bravo ai fornelli.”

-“Cara Monica, perdere il marito è un avvenimento assai duro da sostenere, si cambia un po’, parlo così per esperienza vissuta. Io, però, ho sempre avuto un buon rapporto con mio figlio e adesso, anche se ogni tanto è lui a lamentarsi di me, conviviamo tranquillamente. Il lutto di mio marito mi ha portato a legarmi ancora di più alla sua famigliola. Noi donne siamo strane a volte, ma è la vita a renderci a volte più dure. Ma dimmi, quindi da quando vivi qui non vedi più tua madre?”

-“No nonna Isa, niente affatto. Io non l’ho cercata e nemmeno lei lo ha fatto. Dovrei andare a prendere i miei vestiti estivi, ma non so come fare, non saprei cosa dirle. Non ti nascondo che i sensi di colpa mi divorano. Non so chi delle due sia stata più egoista.”

-“Non pensi che avreste dovuto parlare, chiarirvi, siete due donne adulte, madre e figlia, non ho avuto la gioia di averne una, ma il dialogo è alla base di una relazione sana. Giocare ad ignorarvi può solo nuocere al vostro rapporto…

-“Ci ho provato a smettere di cucinare per due settimane, ma nulla è cambiato.”

-“Evidentemente il problema non era la cucina da rassettare, né il cibo che cucinavi, non sentirti rifiutata, nessuna madre può non amare il proprio figlio.”

-“Basta, non parliamone più, mi fa troppo male.”

-“Non avvilirti, hai tempo per pensare, ma ripeto faresti bene a parlarne con lei. Se vuoi possiamo andare insieme a trovarla.”

-“Ti ringrazio nonna Isa, ma conoscendola si sentirebbe violentata nelle sue emozioni più intime, non parla con nessuno da quel dì rifiuta ogni rapporto sociale.”

-“Va bene, andrai da sola con la scusa di prendere i tuoi abiti, ma fallo presto, vedo il tuo tormento. I tuoi occhi si sono spenti all’improvviso.”

Trascorse un’ora, il tramonto era giunto e così per nonna Isa anche l’ora di ritirarsi nella sua depandance. Monica l’accompagnò, portando con sé una bottiglia d’acqua e un bicchiere per la notte, nel caso servisse all’anziana donna. Si sarebbero viste in giardino per la colazione il giorno dopo. Monica rientrò in casa e mise a posto tutto ciò che era rimasto in giro dal pranzo, poi stanca si mise a letto anche lei. 

La mattina seguente mentre Monica preparava la colazione si accorse dalla cucina che la signora Isabella era già in piedi, a girovagare per il giardino. La giovane donna aprì la finestra e la salutò con un caldo “Buongiorno nonnina”, e lei sfoderó un grande sorriso e con un cenno di mano contraccambiò. 

-“Andiamo a sederci, la colazione è pronta!” disse Monica. 

-“Arrivo, arrivo.”

Le donne si ritrovarono sedute allo stesso momento, alla luce di una splendida giornata, il cielo era terzo e animato dallo svolazzare delle rondini. 

-“Dormito bene nonna Isa?”

-“Benissimo, io dormo poco ormai, sai con l’avanzare degli anni succede anche questo, però non ho mai sprecato il mio tempo, ho riflettuto molto sul tuo rapporto con tua madre.”

-“Oh mamma, niente di più piacevole a cui pensare?”

-“Non indisporti, in fondo sai che è una questione che devi affrontare.”

-“Ahimè lo so. Non perdonerei mai a me stessa di averla lasciata così, mio padre non ne sarebbe fiero.”

-“Ma tu cosa vuoi veramente Monica? Il ristorante, tua madre, tuo padre, sei confusa…”

-“Nonna Isa io volevo solamente cucinare a casa mia, il ristorante era un’idea per coinvolgere anche lei, per non smettere di fare quella vita da reclusa. Certo, il nostro rapporto non è felice ma pensavo di far bene a stimolarla con un’attività quotidiana. In fondo, non desidero un ristorante di lusso, ma una semplice osteria, lei potrebbe collaborare…”

-“Ma come potrebbe farlo con il tipo di cucina a cui ti sei appassionata. Noi siamo donne adulte, abbiamo bisogno dello spezzatino, della pasta con le alici, della parmigiana, i peperoni ripieni, capisci? Capisco le tue buone intenzioni, ma così l’hai esclusa definitivamente!”

-“E come la metti con la questione di mio padre? Lei odia vedermi cucinare…”

-“Ma forse le ricordi suo marito con la dedizione che hai per la cucina…”

-“Non credo che sia solo questo, lei non ha ma sopportato il legame che c’era fra me e mio padre, doveva esserne gelosa.”

-“Anche quando questo corrisponda a realtà, ti ho detto ieri che puoi saperlo solo parlandole chiaramente.”

-“Va bene nonna Isa, ma oggi è domenica, ci sei tu qua e non intendo di certo andare da lei.”

-“Lo farai domani, promettimelo.”

-“D’accordo, lo farò dopo aver accompagnato te a casa.”

