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“Mia” di Valeria Lombardo

Mia dimostrò doti vocali e propensione al lavoro di squadra, spiazzando i presenti alla nuova audizione, cui fece parte anche Elsa, per comprovare le loro affinità una volta trovatasi insieme sul palco. 

L’ostilità della maestra era evidente, visti i continui tentativi di intralciare il lavoro dell’aspirante collega, dicendo a chiare lettere, che era abituata a lavorare solo con basi registrate. Ruben finse di non ascoltare, sapeva che si trattava di puro capriccio, Mia dal suo canto rimase impassibile ed eseguì brani in scaletta.

Al termine del provino, la Perrone venne convocata in ufficio dal titolare della Pink Light per definire le condizioni contrattuali.

Si…proprio così…Mia stava per firmare la sua prima scrittura per una produzione di spettacoli.

Clausole da rispettare, pena lo scioglimento del contratto: divieto di assumere bevande alcoliche, sostanze stupefacenti di ogni genere durante lo spettacolo, oltre alla categorica proibizione a frequentare gli spettatori presenti nel luogo designato allo show.

‘Meraviglioso’, pensò Mia. ‘In questo modo, sono completamente fuori da eventuali guai.’

L’agenzia all’inizio le avrebbe fornito l’abbigliamento necessario, cercando di assecondare il gusto dell’artista. I capi furono realizzati sulle sue misure, un frack di seta blu elettrico dai revers di paillettes bianche, uno stringivita nero, camicia bianca in chiffon trasparente dalla quale si intravedevano i pasties. A completare il costume, una coulotte sufficientemente sgambata da cui spuntavano garbatamente i tondi e sodi glutei. Unico vezzo a cui volle provvedere personalmente, fu una pelliccia di ermellino bianco, che scivolava sino alle caviglie sottili allineandosi alle décolleté nere dal tacco 12, reperita verso un antico negozio del centro storico di Palermo. Era molto appariscente un pezzo unico, ma usato, quindi il prezzo fu relativamente caro. Bastò lasciarlo da un pellicciaio, per ricucire alcuni lembi lacerati. 

Ruben avvisò che il costume era pronto, e che il suo primo show era previsto tra due settimane in un night club di Taormina, il Golden Cage.

I giorni che la separavano dalla fatidica data, preannunciavano un duro lavoro fisico, ma soprattutto psicologico. Infatti Elsa non esitò ad umiliare Mia ogni volta che alcunché non coincideva con le sue stranezze da artista.

La Perrone però fece si che i suoi nervi non cedessero, la sera dopo il duro allenamento rientrava a casa stordita, ma felice di trovare la madre che la rasserenava anche con un semplice silenzio. Il grande giorno era arrivato. Le due, Elsa Poison e Mia, prepararono il necessario per lo spettacolo, e con il fuoristrada di Ruben si avviarono verso Taormina. Mia era entusiasta, emozionata, parlottava e scherzava con Ruben, mentre Elsa rimase per quasi tutto il tempo in silenzio, se non per chiedere una sosta per il caffè e la sua inseparabile sigaretta. La Perrone, a quel punto, indossò le sue grandi cuffie e passò in rassegna tutti i brani previsti per la serata. Il pianista si trovava già sul luogo. Era quell’omino che in agenzia l’aveva scoraggiata, ma lei non se ne curò, aveva studiato bene gli spartiti che custodiva gelosamente nella sua ventiquattr’ore. 

Appena arrivati al night club, Elsa chiese un solo camerino per entrambe col pretesto che essendo partner sul palco, avevano bisogno di comunicare continuamente. In Ruben, dinanzi a tale richiesta, si insinuò il sospetto che qualcosa di poco piacevole stesse per accadere. Chiamò in disparte Mia e le ricordò le regole a cui avrebbe dovuto prestare attenzione, aggiungendo di non fidarsi troppo di Elsa ma di assecondarla, tuttavia, per la buona riuscita della serata. 

-‘Ma certo Ruben, non temere. Vado dritta come un soldato.’

-‘Ne sono certo, ma non scordarti di sorridere, in fondo è un gioco, divertiti.’

-‘Grazie Ruben’.

Lui se ne andò sorridendo, lasciando che andasse a prepararsi, per lei era previsto anche il riscaldamento vocale. 

