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Wanda Diredin – Parte II

di Viviana Nobile

Parte Seconda

Seconda Parte

Mi arrischiai più volte a guardarmi a destra e a sinistra, ma ebbi il timore di interrompere il tocco delicato della creatura sul mio viso, e così, mi arresi alla sua vista. I grandi occhi violacei mi studiavano incuriositi e ridenti, come se fosse felice di vedermi, come se mi stesse attendendo da lungo tempo.

«Benvenuta nel mio regno, scrittrice.» mi sussurrò cautamente, mantenendo un tono cordiale, nel tentativo di mettermi a mio agio.

«É un sogno?» fu la prima questione che riuscì a partorire il mio cervello. Ciò che avevo davanti gli occhi, la situazione in sé, mi apparve surreale. La donna aggrottò le sopracciglia e si allontanò da me sparendo dalla vista.

«Lasciala, Kratos.» ordinò, e il grosso omaccione mi lasciò cadere sul freddo pavimento come un sacco di patate.

Ahi, il mio deretano non sopporterà altre cadute, la prossima volta mi fratturo il coccige.

«Fai piano, non lo vedi che è delicata? Razza di deficiente!» tuonò la creatura, e delle raffiche di vento pungenti solcarono la corte come a voler provocare un tornado. L’omaccione si avvicendò subito a pentirsi, cercando di rimettermi in piedi alla meno peggio, spolverando i miei vestiti da running con gesti goffi delle mani. Alzai il capo, frastornata, riprendendo l’equilibrio, stringendomi le braccia al petto, desiderando un attimo di stabilità, di lucidità. C’era un trono di fronte a me, sul quale sedeva la donna con un’ala dietro la schiena. Mise i capelli neri di lato, torturandosi una ciocca e facendomi segno di avvicinarmi nella sua direzione, ma io non mi mossi di un millimetro. La sfidai con lo sguardo. Strizzando più volte gli occhi le riposi la domanda:

«Questo è un sogno?».

Piegò la testa di lato e storse la bocca. «No, cara, direi di no.»

Giudicando la mia faccia sbigottita e il tremolio che mi tempestava le gambe, comprese che mi stava terrorizzando, ma fece per continuare:«Non è un sogno, ma non ti devi preoccupare, non voglio farti del male.» mi rassicurò, mettendo le mani avanti in un gesto innocuo.

Gli occhi le divennero ancora più viola, se fosse possibile immaginare una sfumatura ancora più intensa.

«Se avessimo voluto farti del male ti avremmo già uccisa, scrittrice.» precisò l’uomo nerboruto dietro di me, del quale me ne ero quasi dimenticata.

«Eh?…» Questo dovrebbe farmi star meglio?

La creatura si schiaffeggiò in viso, sbuffando di collera. Un attimo prima stava seduta sul seggio in oro e pietra, e un attimo dopo me la ritrovai davanti. Sobbalzai all’indietro andando a sbattere contro il tizio che mi aveva rapita, il quale esitò dal bloccarmi, per paura di essere nuovamente ammonito.«Ascoltami, scrittrice, io non ho molto tempo a disposizione, ma ti ho fatta venire qui perché ho estremamente bisogno delle tue doti» mi disse Wanda tutto in un soffio.

«Che genere di aiuto? E perché io?»

Soppesò bene le parole da utilizzare e mi rispose: «Ho bisogno che tu scriva una storia per me e tu sei una scrittrice, quindi puoi farlo tranquillamente, no?»

Nolente mi spiaccicai ancora di più contro il petto massiccio del rapitore, fregandomene della sensazione di calore alla schiena. La vista dell’ala semi aperta della creatura, mi diede un senso di vertigine destabilizzante. Era terrificante. Sembrava l’ala di un pipistrello albino, ma dalla sfumatura sporca come un gesso usurato. Wanda si accorse che stavo analizzando l’arto insolito e alzò gli occhi al cielo infastidita, chiudendo l’ala ancora di più, come se volesse nasconderla.

«Non giudicarmi, sono umana quanto te.»

«Ne dubito… » risposi con un alito di voce.

«Il fatto che finora tu non mi abbia mai vista, non significa che io non esista.» ribatté con convinzione Wanda, facendo allargare le pupille nere come l’ossidiana. «Tu non appartieni al mio mondo, non so nemmeno se tutto ciò sia vero.» mi costrinsi a reagire. É solo un sogno, è solo un sogno.

