La triplice e il lavoro agile
L’Ispettorato per la Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, su segnalazione delle organizzazioni confederali siciliane, ha chiesto alle Prefetture di Sicilia ragguagli per conoscere se tutte le amministrazioni pubbliche abbiano ottemperato al lavoro agile per i loro dipendenti. Se, cioè, i lavoratori usufruiscano della norma che li tuteli dal Covid 19, permettendo loro di stare a casa confortevolmente sdraiati e, connessi con il pc, svolgano la loro attività lavorativa che invece avrebbero dovuto esperire in ufficio. Di fatto, la questione nasce a Catania presso la sede dell’Ispettorato del Lavoro, a seguito dell’esposto presentato sempre dai tre sindacati per protestare sulla mancata applicazione della modalità di lavoro in smart working per tutti i dipendenti di quel servizio piuttosto che solo per alcuni. La verità è che gli enti locali e l’amministrazione regionale siciliana non sono organizzati dal punto di vista multimediale né posseggono gli strumenti e il know how per mettere all’in-piedi e in pochi giorni una piattaforma che ponga in relazione gli uffici con i dipendenti, per poter visionare il lavoro svolto o da svolgere. Di conseguenza, permettere al personale amministrativo di stare a casa, significa consciamente tenerlo in panciolle, accreditando comodamente loro lo stipendio. Certo, la condizione attuale non consente altre scelte. Chi è al comando non ha previsto che la situazione potesse degenerare così, anche se i segnali esogeni c’erano stati tutti. Bisognava solo coglierli. E’ anche vero che almeno la metà degli attuali dirigenti della pubblica amministrazione, come ripeteva il compianto Gianfilippo Villari, sono braccia rubate all’agricoltura e certi sindacalisti, che appartengono a questa classe, pur con i dovuto distinguo, lo sanno bene, abituati come sono al lavoro agile dal loro ufficio tutto l’anno. Anche la scelta del governo afferente all’aggettivo agile per indicare questa modalità di lavoro mi è sembrata inopportuna, come se già taluni lavoratori, spalleggiati da certuni rappresentanti di sindacato, non saltassero agilmente da un congedo straordinario di malattia a quello della 104 per assistere da lontano terzi parenti, pur di accorciare la settimana di lavoro. Comunque, il primo Ispettorato Territoriale del Lavoro in Sicilia ad aver applicato il DPCM che statuiva la chiusura all’utenza degli uffici, prima ancora che questo fosse determinato da disposizioni dipartimentali, è stato quello di Siracusa, in uno a quello di Palermo, la cui direzione, assumendosi le responsabilità, determinò contestualmente anche il divieto delle attività esterne per gli ispettori e per i carabinieri del NIL, a causa dell’emergenza Coronavirus. Questo almeno una settimana prima che ottemperassero tutti i servizi di tutta la regione. Così come è stato il primo Ufficio del dipartimento regionale del lavoro ad aver presentato il progetto per la modalità di lavoro in smart working e ad aver disposto che tutto il personale restasse a casa propria in modalità lavoro agile, turnando quello assegnato ai cosiddetti settori essenziali come la posta, il protocollo, il centralino. Magari ora che le tre organizzazioni sindacali hanno raggiunto “un altro significativo risultato”, come hanno scritto nelle circolari, potrebbero occuparsi della carenza endemica di attrezzature di alcuni uffici della regione, particolarmente di quelli degli ispettorati del lavoro, dell’accesso negato alle banche dati, delle piante organiche vuote e della formazione di nuovo personale ispettivo, magari aggiungendo qualche incentivo economico per agevolare la scelta. Non sarebbero questi veri significativi risultati raggiunti? Basterebbe soltanto occuparsene.
M.T.