Entrò in quel luminoso camerino, grande almeno per quattro artisti, divani in pelle color malva, e tolette per il trucco ampie, immensi specchi, armadi per gli abiti, frigo bar contenente acqua e bevande alla frutta, persino una teiera con del miele e qualche snack.

Tutto bene finché Elsa non iniziò con il suo insensato parlare, sembrava fuori di senno, era agitatissima, e mentre urlava contro Mia, battezzandola ‘principessa dei miei stivali’, tirò fuori dalla valigia i suoi costumi di scena, e li lanciò ovunque trattandoli come stracci.

Di colpo si fermò, e con una mano spinse Mia, promettendole che se non l’avesse seguita a dovere durante lo spettacolo, l’avrebbe fatta fuori in un modo o in un altro.

Disarmata dal delirio della ballerina, la donna iniziò a truccarsi, rimembrando le raccomandazioni di Ruben. Quindi in religioso silenzio, aspettò il momento del soundcheck per liberarsi di quella matta e concentrarsi sull’esibizione. 

Sul palco cascavano due grandi teli in velluto bordeaux, il sipario.

Una volta aperto, ai suoi occhi apparve una sala lussuosa, ai limiti del kitsch, sedie, lampadari e banchi bar dorati, con tavoli di legno adornati da candelabri anch’essi color oro, vestiti da lunghe candele color vinaccia. Comunque poco importava lo stile, era tempo di focalizzarsi sulla voce. Quindi insieme al pianista e al tecnico fece una prova del suono, dando precedenza ai brani di Elsa, la quale invece di starsene chiusa nella sua follia, era venuta a provare le coreografie sul palco. 

Insomma, fu tutto un rincorrere quell’anima in pena ma non per questo Mia era disposta a rinunciare al suo show. 

Ruben bussò alla porta del camerino, chiedendo alle due artiste quanto tempo occorresse per essere pronte, in modo da annunciare il loro ingresso.

Mia rispose che le sarebbero bastati dieci minuti, Elsa ancora alterata disse provocatoria: ‘ Se la principessa dice dieci minuti, gli stessi saranno sufficienti anche per me. Ruben ammonì la Poison sollecitandola di smetterla con quell’atteggiamento indisponente, che non avrebbe giovato a nessuno. In camerino tirava una bruttissima aria, una pessima anticamera per il debutto di Mia, le condizioni in cui versava la collega lasciavano presagire un bel disastro, ma se è vero che lo spettacolo deve continuare, Mia lanciò l’ultima occhiata allo specchio, raddrizzò il papillon, ebbe cura che i pasties fossero bene attaccati ai capezzoli, indossò la pelliccia e tolse le ultime due forcine dai capelli, che le trattenevano le onde sulla fronte. 

Il sipario si aprì, con Rapsody in blue.

Mia attraversò il palco sicura, con fare suadente, sfoderando uno smagliante sorriso che gridava vittoria. Il brano era stato tagliato rispetto alla versione originale, e ridotto a sei minuti, tempo giusto per mostrare il mix di stili di danza tipici del teatro musicale. Caratterizzò l’opera Jazz di Gerswin con movimenti ampi molto espressivi, composti da ritmo e controritmo. Tensioni e rilassamenti. 

La pelliccia fu l’unico elemento di cui si spogliò. Gli applausi scroscianti del pubblico misero in subbuglio l’interprete e lo stesso staff del Golden Cage. Tutti quanti erano estasiati dalla raffinatezza dell’attrice, dalla musica e dalla danza così ricercata.

Al termine della sua esibizione, toccava a Elsa Poison, che come se nulla fosse accaduto, si presentò sul palco non appena il piano iniziò a suonare, e Mia, davanti alla sua asta con microfono rigorosamente retrò, sganciò le prime note di Light My Fire in chiave sinthpop. Il sipario non si aprì, perché fu la Poison a volerlo, lo attraversò, mostrò il suo corpo e il suo audace abito in vinile, pezzo per pezzo, cominciando dai tacchi dell’alto stivale in vernice, una gamba dopo l’altra, ricomparve e ancora fuori con un altro dettaglio, i guanti, anch’essi lunghi ed in vinile, e così via fino a mostrarsi completamente sul palcoscenico, con atteggiamento ammiccante ma mai parodistico.

Continua…

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