La creatura mi inquadrò con animo sofferente, si accostò all’orecchio, così che io potessi sentire il suo profumo di miele e fiori di sambuco, così che i suoi capelli potessero sfiorarmi la guancia, carezzandomi come un drappo di seta.

Mi sussurrò, vicinissima: «Gli umani hanno paura di ciò che non conoscono, ma nel momento in cui scoprono l’arcano possono accadere due cose: o se ne innamorano e lo proteggono o, per volontà di possederlo, lo distruggono».

Dopo cinque giorni, o almeno, così sembrava che fossero trascorsi tali, Wanda Diredin rivelò il motivo della mia permanenza nel suo regno. La creatura narrò che uno stregone, il quale aveva al posto della testa il teschio di un cavallo, tempo addietro, le chiese una delle sue ali e in cambio avrebbe donato salute e prosperità al suo popolo. Wanda acconsentì a farsi amputare un’ala, e per anni vissero in pace, ma lo stregone tornò e pretese che la creatura gli desse anche l’altra ala. A quel punto Wanda si rifiutò, scacciando via lo stregone.

«Da quel giorno né io né i miei sudditi siamo più grado di scrivere o leggere, e lo stregone, prima di scomparire nel nulla, profetizzò la dipartita mia e del mio popolo se entro la fine dell’anno non avessimo scritto il racconto della nostra storia» mi spiegò Wanda con occhi lucidi, tanta era l’apprensione per se stessa e il regno. Tentò di far cambiare idea allo stregone, promettendogli di donargli anche l’altra ala, ma a nulla valsero i suoi tentativi di convincerlo a spezzare la maledizione. «Non ho altra scelta, Sonia. Sei l’unica che può aiutarci. Racconta in delle pagine la storia mia e del mio popolo, salvaci.»

Avevo ormai trapassato la concezione di ciò che era o non era reale, la domanda che affollava la mente sul dubbio se fosse tutto un sogno o meno, scompariva ogni qual volta leggevo negli occhi di Wanda il suo grido di aiuto. Le sue iridi violette, il ghigno fiero ma preoccupato, le rughe di apprensione intorno agli occhi. La stretta delle mani piccoline attorno le mie, che mi pregavano di prendere la penna in mano e cominciare a scrivere al più presto. Ogni tanto Kratos, lo scagnozzo aggressivo di Wanda, tentava di convincermi con la forza: «Cosa te ne frega se tutto ciò è vero o no? Cosa ti costa scrivere un cazzo di libro per finta o no? Fallo e basta!» Mi urlava così, durante i suoi scatti d’ira.

«Vuoi che te le suoni per darti la prova che tutto ciò è reale?!»

Wanda si dispiaceva nel vedermi paralizzata dalle minacce di Kratos, così sbuffava sconsolata e lo rimproverava di trattarmi bene, giustificandomi: «Non vedi che è spaventata? Come pensi di poterla tranquillizzare se la tratti in questo modo?!»

Ogni giorno che passava l’aria della corte permeava sempre di più lo sterno, le mani prendevano familiarità con i mobili antichi, con i muri cinerei e impolverati. Wanda mi permise di passeggiare per il suo castello, eventualità che mi aiutava a dialogare con i suoi abitanti. C’era qualcosa nei loro sguardi tutt’altro che umano: alcuni avevano parti del corpo semicoperte e sporgenti, recanti piccole corna sulla fronte, altri ancora avevano gli arti superiori rivestiti di piume. Tutti mi raccontavano le loro storie, le quali in comune avevano episodi di ordinaria vita urbana: si innamoravano, giocavano con i figli, correvano fuori le mura del castello, lavoravano come artigiani, contadini e allevatori e, soprattutto, amavano la loro regina. «Lei si farebbe uccidere per noi» mi dicevano, «lei ci protegge dagli estranei.» Wanda non era una creatura malvagia e, nonostante non avesse acconsentito subito a farsi strappare l’ala dallo stregone per salvare il suo regno, gli abitanti la adoravano ancora. «Sta facendo di tutto per salvarci, saremmo dei traditori se smettessimo di appoggiarla» mi aveva confessato una donna, che teneva tra le mani piumate il suo grembo pasciuto. La tolleranza e la fedeltà sono due degli strumenti più potenti per tenere insieme un regno. Negli occhi di ciascuno di loro vi trovavo sempre una scintilla luminosa, come il bagliore di una torcia nascosta ma percettibile. Non importava che le iridi in cui mi imbattevo fossero gialle, rosse o nere, o che uno avesse le piume nelle mani e l’altro no, quella luce esisteva in ognuno di loro. Una forza imperitura abita i loro sguardi: la forza di voler vivere.

