Michelangelo TrebastoniOpinionisti

Coronavirus – Quello che le autorità non dicono

di Michelangelo Trebastoni

Siamo convinti che le autorità che ci amministrano non raccontino tutta la verità sulla reale situazione del contagio in corso del Coronavirus, pur persuasi che non ci sia grave pericolo in atto per la salute pubblica. Siamo stati i primi a comunicare che al Gemelli di Roma c’erano casi non dichiarati di ricoverati sospetti con questa patologia, prima che in altre regioni si diffondesse il virus e le autorità fossero costrette a dichiararlo, grazie al messaggio vocale inviatoci da una infermiera che lavora in quella struttura sanitaria, per il tramite di una nota sindacalista che lavora nel territorio siracusano. Per ragioni di opportunità e di coscienza, abbiamo poi deciso di rimuovere dal nostro sito il messaggio vocale per non creare allarmismi inutili, a seguito della tempestiva smentita del direttore generale del nosocomio capitolino. Così come siamo convinti che la diffusione di questo virus abbia radici legate a fattori di politica economica e di supremazia tecnologica che afferisce al controllo militare, la risposta cinese a scelte americane, supportate dall’appiattimento degli organismi europei. La Hikvision di Hangzhou, 34 mila dipendenti, produce in Cina centinaia di migliaia di telecamere di sorveglianza, poi vendute in tutto il mondo, dal Regno Unito al Brasile, fino all’Italia, dove sono impiegate per la sicurezza all’aeroporto di Linate. Secondo il New York Times, il Dipartimento del Commercio di Washington sta valutando di metterla nella lista nera per il caso Xinjiang, dove la popolazione uigura vive sotto continua sorveglianza anche grazie ai sistemi tecnologici prodotti da Hikvision, cui potrebbe essere applicato il modello Huawei, che significherebbe il divieto di vendere apparecchiature negli Stati Uniti, con il conseguente embargo sulla fornitura di componenti americane per la produzione in Cina. La notizia ha già causato un crollo del titolo Hikvision alla Borsa di Shenzhen. L’azienda cinese, che con le sue apparecchiature aiuterebbe le autorità a tenere sotto controllo la popolazione di quel distretto, sarebbe punita per la sua collaborazione tecnologica con il governo di Pechino nello Xinjiang, dove è in corso una campagna di sorveglianza e repressione della minoranza uigura di fede musulmana, finiti nei campi di rieducazione, secondo rapporti avallati dall’ONU. L’embargo americano sulla Cina si baserebbe ufficialmente nel timore del suo potere militare non economico, ma non è così, poiché i due fattori camminano di pari passo e perché l’amministrazione di Pechino controlla l’uso di Google e inibisce quello dei social, con grave nocumento per il grande finanziatore di Trump. Le sanzioni contro la Cina hanno riguardato l’acquisto di una dozzina di Su-35 russi e attrezzature per missili terra-aria utilizzati nei complessi S-400, dopo l’introduzione di dazi proibitivi sulle merci cinesi esportate negli Stati Uniti per un valore di centinaia di miliardi di dollari. L’obiettivo, però, sarebbe la Russia, il vero destinatario finale delle sanzioni, per le sue interferenze nella politica europea e nelle elezioni americane, per il suo comportamento con gli Stati confinanti e in generale in tutto il mondo, anche arabo, impedendo all’America di esercitare il suo potere. Tra Cina e Russia, è notorio, corre buon sangue. Qualche anno fa, Xi Jinping fece pressioni a Putin perché il legame diventasse ufficiale con un’alleanza politico-militare tra i due Paesi sotto forma di accordo vincolante, poi formalmente non concretizzatasi perché non redditizia per la politica estera russa che sarebbe stata dipendente dalle decisioni prese a Pechino, permettendo ai mandarini di presentarsi significativamente più forti contro gli Stati Uniti, forzando un riallineamento dell’attività russa in Estremo Oriente. I mercati mondiali sono dominati dalla guerra commerciale fra gli Stati Uniti e la Cina, dazi inizialmente imposti sull’alluminio e sull’acciaio, poi estesi a molti altri beni esportati, con pesante incidenza per l’economia orientale. Un momento di tregua, dopo l’incontro a Buenos Aires, poi l’esecuzione del mandato di arresto nei confronti della figlia del proprietario e massima dirigente della più avanzata impresa di telecomunicazioni cinese, la Huawei, accusata di avere violato l’embargo nei confronti dell’Iran dove avrebbe esportato componenti tecnologicamente avanzati di fabbricazione americana ma contenuti nelle apparecchiature cinesi. L’episodio riportato è emblematico e sostanziale. L’ostilità tra questi due colossi non è soltanto guerra commerciale, ma il conflitto per la supremazia tecnologica e scientifica del pianeta, per la produzione dei semiconduttori di ultima generazione che sono i componenti fondamentali di tutte le tecnologie del futuro, dalle reti 5G all’Intelligenza artificiale. Questi nuovi semiconduttori plasmeranno il futuro del mondo tanto nel campo militare quanto in quello civile, condizionando in modo pervasivo il nostro quotidiano e la nostra vita. Fino ad ora frutto della tecnologia americana, stanno ora tentando di entrare in questo campo alcune tra le maggiori imprese cinesi, tra le quali la Huawei, che primeggia per dimensione e per imponenza delle spese in ricerca.

Si è superato l’ambito degli equilibri commerciali. La futura supremazia nel mondo non è più materia tra le grandi aziende, ma strumento e obiettivo della politica, anche a costo di creare difficoltà, disoccupazione, crisi. Intelligenza artificiale, robotica, aerospazio, nuovi materiali, biofarmaceutica. E l’Europa? Appoggia l’America e sta a guardare, avendo perso un’altra occasione, quella di poter esercitare il ruolo di autorevole arbitro, invitando al tavolo i due attori, anzi i tre, avendo partecipato all’embargo contro la Russia, con incommensurabile danno per le imprese europee, dato che tra i Grandi 8 partecipano, oltre l’Italia, anche la Germania e la Francia. Da tempo, l’Unione Europea non ha la forza politica per definire obiettivi comuni al suo interno e, per questo, non può certo proiettarli all’esterno. Eppure le tematiche su cui discutere con Cina e Stati Uniti sarebbero molte, dal commercio alla gestione della proprietà intellettuale, dai brevetti fino agli investimenti infrastrutturali legati alla nuova via della Seta, evitando virus e contaminazioni.

M.T.

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