Privacy Policy Siracusa. DANTE COME NELLE CATACOMBE? - ReportSicilia.com

Siracusa. DANTE COME NELLE CATACOMBE?

di Giorgio Càsole

La Compagnia degli Umili si cimenta con il sommo poeta. E lo fa nell’aula magna del  museo regionale “Paolo Orsi”, collocato a un livello inferiore all’ingresso, per un pubblico scelto, anche se l’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti. Sostanzialmente, il pubblico è costituito da ex alunni del “glorioso” liceo Gargallo, lì radunati a celebrare, come in un rito catacombale, la poesia di Dante, secondo una precisa liturgia che non viene infranta per quasi due ore: centoventi minuti quasi vissuti intensamente  dagli interpreti officianti e dagli spettatori osservanti, che ascoltano in religioso silenzio. Dopo il  brevissimo saluto del direttore del museo, senza alcun annuncio, dalla prima fila si alza e,   curvo e esitante, va al microfono un noto avvocato del Foro siracusano, Glauco Reale, che spiega le ragioni per le quali la Lectura Dantis si svolge in quella sorta di cripta museale. Poco dopo, si sente suadente la voce femminile dal tavolo presidenziale, non preannunciata da alcuno: è la voce della docente Elisabetta Ferrarini, che per tutta la durata del rito, non abbandona la mascherina da covid 19, nonostante la debita distanza fra sé sessa e il fonico, essendo già notevole la distanza dal pubblico. La Ferrarini, di cui non  si riconoscono i lineamenti del volto, giacché, oltre alla maschera, indossa pesanti occhiali da vista, appare come fosse la sacerdotessa del rito, seduta immobile dietro il grande tavolo presidenziale, che ricorda l’altare di una chiesa, davanti al quale si avvicendano i ministri  del culto dantesco: tre donne, Patrizia Misseri, Gabriella Mazzone, Rita Siringo, e due uomini, lo stesso Reale (foto) e Luca Di Natale, che, senz’alcuna presentazione, vanno al microfono, come quando, durante la messa cattolica, si alzano dal banco anonimi fedeli che vanno all’ambone per leggere testi vetero e neo testamentari, con la differenza che, le letture in chiesa vengono precedute dall’annuncio del passo. Qui, invece, lo spettatore deve capire da sé, dall’ascolto dei primi versi, qual è il canto che l’interprete sta recitando a memoria o leggendo, secondo  stilemi da teatro greco,  con pause a volte lentissime o con ritmi veloci, accompagnati da un suggestivo commento musicale, a cura di Ninì Buttafuoco, che sottoli nea la gravità dell’evento. L’atmosfera è così rarefatta che anche un colpo di tosse può arrecare disturbo alla liturgia. La “sacerdotessa” Ferrarini non disturba la delibazione dei versi spiegando prima che cosa il pubblico sta per ascoltare. Solo dopo la declamazione, Ferrarini si limita a chiosare, senza troppo indugiare, però, tanto che non sempre è chiaro né il testo è il contesto, a meno di non essere specialisti dantologi.  I canti recitati sono stati il III, il V, il XXVI, il XXVIII e il XXXIII, quasi tutti celeberrimi e tutti  della prima cantica, canti infernali, dunque, con il titolo unificante “Amor ch’a nullo amato amar perdona”, sotto il quale potevano trovare ospitalità almeno un canto del “ Purgatorio” e uno del “Paradiso”. Forse gli “Umili” ci riproveranno. Chissà?

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