Sembrò passare un’eternità. Trascorrevo le giornate chiusa in una stanza con la sola luce del sole e della luna a farmi compagnia. Stavo china su uno scrittoio a correggere la bozza definitiva del racconto, ormai concluso. Non volevo ricevere più nessuno, nemmeno Wanda Diredin, la quale bussava alla mia porta tutti i giorni per chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, da brava mamma chioccia.

«Sonia, hai mangiato il pranzo che ti ho portato?»

«Vuoi fare un altro bagno?»

«Stai dritta con la schiena, mi raccomando.»

Queste erano solo una piccolissima parte della serie di attenzioni che la creatura mezza alata mi riservava. Mi sembrava di essere tornata a casa dalla mamma… o da Enrico. Dio! Quanto mi manca il mio ragazzo. Non avendo un portatile avevo scritto tutto a penna, la mano destra quasi non la sentivo più tanto l’avevo usata. I calli che parevano esser spariti dopo aver terminato il liceo, erano riemersi più grossi, rossi e vistosi di prima. Nei momenti di pausa stiravo la colonna vertebrale allungando le mani sopra la testa. “Cric crac” cantava la mia povera schiena.

«Sonia?» mi chiamò una voce estremamente vicina, e io sobbalzai sulla sedia rovesciandola all’indietro.

«Wanda, devi smetterla di spaventarmi in questo modo», la rimbrottai. Quella creatura era talmente silenziosa e subdola che ogni qual volta faceva capolino nella stanza non percepivo mai la sua presenza, era come un fantasma.

«Mi dispiace, Soni» mugugnò falsamente dispiaciuta, sedendosi sullo sgabello accanto a me. Mi fissava sogghignante, sbattendo le palpebre. Nell’attesa che io le comunicassi una notizia si intrecciava nervosamente tra le mani i lunghi capelli corvini.

«Quindi?» mi chiese alzando un sopracciglio fulvo.

«Quindi cosa?» le risposi di rimando, assumendo un’espressione imperturbabile.

Si schiarì la voce: «Lo hai finito?».

Per un attimo feci finta di non aver  udito, scribacchiando distrattamente la bozza con la mano sinistra, quella meno sporca di inchiostro. Notando che l’espressione del suo viso da bimba contenta si stava tramutando in quello di una statua grigia e depressa, le sorrisi e le risposi a voce bassa: «Si, l’ho finito».

Gli occhi borgogna di Wanda divennero fucsia fluorescente, il sorriso le si illuminò a trentadue denti e mi saltò addosso abbracciandomi in una morsa tale da mozzare il fiato.

«…Wanda…non respiro» tossii ripetutamente, cercando di allentare la presa dal mio collo strizzato. Seppur piccola, questo mostriciattolo ha una forza spaventosa.

«…Wanda…così…mi ucc…» Mi mollò subito, battendomi qualche pacca sulla schiena per riattivare la circolazione. La guardai in cagnesco e lei rise come se avesse appena compiuto un’innocente marachella. «Oh! Mi dispiace, Sonia, ma credimi, sono così contenta che se avessi l’altra ala volerei dalla felicità» esclamò vivacemente e, nonostante l’umore di piena soddisfazione, non potei fare a meno di lanciare un’occhiata malinconica al suo arto da pipistrello albino un po’ sporco. Lei se ne accorse. Mi posò una mano sulla spalla.

«Non essere triste, scrittrice. Oggi hai salvato la mia vita e quella del mio popolo, ed è solo questo ciò che conta.» Rivelò con aria sincera e materna. «Io ho solo loro, Sonia.»

Feci per consegnarle la bozza che conteneva la storia completa, quando un potente terremoto fece vibrare le pareti della stanza, lasciando che io e Wanda ruzzolassimo violentemente sul pavimento. Non ebbi il tempo di alzarmi da terra, ma per fortuna la bozza del racconto era ancora sana e intatta tra le mie mani, quando la figura ferita e ansimante di Kratos piombò come un uragano nella stanza.

«Mia Signora! Lo stregone è tornato!»

Fine Seconda Parte

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