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Centri estetici chiusi: il caso

Nella baraonda dell’Italia a zone colorate, a rimetterci la pelle sono senza dubbio i lavoratori delle piccole imprese, costretti negli ultimi due mesi ad aperture a singhiozzo. Tra le tante categorie penalizzate, spicca il caso singolare dei Centri estetici, di cui ReportSicilia.com si era già occupato la scorsa primavera, durante il primo severo lockdown. Sebbene fosse prevedibile la seconda e forse anche la terza ondata del virus, la programmazione di governo non è stata sufficientemente accorta nel risolvere palesi contraddizioni e incongruenze. Infatti, già con il recente decreto Natale, i centri estetici hanno chiuso i battenti nei prefestivi a differenza di parrucchieri e barbieri che hanno potuto continuare la propria attività. Il punto è che entrambi i servizi hanno il medesimo codice Ateco 96.02, uguale il contratto collettivo nazionale di lavoro, perfino alcune prestazioni sono le stesse, ai sensi della legge n. 174 del 17 agosto 2005, per cui presso i parrucchieri è possibile svolgere pedicure e manicure estetico. Identici anche i protocolli di sicurezza a cui entrambe le categorie hanno dovuto adeguarsi per potere riprendere il lavoro in sicurezza e garantire la clientela. Estetisti ed estetiste hanno affrontato investimenti per fornirsi di plexiglass, piantane con disinfettanti per le mani, segnalatori di distanza, per formare il personale alla luce delle nuove regole, per sanificare costantemente i locali. Con le chiusure di dicembre e di gennaio per le regioni in zona rossa, i loro sacrifici sono stati mortificati, e, la speranza di poter recuperare il fatturato perso nel 2020 lascia il posto allo spettro della crisi. Perchè considerare indispensabili le parrucchierie, i negozi di giocattoli, perfino le profumerie e chiudere i centri estetici? Forse sarebbe bastato vietare alcuni servizi ritenuti maggiormente a rischio tanto per l’operatore quanto per il cliente. E d’altronde, chi va dal parrucchiere e si accorge di avere un baffetto troppo visibile o delle sopracciglia incolte non chiede all’estetista – che lavora all’interno del salone – di toglierli con una strappo di cera? Chi è in posa con le meches  ma ha le mani in disordine non farà una manicure? E la distanza di sicurezza? Dov’è il rispetto dei protocolli tanto invocati? Senza considerare il danno all’economia attiva. Il piccolo imprenditore proprietario di un negozio di estetica, a breve si ritroverà sommerso da una valanga di tasse da pagare e, in tutti questi mesi, avrà prestato il fianco  all’abusivo che con il suo beauty case lavora porta a porta e guadagna in nero, incrementa  il sommerso e magari ha anche accesso alle provvidenze assistenziali messe in atto dallo Stato, senza considerare che può diventare veicolo attivo o passivo di contagio. Sicuramente la situazione di emergenza ha portato a commettere diversi errori che se erano giustificabili a marzo non lo sono più adesso. Inoltre, nel documento tecnico dell’Inail del 23 aprile 2020 circa la possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da Sars-Cov 2, si legge che l’attività dei parrucchieri è considerata ad alto rischio mentre medio-alto è quello dei centri estetici. Un maggiore accortezza avrebbe salvato un intero comparto dalla crisi dalla quel ora è sempre più difficile uscire. Il 27 gennaio p.v. si terrà l’udienza fissata dal TAR del Lazio, a cui si è rivolta Confestetica, e l’avvocatura di Stato dovrà spiegare perchè negli ultimi DPCM esistano queste discriminazioni incostituzionali tra le due categorie. Vedremo i risvolti. 

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