La domenica trascorse serenamente, le due donne decisero di andare in giro per il paese, questa volta nonna Isa propose di fermarsi a pranzare in una trattoria nei dintorni di Palazzolo. Monica non disdegnò l’idea,  anzi per lei era un’occasione in più per capire cosa prediligesse mangiare la gente del posto. Dopo una passeggiata in centro, nonna Isa chiese a Monica di andare a prendere la macchina perché il suo ginocchio iniziava a farle male, e così fecero, avviandosi verso un piccolo localino appena fuori paese chiamato ‘Le Comari’. L’esterno della trattoria era un po’ malridotto, ma dall’interno provenivano deliziosi profumi per lo più di sughi. Entrarono chiedendo all’accoglienza se ci fosse posto per due, furono accompagnate ad un tavolo all’angolo della sala. La saletta aveva una capienza per circa quaranta persone, ed era completamente piena. Una cameriera  molto gentile portò subito dell’acqua naturale in una caraffa di ceramica di Caltagirone, ma nessun menù come si aspettava Monica. Poi le invitò a scegliere fra una serie di pietanze che la cuoca aveva preparato per la giornata di domenica. Un elenco non troppo lungo, ma tipicamente siciliano, prevalentemente a base di pasta, carni e verdura, una cucina rustica che a quanto pare deliziava i palati di tutti gli avventori. 

Nonna Isa scelse una trippa alla parmigiana e dei carciofi ripieni, Monica delle fresche tagliatelle ai porcini e un’antipasto all’italiana con salumi tipici della zona. Non voleva rischiare di trovarsi davanti ad un piatto troppo elaborato ed indigesto. Tuttavia tutto era perfetto, ben cucinato, la materia prima eccellente, compresa la cottura della pasta e delle pietanze che aveva scelto nonna Isa, che insistette tanto per fargliele assaggiare. 

-“Ottimo!” Esclamò Monica.

-“Vedi tesoro, la tradizione ha il suo perché!”

Pagarono un conto irrisorio, dopo aver mangiato un bel cannolo di ricotta ciascuno e bevuto il limoncello offerto dalla casa, e lasciarono la trattoria. 

Rientrarono alla “Taverna del Glicine” per trascorrere l’ultimo pomeriggio insieme, ma nonna Isa disse di essere stanca e di voler andare a casa di suo figlio. Monica apparve un po contrariata, poi capì che era solo una scelta dettata dalla condizione fisica dell’anziana donna, così presero la sua piccola valigia e si diressero verso la città. Il pomeriggio era da poco iniziato, erano le 16 circa, il sole picchiava e il suo vestitino le pungeva addosso. 

-“Grazie figliola, vai e ricorda la promessa che mi hai fatto.”

-“Si cara, prometto e ti farò sapere.”

Monica cominciò a girare per la città, si fermò al lungomare per godersi quell’azzurro manto che si confondeva col cielo. Aveva promesso a nonna Isa che sarebbe andata a trovare sua madre, e decise quindi di non perdere altro tempo, avrebbe usato la scusa di prendere gli abiti estivi. Chiamò Federica ed Ernesto e comunicò loro ciò che stava per fare. Monica temeva la reazione di sua mamma, non era pronta ad imbattersi in brutte verità. Tuttavia gli amici la sollecitarono a farlo, a prescindere da quello che si sarebbero dette, non era plausibile prorogare ancora l’incontro. 

Monica aveva un sasso allo stomaco, non riusciva a dimenticare certe parole, ma non si perse d’animo e imboccò la strada che la portava a casa della madre. Tirò fuori le chiavi dalla borsa ed aprì il portone, salì in ascensore, ma una volta arrivata al pianerottolo suonò, non sentiva più sua quella casa. 

Suonò ripetutamente ma nessuno venne ad aprire, era piuttosto strano, considerato che era domenica pomeriggio e sua madre non era certo il tipo da passeggiata pomeridiana. Cattivi pensieri le passavano per la testa, forse era stata colta da un malore o semplicemente dormiva, ma anche questa non era una sua consuetudine. Avvicinò l’orecchio all’uscio e non c’era nemmeno rumore di quell’aspirapolvere sempre accesa, iniziarono ad assalirla i sensi di colpa ancora una volta. 

-“Mamma, mamma ci sei?”

Afferrò la chiave con pugno fermo ed aprì la porta. Entrò, andò dritto in camera da letto, sua madre non c’era. Tornò indietro alla volta delle altre stanze, ma niente, quando fu sua madre ad uscire dalla stanza. 

-“Monica che ci fai qui?”

-“Mamma ho suonato più volte, mi ero preoccupata ed ho aperto.”

-“Luca, Andrea potete andare. Vi raccomando fate in fretta, non vorrei che le pietanze si raffreddassero.”

-“Si signora, andiamo via subito” caricando con sé delle scatole termiche in polistirolo, uscirono di casa e le due donne rimasero da sole. 

La cucina era stata completamente stravolta, c’erano mensole, scaffali, utensili di ogni tipo: pentole giganti, padelle di grandi dimensioni appese al muro… Ma quello che più colpì Monica fu la macchina per sigillare i piatti con la pellicola. Il balcone era aperto e si intravedevano piantine di basilico, prezzemolo e altro ancora. 

Continua…

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